E' ancora posibile sperare?

E' ancora lecito sperare e pensare di avere un futuro in Italia? Sguardo su una generazione disincantata che nonostante tutto si illude ancora che sia possibile non già cambiare il mondo, ma quanto meno riuscire a sbarcare il lunario.

Ieri, 25 agosto, mentre aspettavo l’autobus che mi porta ogni giorno al lavoro, mi sono imbattuto in un ragazzo di circa diciannove o venti anni. Ti fermano sempre per qualche informazione sugli orari degli autobus e poi, chiacchierando, raccontano qualche loro storia.
Non è molto facile contattarli e non è nemmeno altrettanto semplice comunicare con loro. Di solito stanno tra coetanei e quando qualcuno lo trovi solo ha immancabilmente gli auricolari alle orecchie per ascoltare la loro musica da un i-pod o da un telefono cellulare (chi pensava che servissero per telefonare è fuori da questo mondo).
Questo ragazzo invece doveva appartenere ad una qualche razza strana, magari estintasi una ventina di anni fa se non aveva con sé auricolari e preferiva parlare della sua vita.
Stava andando all’Università per iscriversi al corso di Giurisprudenza dopo aver sostenuto un esame nella marina militare per arruolarsi come ufficiale. Esito scontato: non aveva una gran raccomandazione e tanto bastava per decidere di quello scorcio del suo futuro. Ora stava intraprendendo la vita dello studente universitario, ma con scarsa convinzione, giusto per provare e sperare nel frattempo in qualche altra opportunità, magari nell’arma dei Carabinieri, o in aeronautica o chissà dove altro. Avere vent’anni non è mai stato facile in nessuna epoca e se si nasce nel Sud Italia non si può che sperare di meglio in un impiego in un qualche corpo militare o di polizia.
La storia di questo ragazzo, nonché la sua condizione, è emblematica dei giovani di oggi, nati a cavallo tra gli anni ottanta e novanta; trovatasi a dover decidere del proprio futuro forse troppo presto, ed in questo forzati in alcune scelte dai loro genitori, per effetto di una minaccia contenuta nella Legge Moratti che, riformando la scuola superiore, metteva i ragazzi nella condizione di dover scegliere tra l’avviamento professionale ed una sterminata serie di licei. Per fortuna quella parte della riforma fu accantonata dall’Unione, ma in quegli anni proprio i genitori, per timore di compiere una scelta che avrebbe potuto porre i figli nella condizione di non poter proseguire gli studi dopo le scuole superiori, optarono in massa per scuole che non sarebbero state intaccate dalla legge che si preparavano a varare.
Il ragazzo aveva appunto frequentato il liceo classico, anche se la sua indole non era proprio quella. Quello che disarma, ascoltandoli, è la contrapposizione tra quanto desidererebbero o penserebbero di fare e le chance che effettivamente hanno di veder realizzato un loro progetto. Ad esempio, il mio interlocutore sarebbe disposto anche a lavorare come muratore in un cantiere, ma se poi si accenna ai rischi, ai morti sul lavoro che nei cantieri edili sono in percentuale tra i più alti, allo sfruttamento della manodopera emigrata, meglio se clandestina, il brusco ritorno alla realtà non può che non lasciare attoniti.
Diciamolo, in questi ultimi venti anni, poco per volta, il nostro modello di società ha bruciato progressivamente quelle che erano alcune nostre certezze: un lavoro sicuro, magari non molto ben retribuito ma che consentisse uno stile di vita dignitoso; alcuni servizi essenziali affidati allo Stato e gratuiti per tutti (istruzione e sanità); la speranza di poter garantire ai nostri figli un futuro sicuramente migliore del nostro.
Non è la concezione piccolo borghese, è un sistema fatto di cose non estremamente grandi ma che costituiscono il minimo, l’essenziale che dalla vita si può e si deve pretendere. E’ la società che fa sistema.
Oggi, guardando quel ragazzo, ascoltando le sue parole e riflettendo sullo stridore tra quanto si è ancora disposti a credere o a sperare e quanto realisticamente ci si può attendere, provo una sorta di imbarazzo. Possibile che non siamo più in grado di offrire niente, possibile che le nostre fabbriche di una volta, con tutto lo stuolo di maestranze, tecnici, ingegneri, n on ci sono più, son finite tutte delocalizzate? E’ difficile dare una riposta ad un ragazzo di vent’anni e dirgli: vedi, tutto quello che avevamo costruito in anni di sacrificio e duro lavoro ora non esiste più; non esiste più la speranza, il futuro. Oggi, il meglio a cui si può aspirare dopo una laurea e non si è il figlio di Berlusconi, di Tronchetti Provera, di Colaninno, di Agnelli e di qualche altro bel nome della finanza, è di finire in un call-center con un contratto a tempo determinato.
E’ una brutta situazione quando un sistema produttivo non è più in grado di impiegare al meglio le proprie risorse.


Sabino Saccinto

Pubblicato il 27.08.08 h 23:56
Modificato il 29.08.08 h 00:18

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