Qualche giorno fa su Canosaweb.it è apparso un post di tal Seneca che incavolato nero con la Sinistra, dava lezioni di strategia politica, aggiungendo: “alla gente del conflitto di interessi di Berlusconi importa poco e nulla! importa molto di più arrivare a fine mese!”
Che le rivoluzioni si facessero a pancia piena lo aveva già sostenuto Marx. E’ naturale che chi ha difficoltà ad arrivare a fine mese, giocoforza è portato a preoccuparsi di questioni più vicine al vissuto materiale quotidiano, piuttosto che baloccarsi con sofismi intellettualoidi.
E’ anche vero, però, che non è assolutamente bello sfruttare la condizione di bisogno di chi a stento ce la fa, per ritenere che un problema non esista o non abbia importanza rilevante solo perché chi è più esposto alle difficoltà economiche non lo senta come tale. Mi riferisco ovviamente al conflitto di interessi del Sire di Arcore.
E’ di ieri una notizia che in uno stato normale (quale il nostro non è anche grazie a quell’abnorme conflitto d’interessi) avrebbe dovuto far rizzare i capelli in testa a molti o far arrossire di vergogna il viso di certuni: la Corte di Giustizia del Lussemburgo ha dato ragione a Di Stefano nella causa intentata dallo stesso nei confronti dello stato e del governo italiano per la mancata possibilità di utilizzare le frequenze che aveva regolarmente avuto in concessione per irradiare il segnale della sua televisione, Europa 7. La storia a spanne la conosciamo già. Nel 1999 fu aperta una gara per la concessione delle frequenze televisive. Oltre ai soliti vincenti, furono assegnate le frequenze, che attualmente sono ancora occupate da Rete 4, alla TV di Di Stefano. Lo stesso si era preparato di tutto punto, acquistando studi televisivi, apparecchiature e predisponendo un piano di assunzione del personale. Tutto normale se non fu per il fatto che Mediaset non aveva nessuna intenzione di mollare quei canali. Come era prevedibile, iniziarono battaglie legali fino ad arrivare ad una sentenza della Consulta del 2002 che stabiliva il passaggio sul satellite di Rete 4 entro il 31 Dicembre del 2003. Cosa mai avvenuta ovviamente. Dopo sappiamo tutti che ci fu un decreto salva Rete 4 e poi la famigerata Legge Gasparri che mandava direttamente in soffitta Di Stefano ed Europa 7.
Ad oggi, la Corte del Lussemburgo ha dato torto all’Italia ed intimato il ripristino dello stato di conformità alle direttive europee. In altre parole si ribadisce ai più alti livelli giuridici che quella italiana è un’anomalia che non ha precedenti in altri stati non solo comunitari, ma forse dell’intero mondo democratico così come lo intendiamo noi. Uno dei maggiori diritti riconosciuti all’uomo, la libertà d’espressione in un contesto plurale, in Italia viene negato. Una voce che poteva interessare molti o pochi italiani, non importa, ma che rappresentava comunque un soggetto in più, è rimasta sopita, silente a favore di quella di un tycoon potentissimo che dispone di tre emittenti private (la Corte Costituzionale, in ben due sentenze, ne ha limitato a due il numero) e che per ben cinque anni, e non solo, ne ha controllate almeno altre due pubbliche.
Questa è la questione giuridica, di principio o se preferite da intellettuali. Ma non solo. La Corte del Lussemburgo pone anche una questione economica non da poco: il Di Stefano chiede una somma pari a seicento o ottocento milioni di euro solo come indennizzo per tutti questi anni di assoluta inoperatività, somma che potrebbe raggiungere e superare il miliardo di euro se le frequenze non verranno concesse. L’Italia verrà multata per una cifra variabile tra i quattrocento e i seicentomila euro per ogni giorno di mancata applicazione della sentenza. Fedele Gonfalonieri si è affrettato a far sapere che Rete 4 resterà lì dov’è ed, a suo dire, la causa del Di Stefano ha un solo scopo risarcitorio. Risarcimento pagato da Pantalone. Se ci facciamo quattro conti scopriamo che qualche miliardino di euro alla fine li dovremo, tutti, scucire. Una sorta di tassa Barlusconi. Alla faccia del Seneca “de noantri” che sostiene che il conflitto di interessi del Cainano (copyright Marco Travaglio) è solo un affare di principio per intellettuali. La tassa Berlusconi la pagheranno anche quelli che a fine mese non arrivano.

In questo popò di contesto oggi è arrivata, come la scena madre di un’opera di Ionesco, l’esternazione del Garante delle Telecomunicazioni, Calabrò. Se l’è presa, il santuomo, addirittura con Santoro ed Annozero, colpevoli di aver imbastito un processo mediatico nei confronti di Totò Cuffaro, già processato, tra l’altro, e condannato a cinque anni di reclusione in primo grado. La motivazione della sentenza del Garante è che nella trasmissione non è stato rispettato il pluralismo. Mancava Cuffaro, è vero, ma Santoro si è premurato di farci sapere che il governatore dimissionario, nonché sospeso, era stato regolarmente invitato, ma lui ha declinato. Era comunque presente un suo avvocato d’ufficio: l’onorevole Vietti. Per carità di patria non andiamo oltre.
Avrete capito senz’altro da soli la comicità dell’evento.
Ragioniamo. Calabrò non è un personaggio qualunque. E’ addirittura il presidente dell’AGCOM, cioè l’Autorità garante per le Telecomuinicazioni. In altre parole è il guardiano massimo degli abusi e dello strapotere di chiunque operi in quel settore delicato. Un compito prezioso ed importante in uno stato democratico e moderno in cui si parla di Comunicazioni come un quarto potere.
Ebbene, il santuomo ha esternato il giorno dopo che la Corte di Giustizia del Lussemburgo gli ha dato letteralmente torto sul più grande conflitto di interessi della storia che vive e prospera proprio sotto il suo naso: quello del Cainano. Ci saremmo tutti attesi che il Garante si dimettesse, che colto dall’imbarazzo rimettesse l’incarico a qualcuno un tantino più attento e forse meno assuefatto. Invece no, preferisce pendersela con Santoro rimproverandogli la mancanza di pluralismo nelle sue trasmissioni, lui che forse vive su Marte e non si è mai accorto che il pluralismo in Italia è già da un pezzo andato a farsi benedire. O forse è solo l’antico male italico di essere forte con i deboli e debole con i forti.


Sabino Saccinto

Eventuali commenti potranno essere inviati all'autore del sito utilizzando lo spazio sottostante
Oggetto:
Indirizzo e-mail: (facoltativo):
Testo: