Esiste ancora un’opinione pubblica in Italia?

Esiste ancora un'opinione pubblica di sinistra in Italia? Scalfari sostiene che c'è, ma è in profonda crisi di identità, schiacciata tra una visione del mondo che non le appartiene, ma che pregna ogni giorno la nostra vita, ed una crisi politica che sembra non avere sbocchi, almeno al momento. Il pessimismo di Scalfari ha ragione d'essere o si tratta semplicemente di una forma di consolazione?

Nell’editoriale di domenica 17 agosto , Eugenio Scalfari, su “La Repubblica”, si poneva un quesito mutuato da una considerazione fatta da Nanni Moretti ed affidata alla carta stampata. In sintesi Moretti accusa Berlusconi non solo di aver resa insipida un po’ tutta la vita politica italiana, ma di aver cancellato perfino l’opinione pubblica, a favore di tante opinioni private. Scalfari riprende l’argomento, si dice in parte d’accordo con Moretti, ma aggiunge che non è propriamente e completamente così. L’opinione pubblica, secondo Scalfari, è sempre esistita anche negli stati ove era naturalmente pensabile che venisse zittita, ridimensionata, minimizzata. Anzi, aggiunge, proprio negli stati autoritari o, peggio ancora, totalitari si tiene conto di ciò che viene espresso contro o a favore del regime, proprio perché la si reputa importante, se non altro per verificare se il grado di consenso è a rischio o meno.
Questo riferimento fa da premessa a quello che si annuncia dopo, ovvero che contrariamente a quanto si pensa, non necessariamente l’opinione pubblica deve essere d’opposizione o contraria alla maggioranza politica di una nazione, anzi. Accade spesso che l’opinione pubblica, o una parte di essa, dia giudizi positivi degli atti del governo del momento e che essa stessa sia legata non necessariamente a grandi ideali o grandi valori generali, ma più semplicemente a piccoli interessi privati, favoriti o vellicati da chi in quel momento decide della cosa pubblica. Potremmo perfino trovarci di fronte non ad un’opinione pubblica come la intenderemmo, ma ad una sommatoria di tante opinioni private, magari tutte collimanti.
E Scalfari cita un bel po’ di opinioni che al giorno d’oggi rappresentano alcune parti non secondarie, in alcuni casi addirittura dominanti, dell’opinione pubblica: quella dei berlusconisti tout court; quella della business-class che considera comunque l’impresa e gli interessi lati del capitale come elemento essenziale del mondo; quella del mondo cattolico e quella della parte più riformista e democratica della società.
A parte le classificazioni quasi di natura vichiana, rimane, di Scalfari, la sensazione che solo questa ultima parte dell’opinione pubblica abbia a cuore seriamente i problemi del paese ed esprima un punto di vista più ampio, il più lontano e scevro da motivazioni di carattere strettamente personale o di classe. Allo stesso tempo Scalfari non è molto ottimista sulla possibilità che tale parte d’Italia, lui la identifica con il popolo delle primarie, possa trovare un’identità compiuta, unitaria e forte in un tempo accettabile. In definitiva, la preoccupazione di Scalfari corrisponde al timore che non esista un soggetto politico, al momento, che possa rappresentarla, un leader che ne possa incarnare le più profonde motivazioni, desideri, progetti di vita. Scalfari aveva ben sperato nella costituzione del Partito democratico, ma il suo attuale stato di empasse non incoraggia.

Il 23 agosto è apparso su “L’Unità” un commento di Francesco Pancho Pardi, il professore fiorentino che, insieme ad Allen Ginsborg, fu tra gli inventori dei girotondi, nonché coniatore del concetto di ceto medio riflessivo. Si dissociava da quanto affermato da Scalfari, o meglio se ne dissociava dall’analisi, sostenendo che in realtà di opinioni pubbliche democratiche e riformiste ve ne sono due, e quella che si raccoglie intorno all’Italia dei Valori, partito di cui ora è egli stesso parlamentare, ne rappresenta ben donde una.
In altre parole trasferisce il concetto di opinione pubblica sulla società politica, rimarca le differenze fra PD e partito di Di Pietro e sottolinea il fatto che la parte politica che si riconosce nel PD in realtà, in passato, è stata protagonista di incredibili episodi di riabilitazione e di legittimazione del Cavaliere come uomo politico, quando sarebbe stato più opportuno, già allora, sottolinearne ad ogni piè sospinto la sua profonda incompatibilità con le funzioni di governo di uno stato.
Ovviamente si può o non si può essere d’accordo con quanto sostiene Pardi, se siano riflesso di un’opinione pubblica episodi e fatti che appartengono quasi esclusivamente al contesto ed alla responsabilità politica; ma almeno un obiettivo l’ha centrato. Quanto pesa Di Pietro, ancor prima dell’Italia dei Valori, nella società italiana? Sarà relegabile politicamente sempre al ruolo di outsider o tenderà a crescere in consensi al punto da minacciare seriamente il primato, su quella sponda, del PD?
Parlando e discutendo con amici anche di sinistra, il sospetto che quest’uomo possa far proseliti anche in campi dove le sue idee difficilmente verrebbero accettate in un contesto non viziato come quello attuale italiano, è molto forte. Sembra una questione di metodo, piuttosto che di merito, ma funziona così. Il metoo Di Pietro al momento è riuscito a portare in Piazza Navona un numero non trascurabile di manifestanti, ha fatto in modo che partecipassero anche esponenti del PD, coalizza intorno a sé consensi pesanti di giornalisti, comici, gente dello spettacolo e qualche intellettuale. Alla sua manifestazione ci sono andati anche militanti di sinistra estrema che ci penserebbero bene due volte se a chiamarli a raccolta fosse Veltroni.
In altre parole, intorno a Di Pietro, meritato o non meritato che sia, si costituisce un reale movimento di opinione pubblica che ricorda i tempi migliori della poliitica; quando da una parte c’erano le forze politiche governative che non riempivano le piazze, ma facevano incetta di voti nelle urne, e dall’altra chi stava all’opposizione, ma non solo in Parlamento, avendo preziosi terminali ed apologeti anche nella società civile. Il PD, al momento, appare piuttosto frastornato e disorientato e soprattutto gli sembra venire meno quella base di elettori e emilitanti che ne dovrebbe costituire l’asse portante. Più che un partito in senso compiuto sembra ancora la sommatoria dei due partiti che l’hanno costituito. Riuscirà ad uscire dalla crisi in tempo utile? Riuscirà a darsi un’identità? Il tempo passa e gli eventi non inducono a pensar bene. Il rischio molto prossimo è che il PD diventi una forza politica in debito di elettori, compresso tra Berlusconi che lo tormenta alternando carote (poche) a bastoni (tanti), e la variabile strana Di Pietro che tenta di portargli via gli ultimi consensi a sinistra. Vi riporto le conclusioni non molto incoraggianti di Eugenio Scalfari, che scrive:

Serve una volontà di massa per risollevare un Paese sdrucito e frastornato. Si può fare? Fino a poco tempo fa pensavo di sì, ma i giorni passano in fretta e non inducono a pensare positivo. Le spinte centrifughe aumentano e il "si salvi chi può" rischia di diventare un sentimento diffuso. Se volete dare un segnale di riscossa dovete alzarvi e camminare. Altrimenti attaccate la bicicletta al chiodo e non pensateci più. Toccherà pensarci ai vostri nipoti se ne avrete.


Sabino Saccinto

Pubblicato il 26.08.08 h 01:15
Modificato il 12.11.08 h 13:44

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