Alitalia: ad un passo dal baratro?

Alitalia. Le colpe della politica, la scarsa lungimiranza del sindacato. Una situazione che rischia di implodere.

E’ di ieri, 13 settembre 2008, la notizia che il Commissario straordinario di Alitalia, Augusto Fantozzi, ha ancora una volta battuto cassa, facendo sapere che nei forzieri della Compagnia ormai ci sono solo spiccioli e che da lunedì 15 i voli saranno ridotti perché i fornitori si rifiutano persino di passare il carburante per gli aerei. La precisazione che è proprio l’ENI a ritenere ormai tecnicamente fallita Alitalia, non giova certo al morale di chi crede ancora in una qualche flebile speranza di ripresa.
Che la situazione sia drammaticamente seria lo si è capito subito ieri dalle scomposte reazioni del Cavaliere Berlusconi, volato via in fretta e furia da Bari dopo ave presenziato all’inaugurazione delle Fiera del Levante, giustificando la sua partenza con il dovere di risolvere l’ingarbugliatissima situazione di Alitalia. Da par suo ha subito affermato, ormai è un mantra, che la colpa è della Sinistra e non sapendo bene dove scovarla ha prefigurato scenari da film di spionaggio: i perfidi comunisti si anniderebbero tra alcuni lavoratori di Alitalia che si divertirebbero a segarsi il posto di lavoro in cambio di una brutta figura presidenziale e di una conseguente caduta del governo.
Almeno l’ha ammesso: il fallimento di Alitalia corrisponderebbe a una debacle del Caimano e già si sta pensando a come mediaticamente si dovrà gestire l’evento.
Sui giornali di sinistra, ieri, a più riprese, ci si è posto il problema: daranno o non daranno la colpa ai sindacati? E’ questo il quesito che mi pongo anch’io e volendo rimanere nel campo dell’opposizione al Governo Berlusconi, rilevo che i pareri sono alquanto variegati: Tabacci lo afferma chiaramente: il sindacato ha avuto quello che si merita; è questa anche la linea del vice-direttore de “La Repubblica”, Massimo Giannini, anche se espressa con toni più sfumati. In un’intervista apparsa ieri su “l’Unità”, Epifani, interrogato sui motivi che hanno spinto il Sindacato a rifiutare l’offerta Air France, riporta una questione di metodo (prendere o lasciare) piuttosto che di merito. Angeletti della UIL risponde invece che non era accettabile il piano industriale proposto da Spinetta. Se avessero saputo già da allora che cosa offriva la CAI non avrebbero avuto da ridire più di tanto, visto che i notiziari di oggi, facendo riferimento alla mediazione (si fa per dire) del Governo, hanno parlato appunto di un piano industriale, salariale e normativo prendere o lasciare.
La realtà di Alitalia è un tantino più complessa di altre aziende dove i rapporti tra sindacati e dirigenze aziendali sono più lineari e più chiari. La complessità nasce soprattutto da quel reticolo di sigle sindacali che la rendono meno gestibile sotto questo punto di vista, al contrario di altre dove tutto si esaurisce con la Triplice con l’aggiunta della UGL. Se non si comprende questo punto forse risulta difficile procedere per il resto. Da uno specchietto pubblicato dai giornali, si scopre che la somma degli iscritti in Alitalia ai tre sindacati maggiori è pari a circa 6150 unità, a cui si aggiungono 1030 iscritti UGL, per un totale di 7180 iscritti ai sindacati più rappresentativi dei lavoratori a livello nazionale. Non finisce qui, in Alitalia vi sono altro quattro sigle: SDL Trasporti (sindacato di sinistra vicino a COBAS e CUB) con 1650 unità, Unione Piloti di 300 unità, ANPAC di 900 unità, ANPAV e AVIA di 300 iscritti. In totale queste sigle autonome mettono insieme 3650 iscritti che sono quasi la metà dei confederali più UGL. A parte la percentuale di tutto rispetto, se si considera che alcuni di queste sigle autonome sono fortemente rappresentative di interessi molto particolari di gruppi di lavoratori che svolgono quasi tutti le stesse mansioni, si capisce bene come la situazione si complichi ulteriormente.
Ebbene, tutti questi signori qualche mese fa hanno compiuto una scelta: hanno risposto picche a Spinetta ed hanno abbracciato l’ipotesi tutta italiana, proposta dal capo dell’opposizione, di una cordata di imprenditori di casa nostra che avrebbe rilevato la Compagnia riportandola ai vertici europei. Non si sono posti il problema di chi avrebbe partecipato all’avventura e con quanto di capitali propri. Hanno creduto che potesse essere Berlusconi a rilevarla tramite i suoi figli. Hanno pensato che bastasse semplicemente scucire quattrini dal portafoglio per ribaltarne le sorti. Non si sono posti il problema del socio industriale con le spalle larghe che sapesse soprattutto come far volare gli aerei. Non si sono chiesti come fosse possibile invertire la tendenza di una perdita di circa unmilione di euro al giorno. Non hanno nemmeno guardato in faccia la realtà di un settore dove tendenzialmente le compagnie si aggregano, si fondono per vincere una concorrenza sempre più agguerrita. Hanno creduto tutti, confederali e autonomi, nel miracolo dell’uomo di Arcore, nel deus ex-machina che con un colpo di bacchetta magica risolve ogni situazione. Col senno di poi, che non esaurisce le responsabilità del momento, possiamo dire che più che un deus ex-machina l’uomo di Arcore si sta rivelando un autentico pifferaio magico. Al Caimano tornava comodo tale stato di fatto, faceva parte di uno di quei tre o quattro punti su cui aveva imperniato la sua campagna elettorale.
Penso che quell’apertura di credito abbia portato i sindacati ad essere in qualche modo funzionali, anche se in maniera no so quanto consapevole, alla campagna elettorale del Caimano. Forse se si fossero accontentati di un uovo oggi piuttosto che di una gallina domani, per Alitalia, e soprattutto per i suoi dipendenti, la situazione oggi sarebbe molto diversa. L’accusa di miopia, contrariamente a quanto sostengono tanti commentatori di sinistra, è giustificata, con l’aggravante di essersi fidati di un uomo che non ha mai dato grandi dimostrazioni di particolare affidabilità politica ed imprenditoriale. La vulgata e la propaganda politica spesso lo disegnano come un grande imprenditore, ma se si analizzassero alcuni passaggi della sua vita imprenditoriale, con Finivest che alla vigilia della sua discesa in campo era rosa da debiti allora miliardari, molti conti non tornerebbero più.
E questo lo avrebbero dovuto sapere, non tanto i piccoli sindacati corporativi, quanto i segretari dei grandi sindacati nazionali, uomini solitamente molto prudenti. E invece la difesa del posto di lavoro ha ceduto il passo all’abbacinante idea di un’italianità tanto mitica quanto difficile da realizzarsi. Tutto questo non è scusabile e sarebbe opportuno che tutti, sindacati compresi, si assumessero le responsabilità per quello che sta accadendo.

Le previsioni non sono molto rosee, sappiamo che il premier si è inventato cose dell’altro mondo per poter realizzare la sua promessa elettorale. Senza spregio del pericolo e di regole consolidate ha modificato la legge Marzano sui grandi gruppi in stato di insolvenza. Ha quasi arruolato un gruppo di sedici capitani coraggiosi per inventarsi una nuova compagnia aerea, incurante del fatto che, a parte Toto, nessuno aveva idea di cosa fosse. Ha permesso l’impossibile, ovvero rompere la società in maniera tale che la parte più redditizia finisse, mondata da tutte le passività, ai suoi amici industriali e la parte cattiva venisse gestita da un liquidatore fallimentare che non si sarebbe preoccupato di mettere a carico della collettività i debiti miliardari della vecchia Alitalia. Se questa idea l’avesse avuta Prodi quando era capo del Governo, l’avrebbero attaccato alla colonna infame. Con Berlusconi si può tutto, perfino che di fronte a palesi ed evidenti scandali nazionali, tutti, giornalisti ed intellettuali in testa, restino in silenzio.
Lo scoglio vero l’hanno incontrato quando hanno dovuto trattare con i sindacati di esuberi e soprattutto di salari. E’ lì, forse nell’aspetto che il Caimano ha sottovalutato più di tutti, convinto che la drammaticità e l’emergenza avessero ridotto notevolmente le pretese dei lavoratori, che il giocattolo si è rotto. Il capolavoro di Berlusconi si è infranto proprio dove Spinetta aveva dovuto rinunciare, spinto anche da un ingombrante Caimano che lo licenziava, dando chiaramente ad intendere che il futuro Capo del Governo avrebbe ben poco gradito Air France.
Nessun sindacato potrà mai assecondare i diktat del pugno di imprenditori che si raccolgono sotto la sigla CAI, pena il defenestramento immediato di tutti i suoi organi dirigenti. Altresì, nessun sindacato può accettare a cuor leggero che un’intera azienda, circa ventimila lavoratori, venga messa in mobilità. Comunque andrà, sarà una drammatica sconfitta per il sindacato, di ordine quasi epocale, al cui confronto la marcia dei quadri FIAT apparirà come un buon ricordo.
E chi si ritroverà maggiormente fra le more di una scelta difficile e sanguinosa, saranno i sindacati confederali e quanti hanno maggiore rappresentanza tra le categorie più deboli di Alitalia, ovverosia gli operai della manutenzione pesante, i precari, gli addetti ai call center, gli impiegati, quelli la cui ricollocazione nel mondo del lavoro sarà più difficile. Altra storia, invece, per piloti ed assistenti di volo, non per niente proprio i sindacati di queste ultime categorie sono stati quelli che si sono opposti subito al contratto unico, chiedendo che la loro posizione venisse discussa separatamente. CAI, quasi a confermare la scure di una riduzione salariale tout court, ha chiesto infatti che i decrementi di busta paga fossero nell’ordine del 25% per tutte le categorie, prescindendo dall’ammontare in termini assoluti dello stipendio.
Il Caimano troverà la maniera per buttare tutto in propaganda, scaricare le colpe su altri. Per assurdo potrebbe tornargli perfino conveniente il fallimento di Alitalia: potrà dimostrare che i sindacati, tutti quanti, sono infidi, non conoscono il proprio mestiere e fanno perdere il posto di lavoro ai loro rappresentati. Potrebbe ancora seminare zizzania e costringerli ad un ridimensionamento senza precedenti; un passo in più verso il regime, verso uno stato sempre più autoritario.
Chi avrebbe tutto da guadagnarci dal fallimento delle trattative sarebbe la CAI. Gli aeromobili di Alitalia qualcuno deve rilevarli, così come gli slot e le modifiche legislative fatte approvare dal Cavaliere; regalano al nuovo soggetto un monopolio sulla tratta Roma – Milano non censurabile per legge nemmeno dall’Autorità per la concorrenza. Un pasticcio davvero globale.


Sabino Saccinto

Pubblicato il 14.09.08 h 22:31
Modificato il 18.09.08 h 13:42

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