La fine di un’illusione

Non me ne vogliate per la lenzuolata di quest’oggi, spesso mi è stato rimproverato di scrivere pezzi troppo lunghi ed oggi ho decisamente esagerato. Purtroppo quando gli argomenti non sono così semplici, necessariamente le parole non possono esaurirsi nello spazio di poche righe.
Quello di Alitalia è un passaggio cruciale che va riportato al meglio, se non altro per concorrere a costituire, su questo sito, uno spazio della memoria di quello che sta accadendo in questi giorni. La memoria è fondamentale per il futuro e credo che uno dei motivi per i quali noi italiani ci ritroviamo nello stato in cui siamo, è proprio quella mancanza del ricordo degli eventi, anche recenti, che si sono succeduti. I media cercano di manipolare la nostra coscienza manipolando i nostri ricordi. Su questo sito mi prefiggo il compito di lasciare stampati i nostri ricordi per poterli consultare quando ne sentiremo la necessità.


Quello che si temeva alla fine è accaduto. Con precisione teutonica il 18 settembre alle 16 circa, CAI, per bocca di Colaninno, ha fatto sapere che non esistevano più le condizioni acché l’offerta di rilevazione di Alitalia potesse essere mantenuta. Dopo qualche ora si è saputo del definitivo disimpegno del gruppetto di capitani coraggiosi dalla scommessa Alitalia. Le reazioni a quanto accaduto sono state varie e tra le più disparate. Immancabili le reciproche accuse di aver fatto fallire i negoziati mettendo a serio rischio di fallimento la compagnia aerea, anche se qualcuno ancora spera nel colpo di teatro finale con annesso cavaliere bianco che faccia capolino da qualche parte.
Come da tradizione ormai consolidata, il primo ad esternare sulle colpe altrui è stato il Caimano. In dichiarazioni raccolte qua e là, agguantate dai tanti microfoni che si avvicinano fino a cogliere il più lieve respiro, il Berlusca ha fatto sapere che la colpa del fallimento è della CGIL, dei piloti e ultimo, ma non per importanza, del Partito democratico. L’esegeta del pensiero berlusconiano, tal Fabrizio Cicchitto, farà sapere dopo che i massimi responsabili sono i parlamentari dell’opposizione che hanno giocato al tanto peggio tanto meglio perdendo volutamente di vista l’interesse nazionale.
Non sono mancate le accuse tra sindacalisti, il più avventato è stato Angeletti della UIL che ha lanciato strali all’indirizzo di Epifani, senza nominarlo però.
Le reazioni più incredibili si sono avute a Fiumicino, dove hostess e piloti di Alitalia erano riuniti. Alla notizia di CAI che molla la presa, un delegato sindacale è salito sul palchetto per annunciarlo nel tripudio generale, mentre Di Pietro ha cavalcato un suo antico cavallo di battaglia: la legalità. Di corsa è andato a Fiumicino dove ha tenuto un applaudito comizio in cui ha annunciato che è già partita una denuncia alla Procura della Repubblica verso governo e commissario straordinario per danno erariale.
Ancora una volta è chiaro che in Italia esistono caste assolutamente impermeabili a quanto accade fuori, arroccate su qualche piccolo privilegio e non in grado di leggere ed intendere il presente prima ancora di essere capaci di guardare i fatti in prospettiva. Intanto illustri commentatori stanno già affilando i pennini per far sentire le loro voci e propinarci le loro analisi. L’argomento che li appassionerà di più sarà quello della sconfitta dei sindacati, ormai fa parte dell’immaginario collettivo, di quegli eventi già accaduti altrove e dei quali si rimane in perenne attesa che qualcosa di simile accada anche da noi.

Gli sconfitti

Lo sport più praticato da commentatori politici, opinion leader e giornalisti di varia natura, è quello di ricercare in ogni vicenda il vincitore e lo sconfitto. Per il salvataggio di Alitalia diventa quasi impossibile tracciare un bilancio in questo senso, almeno ora, almeno quando ci si esprime in tali termini. Sarebbe più opportuno farsi un’altra domanda e chiedersi magari chi ci ha guadagnato o spera di guadagnarci con tale operazione e chi sicuramente ci perderà.
Se l’operazione fosse andata in porto così come desiderato dal nostro capo del governo e dagli amici di cordata, CAI avrebbe guadagnato o, quantomeno, si sarebbe ritrovata con il pallino sempre in mano, pronta ad uscire dall’impresa non appena la situazione si sarebbe fatta più difficile. I dipendenti di Alitalia avrebbero avuto tutto da perdere, rimettendoci sui contratti sia nella parte economica che in quella normativa, l’erario si sarebbe ritrovato a far fronte ai debiti della bad company, l’opposizione politica avrebbe subito un’ulteriore sconfitta dopo quella dei rifiuti napoletani, il Berlusca avrebbe ancora una volta potuto impancarsi a salvatore della patria. Purtroppo per il Caimano nulla è andato come prevedevano i suoi sogni. Il Sindacato si è diviso, ma ha fatto saltare l’accordo, Colaninno e compagni hanno deciso di ritirare l’offerta anche senon hanno formalmente sciolto CAI, Berlusconi non ha creduto alle sue orecchie quando ha saputo quel che è accaduto. Da probabile salvatore della patria ora è costretto a dover ripiegare su un confuso piano B, che prima ancora di salvare Alitalia si preoccupa di trovare una forma di comunicazione efficace per minimizzare le proprie responsabilità a sfavore di quelle di altri soggetti, ad esempio i sindacati che si sono opposti all’ipotesi di accordo. Una vicenda che per come si sta evolvendo non conosce vincitori e perdenti, ma solo sconfitti di diverso grado.

Il Governo.

Ma chi sono i maggiori sconfitti in questa vicenda? Per rispondere ad una domanda come questa forse sarebbe opportuno chiedersi da quando si può considerare effettivamente avvenuto il fallimento di Alitalia. Senza andare troppo lontano nel tempo ed ai motivi per cui saltò l’accordo con KLM, l’ultima occasione seria che la Compagnia ha avuto per emendarsi, anche solo parzialmente, dalle colpe e dalle disavventure del passato, è stato l’accordo, poi fatto naufragare con colpevole concorso di colpa tra la destra berlusconiano ed i sindacati, con il gruppo Air France - KLM. Forse è stata quella l’ultima vera grande occasione. La promessa elettorale di Berlusconi, perché poi di quello si trattava, con tutto il contorno di cialtroneria e faciloneria, era un terribile bluff. L’assurdo sta nel fatto che si è rivelato tale anche per il Cavaliere. Montanelli usava ripetere una frase, a proposito di Berlusconi, che confesso mi è sembrata sempre un tantino surreale: Berlusconi è un bugiardo sincero, tanto sincero che alla fine finisce per credere alle bugie che racconta. Ho sempre cercato di immaginare un caso reale, un esempio pratico in cui fosse possibile assistere ad un tale miracolo. Non l’ho mai trovato fino a quando non è accaduto quello che è sotto i nostri occhi con Alitalia. Berlusconi, invocando la cordata italiana e sostenendo che con una quota minima sarebbe riuscito a tener su una compagnia aerea oberatissima di debiti, probabilmente sapeva di raccontare una balla colossale, ma è riuscito a spacciarla come fattibile a buona parte degli italiani, che gli hanno creduto. Quando lo stesso Berlusconi si fa prendere da sacro furore per una balla che si è rivelata naturalmente per quello che è, non finge, è stranamente sincero. Desiderava a tal punto che quel ballon d’essai si sublimasse in verità, da restarne addirittura deluso quando il suo progetto è fallito miseramente, come non poteva essere altrimenti.
Da questa operazione la sua figura ne esce clamorosamente appannata. Potrà usare quanto vuole i mass media per colpire i sindacati ed i suoi avversari politici, ma corre il rischio serio che gli rimangano sul groppone più di ventimila famiglie che da oggi già si pongono il problema di come dovranno passare il prossimo Natale, se finalmente rimanendo in Alitalia senza più pensieri, se da cassintegrati o in mobilità in un contesto economico e sociale sicuramente non facile.

I sindacati

Altro grande sconfitto è indubbiamente il sindacato globalmente nella sua funzione. In realtà i prodromi della rovina futura si erano avvertiti sempre nell’ aprile di quest’anno, quando l’amministratore delegato di Air France rinunciò a concludere l’affare con gli italiani. Il peccato di lungimiranza era evidente. Nessuno, tanto meno i sindacati ed in questo senso l’apporto dei confederali è fondamentale, conosce le anomalie del capitalismo italiano meglio di loro. Era credibile la balla di Berlusconi? Sicuramente no, ma qualcuno ci ha creduto.
Oggi c’è chi ama fare i dovuti distinguo sulle posizioni di chi ha firmato il documento di concerto con CAI e chi invece non ha accettato l’ultimatum. Dovendo stare a quello che è stato riferito da Epifani e dai sindacalisti autonomi, voci non smentite da alcuno in CAI, la trattativa con il Sindacato è stata una delle più strane ed incredibili alle quali è mai capitato di assistere. Non è mai successo che di fronte ad un venire incontro di una delle due parti, l’altra si irrigidisse e rilanciasse, facendo ripartire dall’inizio il negoziato. Alcuni ritengono che dietro questi incomprensibili atteggiamenti vi fossero motivi ben precisi, forse qualcuno stava già subodorando che l’affare Alitalia rischiava di diventare troppo oneroso, specie alla luce delle crisi internazionali già in atto.
Sta di fatto che la tanto invocata unità sindacale sull’affare Alitalia si è rotta, e contestualmente si pone un quesito forse paranoico ed ossessivo, ma credo obbligatorio. Sulla crisi della CGIL Epifani ha risposto ad alcune domande dei giornalisti, sostenendo che la crisi del sindacato in generale è legato anche ad un rapporto con i partiti politici che si è fatto negli ultimi anni più evanescente. Aggiunge che un tempo nel sindacato si entrava partendo dalla politica, oggi il percorso sembra essersi invertito. Quello che sta accadendo in questi giorni, e mi riferisco ad alcune dichiarazioni molto forti del Presidente del Consiglio in cui si è additata la CGIL come maggiore responsabile del fallimento delle trattative, in un paese normale susciterebbe molte perplessità, specie per il fatto che la CGIL si è ritrovata ad essere difesa semplicemente da un unico soggetto politico: il Partito democratico.
Sconvolge che da parte di Bonanni ed Angeletti non sia giunta alcuna presa di posizione, quantomeno a ricordare che il compito di un sindacato è quello di tutelare gli interessi dei propri iscritti e che ognuno lo fa seguendo le linee che ritiene più opportune; di esse non può o non deve rispondere alla politica, ma semplicemente ai lavoratori. La linea di CISL e UIL a me personalmente è apparsa alquanto ambigua. Le contestazioni a Bonanni fino al rischio di una colluttazione fisica, la fregola di firmare, alcune sue dichiarazioni in cui sembrava più preoccupato del futuro del progetto di Colaninno e compagni, piuttosto che di spuntare condizioni meno punitive per i lavoratori di Alitalia, hanno dato l’impressione che la CISL stesse giocando una partita più politica che sindacale ed i fatti passati non sminuiscono questo sospetto. Se ricordo bene, tra i maggiori detrattori ed oppositori del piano Air France c’erano proprio Bonanni ed Angeletti, e le argomentazioni usate dal segretario generale della CISL fuorviavano già all’epoca dalla mera tutela dei lavoratori, ma si spingevano ben oltre, fino a preconizzare una compagnia aerea tutta italiana, proprio come la pensava il Cavaliere. Come mai? Semplicemente identità di vedute o la CISL sta cercando di diventare il sindacato di riferimento di quanti si riconoscono nelle posizioni forziste? Proprio quelle dinamiche tra sindacati e partiti politici di cui parlava Epifani? A maggior conferma dello strambo sindacalismo di Bonanni, non dimentichiamo l’idea del blocco in CAI delle quote azionarie dei singoli soci per almeno cinque anni, proprio a scongiurare la possibile cessione, quasi immediata, ad una compagnia aerea straniera. Strana posizione quella di Bonanni, che per certi versi lo rende più berlusconiano di Berlusconi. Ad oggi alla CGIL si rimprovera di aver fatto mancare la firma sull’accordo e di aver fatto saltare la trattativa. Altra idea molto bizzarra alla quale i colleghi di Epifani si son sentiti in dovere di non fornire chiarimenti. Stando a quanto racconta Epifani, in realtà l’adesione all’accordo quadro fu formalizzato con una lettera indirizzata proprio al Presidente di CAI, Roberto Colaninno. Si aggiungeva, ovviamente, che Epifani poteva semplicemente parlare a nome dei lavoratori rappresentati dalla CGIL, e tra questi non vi erano né i piloti né gli assistenti di volo, le cui associazioni di categoria erano state di fatto estromesse dalle trattative. Epifani sostenne che firmare un accordo come quello è perfettamente inutile, pena il ritrovarsi con gli aerei che non decollano per le proteste del personale viaggiante. Elementare Watson, direbbe Sherlock Holmes, ma tanto elementare forse non lo è per il Caimano, per Colaninno e per i colleghi confederali.
La vicenda Alitalia rimane comunque molto istruttiva, specie quando pone un problema più volte segnalato dalla CGIL negli anni di Cofferati: quello della rappresentatività sindacale e di una legge che la regoli. Di questo si preferisce discutere sempre più raramente, soprattutto perché esiste un interesse congruente di più soggetti acché rimanga inalterato lo status quo; mi riferisco alle associazioni degli imprenditori, ai sindacati firmatari di contratto, a certa politica che all’occorrenza preferisce promuovere a sindacato associazioni prive di alcuna base sociale, ma che evidentemente fanno molto comodo. In un’intervista televisiva si chiedeva quasi esplicitamente ad un signore esperto di relazioni industriali, cosa fosse la rappresentatività e quali soggetti potessero in qualche modo essere titolati a detenerla. L’intervistato rispondeva che i sindacati rappresentativi erano quelli che avevano un certo numero di iscritti a livello nazionale, di converso non si poteva assolutamente definire rappresentativo un sindacato con peculiarità locali o relativo a realtà molto limitate.
Fino ad ora le trattative per il rinnovo dei contratti nazionali di ampi settori produttivi si sono tenute sempre riferendosi a questo concetto come ad una idea guida. Quanto accaduto in Alitalia, però, ribalta tale principio e pone seriamente, e di volta in volta, il problema del fino a che punto può essere titolato a rappresentare interi gruppi di lavoratori chi in quel momento è seduto al tavolo delle trattative. L’atteggiamento di CAI ha accentuato tale problema rendendolo addirittura paradossale, si cercavano le firme di quattro sindacati pur che fossero, dimenticando che a far volare gli aerei ci pensano piloti ed assistenti di volo, puntualmente assenti dal tavolo delle trattative perché i loro sindacati non erano stati convocati. Ci sarebbe tanto da pensare su tale situazione.

La Compagnia Aerea Italiana

E’ l’oggetto più m misterioso di tutta la vicenda, un gruppo di sedici imprenditori con interessi nei più svariati campi dell’economia che si mettono insieme per rilevare la compagnia aerea di bandiera. Potrebbe essere il canovaccio perfetto di un film comico ed invece è stata l’ennesima trovata partorita dalla fertilissima mente del Cavaliere per dar corpo all’ennesimo sogno elettorale.
CAI è nata ufficialmente un mese fa, ma il parto dalla testa del Berlusconi-Giove è iniziato già ad aprile, quando per dare un senso all’ennesima boutade elettorale ed in cerca di argomenti forti per sferrare l’ennesimo colpo contro il già defunto governo Prodi e lasciare una traccia significativa nella competizione con Veltroni, si inventò la scusa dell’italianità di Alitalia per mandare a casa Monsieur Spinetta e vincere le politiche del 2008.
Già allora i contorni della cordata di casa nostra non erano molto chiari, anche perché a voler rilevare Alitalia, alla maniera di Spinetta, bisognava avere spalle larghissime o essere sufficientemente pazzi per rimettere fior di capitali in un’impresa a cui ognuno avrebbe rinunciato molto volentieri. Le adesioni non furono ovviamente massicce, a parte il solito amico di sempre, Ligresti, ed il numero, nonché il nome, dei componenti fu tenuto riservato, salvo qualche piccante indiscrezione che aveva fatto trapelare che della partita sarebbero addirittura stati i suoi figli di primo letto: Marina e Piersilvio. Inevitabile il dietro front, sempre per colpa dei comunisti che avrebbero potuto intravedere in questa sua operazione l’ennesimo episodio di conflitto d’interessi. Ipotesi tramontata, dunque, e cordata sempre più misteriosa.
Vinte le elezioni, i primi mesi Berlusconi li ha dedicati decisamente ad altro: emergenza immondizia a Napoli, militari per le strade di alcune città, lodo Alfano inframmezzato da qualche altro piccolo provvedimento ad personam infilato tra un decreto ed un disegno legge. Si è riaperto il dossier Alitalia quando, dopo le vacanze estive, qualcuno deve aver avvisato il premier che da quelle parti la situazione non era affatto allegra e che il prestito ponte di 300 milioni di euro autorizzato da un Prodi rimasto in carica per la sola normale amministrazione, ma sollecitato dal nascituro governo Berlusconi IV per permettere ad Alitalia di attrezzarsi in previsione della cordata italiana, si stava esaurendo. Qualche mese prima il buon Tremonti aveva provveduto a riqualificare quel debito trasformandolo in patrimonio, alle proteste di chi gli ricordava che quei soldi erano dei cittadini e che dovevano essere restituiti, Tremonti faceva sapere che si trattava di una mera azione contabile, ovvero un modo come un altro di imbellettare il bilancio rendendolo meno orripilante.
E’ nel giro di qualche giorno, con decisionismo e tempismo davvero di altri tempi, che il Cavaliere riunisce intorno ad un tavolo i sedici capitani coraggiosi, facendosi promettere da ognuno una “fiche”, un obolo che poi sarebbe stato opportunamente ricompensato. Conscio del fatto che alle condizioni del momento nessuno avrebbe mai accettato di essere della partita, e valutato il piano che l’advisor di Banca Intesa stava preparando, con rapidità fulminea nel giro di qualche giorno modifica una legge scritta da un suo ministro della precedente legislatura e spiana il terreno per CAI. Morale della favola: Berlusconi ha dato al Commissario straordinario la possibilità, per recuperare qualche soldo, di vendere la società a pezzi, scorporandoli di volta in volta, con il risultato che la parte più produttiva dell’azienda sarebbe finita a CAI, mentre quello che ne avanza (la “bad company”) sarebbe rimasto al Commissario straordinario, Augusto Fantozzi, per essere alienata a carico dell’erario.
Non tutto è andato come qualcuno auspicava e curiosamente CAI si è arenata proprio sulla parte che si riteneva più superabile: il confronto con i sindacati; e ciò per almeno un paio di buoni motivi. Innanzi tutto nessuno era disposto a scommettere sul fatto che i sindacati non avrebbero accettato, pena il fallimento dell’azienda, e poi i sindacati dei piloti e degli assistenti di volo sono considerati vicini politicamente alla Destra, quindi meglio disposti ad un compromesso. Sembrava un gioco facile, ma non lo è stato e l’allegra armata Brancaleone dei capitani coraggiosi sta battendo in ritirata, anche se si ode la voce di qualcuno che ancora chiede loro di restare.
Finisce miseramente una vicenda che è un po’ l’emblema di quello che è l’Italia di oggi, una nazione pervasa da profonde divisioni, da corporativismi di ogni genere, da miopia, da deliri di onnipotenza e dall’incapacità ormai cronica di fare sistema, di stabilire un piano di interessi condiviso. Un’Italia dei furboni puntualmente smascherati, di chi le spara sempre più grosse fino a rimanerne sbugiardato.

Il piano B

Al momento non si capisce molto bene cosa il Berlusca voglia fare. Tutti parlano di un piano B, ovvero di un piano di riserva, come spesso si sente dire nei film di spionaggio. Fantozzi ha decretato la cassa integrazione per qualche migliaio di lavoratori, CAI non si è ancora sciolta. Si pensa, addirittura, che possa tornare in pista e riprendere le trattative. Molti pensano che alla fine sarà un partner straniero a cavare al Governo le castagne dal fuoco, ma, sotto l’aspetto dell’immagine, per il Governo tale soluzione potrebbe apparire peggiore del male. Chi glielo va a raccontare a tutti quei bravi elettori che in massa hanno votato per il PDL, che l’italianità è, tutto sommato, un requisito prescindibile? Ed a che prezzo l’eventuale compagnia straniera comprerebbe, visto che tutti i rami secchi, perdite comprese, son finiti allo Stato? Meglio sarebbe stato lasciare tutto ad Air France che oltre ad accollarsi i debiti avrebbe anche pagato quello che acquistava. Comunque la si veda sembra di trovarsi di fronte ad un vicolo cieco, ad un piano inclinato che ci porta inesorabilmente a scendere lungo l’unica traiettoria possibile ed obbligata.
L’ipotesi del fallimento sembra essere la più probabile, anche se rappresenterebbe uno smacco tremendo per il Governo Berlusconi, colto da crisi terribile proprio nel momento in cui i sondaggi lo incensano in maniera davvero imbarazzante.
Il 21 settembre, forse complice il cambio di stagione, accade qualcosa di nuovo: il Commissario straordinario, Fantozzi, decide di impugnare tutti i poteri di cui dispone ed indice una sorta di gara pubblica valida fino al 30 settembre ed aperta a tutti gli operatori nazionali ed internazionali al fine di rilevare Alitalia. Il fatto accade dopo che Epifani aveva sollecitato un’operazione di questo tipo e si era mostrato disposto a risedersi al tavolo dei negoziati per riprendere le trattative. Una mossa davvero a sorpresa se si considera che tra il 20 ed il 21 sia il Presidente del Consiglio che il ministro Matteoli avevano mostrato chiusure su eventuali soluzioni alternative, ribadendo che al di fuori di CAI non erano possibili altri negoziati, il ministro invitava tutte le sigle sindacali ad affrettarsi a firmare gli accordi, pena il fallimento di Alitalia.
Sembra altresì strano che Fantozzi abbia deciso tutto da solo, magari senza sentirsi, se non con Berlusconi, almeno con il ministro Matteoli, Sacconi o con il deus ex-machina di tutta la vicenda, ovvero Gianni Letta. Sarà molto curioso sentire le reazioni del governo, se dovessero essere blande è chiaro che Fantozzi si è assunto l’onere (concordato o meno) di esperire un tentativo che Berlusconi e i suoi non avrebbero mai potuto pensare di attuare, proprio perché Alitalia doveva essere italiana.

L’ultimatum

Oggi 18.09.08 si decide entro le ore 16 cosa sarà dell’Alitalia, ovvero se la cordata dei capitani coraggiosi chiamati dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a risollevare le sorti della compagnia di bandiera, deciderà di proseguire con l’avventura dell’aviazione civile, o se al contrario batterà in ritirata lasciando Alitalia al suo destino.
Da quanto riferiscono gli organi di informazione, sembrerebbe che il pomo della discordia sia rappresentato dai contrasti piuttosto ruvidi tra la dirigenza aziendale di CAI e le sigle sindacali, e tra i sindacati confederali, con l’inclusione dell’UGL, e le sigle del sindacalismo autonomo. Confederali più UGL fanno capire, seppur con qualche distinguo della CGIL, che sarebbero disposti ad accettare i termini del con tratto, almeno nella parte relativa al piano industriale, riservandosi qualche approfondimento sulla questione salariale; autonomi ed associazioni di categoria dei piloti ed assistenti di volo sono su posizioni più oltranziste e contestano sia il piano industriale che la parte retributiva, al momento sembrano aver tracciato una dead line per la quale accetterebbero di lavorare qualche ora in più, fermo restando lo stipendio. CAI, sul piano retributivo, era partita da decurtazioni nell’ordine del 30 per cento, per accettare di scendere fino al 20 per cento, non oltre.
Di sicuro la trattativa su Alitalia, anche se al momento sembra interessare a pochi, rappresenta una svolta epocale nelle relazioni industriali. Al tavolo della compagnia aerea si giocano più partite contemporaneamente, per la rudezza delle argomentazioni, per i toni ultimativi, per la scarsa propensione al compromesso, per il non arretrare di un millimetro sulle proposte e per il rialzare l’asticella piuttosto che abbassarla.
Già i sindacati avevano fatto notare che si stavano facendo le prove generali di un’altra discussione non meno importante, quella sulla riforma del modello contrattuale e se la classe imprenditoriale è intenzionata a condurre una prova di forza che possa servire da esempio per il futuro ed a dimostrare che un’epoca è definitivamente tramontata, la situazione di Alitalia è perfetta.
Emblematica è la frase di Colaninno di oggi riferita ai piloti: devono smetterla di considerarsi professionisti, per noi sono semplicemente dipendenti.
In Alitalia ci sono tutti gli ingredienti per condurre una battaglia fino all’estremo, al fallimento della compagnia con cassa integrazione per circa ventimila dipendenti, un prezzo altissimo che nessun sindacato vorrebbe mai pagare. Di converso se i sindacati dovessero mostrarsi condiscendenti verso i desiderata, reali o strumentali, dei nuovi padroni, ne uscirebbero con le ossa rotte comunque. Non è mai capitato che una trattativa sindacale finisse con riduzioni dei salari e con variazioni normative così pesanti. Se poi si arrivasse alla tanto aborrita, dalla CGIL, firma separata, sarebbe anche peggio per i Confederali. Verrebbe servita su un piatto d’argento l’occasione, ai sindacati autonomi, per ribadire quei concetti e quelle accuse che da sempre rivolgono ai Confederali, ovvero di essere sindacati asserviti, padronali.
Come potete immaginare ci troviamo di fronte ad una situazione che comunque evolva lascerà macerie sul suo percorso.


Sabino Saccinto

Pubblicato il 22.09.08 h 13:50
Modificato il 28.09.08 h 18:50

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