I NUOVI RICCHI

Un'inchiesta de "L'Espresso" rivela chi sono quelle persone che in questi anni non sentono odore di crisi, anzi si sono perfino arricchiti

Su “L’Espresso” di questa settimana, il servizio di copertina è dedicato ad un fenomeno sociale che sta investendo i nostri giorni e che, affondando nella drammaticità del vivere delle classi sociali medie per il sopraggiunto carovita, offre uno spaccato molto significativo della nostra società, contraddizioni ed involuzioni annesse. L’articolo si apre con un’immagine molto suggestiva di un concessionario di automobili extralusso di Milano in cui si festeggia a caviale e champagne l’ennesima Porche venduta. E sì, perché come riporta “L’Espresso”, la crisi sentita da un buon numero di italiani non è uguale per tutti. Anzi, sembrerebbe (a confermarlo ci sono statistiche che si preferisce non diffondere) che ci sia una buona parte di nostri connazionali che il termine stagflazione non sappia nemmeno cosa significhi. Addirittura, qualcuno in questi anni si è pure arricchito. Sono quelli, viene denunciato, che operano in settori protetti, solitamente molto lontani dalla concorrenza. Vi rimando alla lettura dell’articolo, disponibile anche on-line all’indirizzo http://espresso.repubblica.it/dettaglio/I-nuovi-ricchi/1996287&ref=hpstr1 per conoscere il resto. Quello che l’articolo non ci dice però, è la causa di tale fenomeno, cosa l’ha provocato.
E’ sconcertante sapere che circa il 50% della ricchezza nazionale sia posseduta da circa il 10% della popolazione e che l’Italia di oggi sia tra le nazioni europee dove è più alto il divario tra classi agiate e classi meno abbienti. Così come lascia basiti scoprire che tale fenomeno è stato più forte e consistente in questi ultimi anni. Nel pezzo si aggiunge che la nostra struttura sociale tende a rassomigliare sempre più a quella della società brasiliana. Un fondo di verità esiste in tutto questo. Prendiamo ad esempio le grandi città italiane. Lì è diventato impossibile vivere per una famiglia media. Il costo degli alloggi, ad esempio, è diventato esorbitante. Se ci pensiamo, ciò che ci ha messo di fronte in maniera spietata a questa realtà, è stato lo sciopero dei ferrotranvieri, quelli che lasciarono a piedi Milano qualche anno fa. Per la prima volta siamo stati costretti a considerare un aspetto che fino ad allora era stato trascurato e che in verità forse ancora oggi non abbiamo ben compreso. I tranvieri appartengono a quelle categorie di lavoratori dipendenti per i quali la vita è molto difficile in città. A loro ne sarebbe naturalmente preclusa, forse sarebbe più comodo vivere in qualche paese dell’interland, dove almeno gli alloggi costano meno. Ma i tranvieri sono anche fondamentali per essa, ne costituiscono la spina dorsale, il tessuto connettivo. Quanto siano importanti lo hanno dimostrato in quei giorni. Ovviamente questa considerazione vale per loro solo a titolo d’esempio. Tutte le categorie di lavoratori sono fondamentali. Fondamentali ma anche impossibilitati a vivere dignitosamente. E’ la stessa condizione che si è creata nella città di Rio de Janeiro quando si costruirono i nuovi quartieri. L’edificazione richiamava manodopera specializzata o meno che per forza di cose doveva necessariamente vivere in quella città, ma non poteva, perché costava troppo. Erano costretti a vivere in baracche (favelas) che seguivano, nell’ampliarsi, lo stesso percorso che veniva disegnato per i quartieri ricchi.
Nelle nostre città si assiste a qualcosa di molto simile. I quartieri del centro sono ad esclusivo appannaggio di chi può permetterselo, di quelli che della crisi generalizzata non avvertono nemmeno l’odore. I poveri, ma quando si parla di poveri non ci si riferisce solo a quelli che non hanno un lavoro, si stringono nelle zone periferiche, comprando, quando gli riesce, case con mutui ad altissimo rischio.
Cosa è accaduto in questi anni da averci portato a condizioni così difficili di vita? Tutta colpa dell’euro, sostiene qualcuno. Che il tasso di inflazione reale fosse più alto di quello calcolato dall’ISTAT erano in molti ad averlo sospettato e la polemica è vecchia. Ricordo che fu una società di indagine a scriverlo per prima e ne nacque una discussione abbastanza accesa, salvo poi fare dietro-front ed ammettere che l’ISTAT è l’unico istituto in Italia a poter disporre di una rete capillare per la rilevazione dei dati. Ergo, l’ISTAT non si discute, salvo concederci un tasso di inflazione percepito legato all’arrotondamento a duemila lire dell’euro.Davvero molto poco.
Del paniere stranamente si è discusso con più rispetto in questi giorni, quando la stessa ISTAT ha dovuto ammettere che alcuni prodotti, quali gli alimentari e i carburanti, hanno subito incrementi di prezzo non affatto paragonabili al tasso di inflazione normalmente calcolato. Lo hanno dovuto fare, altrimenti non sarebbe stato spiegabile come mai l’inflazione ha subito forti impennamenti in questi ultimi mesi. In altre parole si è scoperto quello che si è sempre saputo, ovvero il tasso di inflazione non è matematicamente uguale per tutti. In verità lo avevano spiegato già prima. In un programma di Riccardo Iacona, in cui si intervistava un’imprenditrice, veniva già detto che se i prezzi dei biglietti aerei si abbassano e contemporaneamente aumentano quelli del pane, con tutta probabilità chi non usa l’aereo e campa solo di pane, avvertirà un incremento del costo della vita non paragonabile a quello di chi viaggia molto in aereo e si alimenta magari di caviale. Anzi, per il secondo il tasso di inflazione risulterà perfino più basso. Ma il vero killer degli stipendi degli italiani sembra essere sempre l’euro ed il suo arrotondamento a mille lire. Sarà vero?
In realtà, l’euro è solo una componente di questa crisi. Ciò che veramente ha mietuto e continua ancora a falcidiare i nostri portafogli è l’individualismo e l’egoismo sociale di questi anni. In una parola sola, il venir meno della coesione sociale. E’ come se avessimo perso la bussola, come se non sapessimo più in che direzione stiamo andando.
Abbiamo delocalizzato le produzioni industriali in zone dove la manodopera ha un costo irrisorio senza porci minimamente il problema di cosa sarebbe stato dei nostri operai. Abbiamo accettato il lavoro flessibile senza accorgerci che stavamo scivolando pericolosamente nella precarietà. Ci siamo giocati almeno una generazione che non è in grado non solo di progettarsi un futuro, ma nemmeno di averne un’idea. Continuiamo a vivere un eterno presente, un navigare a vista tra mari procellosi e nebbie fitte. Parimenti si pretende che il nostro mondo occidentale e la nostra nazione debba continuare a garantire consumi e ad assorbire i prodotti dei campioni dell’industria nazionale “made in China”.
Saremo capaci di ritrovare la bussola o continueremo eternamente a vivere questo stato incongruente di cose in cui si è persa completamente la capacità di comprendere il presente?


Sabino Saccinto

Pubblicato il 03.03.08 h 23:57

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