LA TRAGEDIA DI MOLFETTA

Esiste un'analogia con la Thyssen-Krupp?

Sul forum di Canosaweb.it è apparso un commento, a proposito delle cinque vittime del lavoro a Molfetta, che paragonava l’incidente alla “Truck center” a quello di Torino alla Thyssen-Krupp. Incidenti molto simili soprattutto per il numero elevato di vittime in un solo episodio e per l’attesa vana, con la speranza attaccata ad un filo, per i feriti gravi che inesorabilmente non ce la fanno. In realtà, ogni incidente è diverso dall’altro anche se il denominatore comune di tutti è l’assoluto venir meno del rispetto delle più elementari norme di sicurezza. I fatti sono ancora più stupefacenti in quanto è del 1994 una normativa (la legge 626) che è sicuramente all’avanguardia, non solo in Italia, ma perfino in Europa, in materia di sicurezza sul lavoro. Legge che viene puntualmente disattesa dai molti attori e soggetti coinvolti.
Ciononostante esistono alcune differenze peculiari tra l’incidente di Torino e quello di Molfetta. Innanzi tutto le dimensioni delle due aziende, in secondo luogo il contesto in cui sono maturati. A Torino i dirigenti della Thyssen-Krupp sono stati incriminati per omicidio plurimo volontario; a Molfetta si procederà per omicidio plurimo colposo, ma non si sa bene a carico di chi, visto che il titolare dell’azienda è morto nell’incidente.
Di Torino conosciamo bene la storia. Le normative di sicurezza, così come i dispositivi, erano stati ampiamente disattesi per una deliberata e scellerata scelta aziendale. Sono state ritrovate dai magistrati già qualche giorno dopo i tragici fatti, alcune e-mail intercorse tra dirigenti locali e dirigenti centrali in cui si riteneva scientemente di non investire altre risorse, soprattutto economiche, nella sicurezza aziendale, non ne valeva la pena. Il sito torinese era destinato allo smantellamento, gli operai alla cassa integrazione. Era una fabbrica da spremere come un limone per ancora qualche mese in attesa della dismissione. Si volevano comunque massimizzare i profitti mantenendo alti i livelli di produzione. Non dimentichiamo che la fabbrica era sotto organico e che gli operai erano costretti a coprire, con straordinari molto lunghi, interi turni di lavoro, vuoi perché il collega del turno successivo si era semplicemente assentato, vuoi perché il collega mancava in quanto non previsto. L’incidente era oggettivamente dietro l’angolo, anzi quello del 5 Dicembre 2007 è stato il più grave, il più eclatante, ma non l’unico. Già qualche mese prima era scoppiato un incendio, domato, tra l’altro, con una certa difficoltà. Non dimentichiamo che non funzionavano né idranti, né estintori e che la squadra interna di pronto intervento era stata fortemente ridimensionata.
Quello di Molfetta sembra essere un tantino agli antipodi rispetto all’incidente di Torino. Da una parte ci sono rischi valutati, ma trascurati, ci sono piani di sicurezza inapplicati ma conosciuti. A Molfetta si ha invece l’impressione che il tutto sia maturato nell’ignoranza più assoluta dei rischi che in quel momento si correvano e che i piani di sicurezza fossero quanto meno una chimera. Gli operai della “Truck center” svolgevano un lavoro potenzialmente pericoloso, ma sembrava che non se ne rendessero conto. C’è il forte sospetto che strumenti di protezione individuale, parliamo ad esempio delle più banali mascherine, non fossero nemmeno reperibili e che normalmente non le usassero. Non erano addestrati nella gestione dei rischi e non sapevano nemmeno come comportarsi in caso di imprevisti. Chi si occupa di sicurezza sa che in presenza di rischio chimico non si interviene mai nel sito dove una persona ha già avuto un malore. Per gli operai di Molfetta è come se la legge 626 non fosse stata mai promulgata.

Le responsabilità.

Nel caso della Thyssen-Krupp le maggiori responsabilità sono state attribuite alla dirigenza, in quello di Molfetta ci troviamo di fronte ad una realtà più inquietante. Nel primo caso la cultura della sicurezza esiste (ci troviamo in presenza di un grande gruppo industriale), ma viene ignorata per una scelta di ordine economico. Nel secondo caso si ha l’impressione che non si sappia nemmeno di cosa si stia parlando quando si fa riferimento a piani di sicurezza, analisi dei rischi, mezzi di protezione individuale. E’ come se tutto ciò che la legge 626 prevede e tutto quanto giri intorno, sia altro rispetto alla vita lavorativa degli operai di Molfetta. Tutta colpa loro? Tutta colpa del proprietario del lavaggio morto con i suoi uomini in una tragica catena della solidarietà? Non credo sia così.
La legge ed il buon senso prevedono controlli che le ASL o gli ispettori del lavoro dovrebbero fare. Ma al “Truck center” forse di controlli non se ne sono mai visti. Dovrebbe essere prevista anche un’opera di informazione sulla sicurezza dei lavoratori, si dovrebbero tenere i corsi, ma dove sono? Quello di Molfetta è un caso tipicamente meridionale che segna purtroppo la nostra arretratezza globale rispetto a regioni più evolute. E’ un misto di fatalismo, inefficienza della pubblica amministrazione ed atavica abitudine a non rispettare mai le regole. Sfido chiunque, oggi, dopo fatti così tragici, a farsi un giro in siti lavorativi che sono autentici campioni del rischio elevato a normalità: i cantieri edili. Quanti operai indossano calzature anti-infortunistiche e caschetto? Quante impalcature sono a norma?

Incidenti e lavoro atipico.

L’elevato numero di morti sul lavoro, che pone la nostra nazione in una posizione francamente imbarazzante nel mondo occidentale, non è un dato che si esaurisce in sé. Riflette caratteristiche, il più delle volte negative, dell’intero nostro sistema produttivo. E’ il fenomeno apicale, il più appariscente, quello che ogni volta si guadagna gli onori delle cronache, ma in realtà è il frutto amaro di tutta una cultura dominante che considera il lavoro umano semplicemente come merce da acquistare a buon prezzo.
Lavorare oggi non è più conveniente perché si è rotto quell’antico patto che legava i dipendenti all’azienda, quando le forme contrattuali erano quasi esclusivamente a tempo indeterminato ed erano differenti i tempi in cui un lavoratore maturava. Un tempo l’operaio era considerato un investimento a lungo termine. Era più curata la parte formativa, si incentivava la crescita della carriera, i passaggi da un livello retributivo ad un altro. Si entrava in azienda giovani e se ne usciva pensionati. Oggi i rapporti si sono completamente ribaltati. Il personale, specie quello a tempo indeterminato, è visto principalmente come un costo, da tagliare possibilmente quando non obbligatoriamente. Le aziende aumentano il loro valore in borsa quando annunciano grandi licenziamenti. Il diktat della maggiore efficienza, della flessibilità, della mobilità orizzontale, oltre a svuotare di conoscenze importanti, fondamentali, l’intero parco dei lavoratori, li omologa, li omogeneizza, priva loro delle specificità individuali, li aliena. Per non parlare di quello che accade con i lavoratori interinali, con quelli in affitto, con i contratti a tempo determinato di pochi mesi. Le aziende acquistano lavoro all’esterno così come si rivolgerebbero ad un qualsiasi fornitore di materiali e risparmiano, risparmiano su tutto: sui salari, sui contributi previdenziali, su quelli assicurativi, sulla sicurezza. E spingendosi sempre più avanti nelle loro logiche perverse possono trovare perfino conveniente ricorrere a forme di lavoro non garantito, a quello che una volta si chiamava lavoro nero e che oggi, in una forma un tantino edulcorata, chiamano il sommerso. Oppure preferiscono, almeno le grandi aziende, quelle che non possono permettersi di non assumere legalmente il personale, dare in appalto a chi farà il lavoro sporco in conto terzi. Oggi il mondo del lavoro è estremamente variegato, i garantiti sono ormai una piccola fetta. Il resto è tutto sommerso, precario, fantasma. E nella maggior parte dei casi capita proprio che chi muore di lavoro è colui il quale è più debole contrattualmente, chi non può invocare diritti, chi è perennemente sotto schiaffo. La logica è chiara. Per uno che esce ve ne sono tanti altri in attesa fuori, scalpitanti che non vedono l’ora. Mi sono rimaste impresse le parole di un operaio delle acciaierie di Taranto. A Taranto nessuno vuole lavorare in quell’inferno, ma chi sta fuori ed attende di entrare, farebbe carte false pur di rimediare una lettera di assunzione per l’indomani mattina. Non sono bei tempi e credo che la soluzione sia un tantino più complessa di quanto appaia.


Sabino Saccinto

Pubblicato il 05.03.07 h 23:37

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