CICCIO E TORE

Omicidio o disgrazia? Il ritrovamento dei corpicini dei due bambini riapre l'inchiesta

E’ di questi giorni il ritrovamento dei corpicini di Ciccio e Tore, i due ragazzini di Gravina scomparsi in una sera di inizio estate di due anni fa. La vicenda la conosciamo. Sappiamo che a più di un anno dalla scomparsa dei due bambini, i magistrati hanno ritenuto colpevole di duplice omicidio volontario il padre e che questi è in carcere a Velletri.
L’avevamo quasi dimenticata quella storia, consegnata all’oblio dei casi non del tutto risolti, come troppo frequentemente accade quando le vittime sono bambini piccoli scomparsi per motivi mai spiegati del tutto. Pensavamo di non trovarli più Ciccio e Tore. Le cronache dei giornali ci hanno raccontato di ispezioni a tappeto condotte nell’intero paese, specie in quelle gole naturali che sono un po’ la caratteristica di Gravina. Luoghi buoni per far sparire piccoli corpi di bambini. Si erano avventurati perfino in Romania, magari nella speranza di ritrovarli vivi. Ed invece scopriamo che i due ragazzini erano finiti in un pozzo, in una cisterna per la raccolta di acqua piovana, non si sa bene come, non si sa bene perché.
Lo abbiamo scoperto dopo che in quel pozzo c’era finito un altro ragazzino, caduto lì dentro per disgrazia mentre stava giocando al pallone con i suoi amici. I nostri ricordi, quella sera, sono andati ad un’altra vicenda di pozzi e di bambini cascati dentro.
Erano gli inizi degli anni “80 quando Alfredino Rampi finì in un pozzo artesiano. Quella volta fu molto più profondo di quello dove è finito Filippo. Ricordo che quando Alfredino era a circa sessanta metri di profondità dalla buca, i vigili del fuoco ebbero la geniale idea di recuperarlo trivellando di fianco una sorta di tunnel parallelo, più agevole per farci passare un uomo, con il risultato che le vibrazioni della trivella fecero scendere il bambino più giù. Furono ore drammatiche in cui la morte e l’agonia di quel bambino furono riprese e commentate dalle televisioni di tutto il mondo, insieme ai disperati tentativi di recuperarlo. Scesero giù uomini smilzi, speleologi che si procurarono ferite per tentare di agguantare quell’esile speranza che teneva separata la vita dalla morte. Finì come finì. Non ci fu niente da fare.
A chi ricorda ancora quei momenti la vicenda di Filippo, caduto nel pozzo a Gravina, ha procurato come un tonfo nel cuore. Così come ha reso drammaticamente prudenti i vigili del fuoco, che non ci hanno pensato due volte prima di chiamare la loro squadra specializzati in interventi di recupero di questo tipo. Ma quando tutto è sembrato volgere al lieto fine ecco la drammatica scoperta. Il quel pozzo Filippo non era solo. C’erano resti umani, piccolo cadaveri mummificati. Il riconoscimento ufficiale è stata una semplice formalità. Non potevano essere che loro: Ciccio e Tore.
I particolari, ricostruiti all’indomani del ritrovamento, parlano di due bambini ancora vivi giù nella cisterna dopo la caduta. Sicuramente hanno riportato fratture, ma i due si muovevano, forse hanno gridato chissà quante volte aiuto senza che nessuno li abbia sentiti. Gli esami del pool di anatomopatologi di oggi, riportano la data della morte dei due bambini a circa quarantotto ore dopo la caduta. Una morte terribile, lenta, inesorabile. La posizione in cui erano i due corpicini accrescono l’angoscia, lo sconforto, la pietà: rannicchiati come feti in un gesto estremo di ultima difesa; difesa dal freddo, dal dolore, dal venir meno delle forze.
Ora, come già sostenuto in un editoriale di “Avvenire” oggi, non ci resta che sperare che sia stato un incidente. Lo dobbiamo e lo vogliamo sperare perché è impossibile, inumano, credere che un padre, per quanto violento, per quanto fuori di testa, abbia potuto, in preda a rabbia, stizza, comminare una punizione così efferata ed estrema. Condannarli a morte come solo si faceva nel Medioevo, chiusi spesso in una torre a patire fame e sete fino all’estinzione della vita.
Non possiamo e non vogliamo credere che un uomo possa così scientificamente programmare la morte di due suoi figlioli, buttandoli giù nel pozzo e poi tornare a casa come se nulla fosse accaduto e lasciarli lì a morire, senza un rimorso, un ripensamento, un naturale crollo psicologico. Quale mostruosità potrebbe mai giustificare questo? Saremmo alla negazione del nostro essere uomini, rimetteremmo in discussione tutto di noi stessi. Con quali occhi potremmo guardarci pensando e ritenendo che esiste, magari anche solo potenzialmente, un angolo buio dentro di noi, inesploso, dove albergano simili mostri?
Di sicuro il Pappalardi non sarà uno stinco di santo. Tra i motivi che hanno fatto ritenere ai giudici che è stato lui l’assassino dei due figli, c’è un buco di due ore nella ricostruzione dei fatti di quella sera, e le due ore coincidono proprio con i momenti in cui di Ciccio e Tore si perdevano le tracce. Poi ci sarebbe un’intercettazione ambientale ed una frase captata nell’abitacolo della sua automobile in cui, rivolgendosi alla sua compagna, minacciava di ammazzarsi se quest’ultima avesse rivelato il luogo dove erano nascosti i bambini. Tanto è bastato ai giudici per inchiodarlo quando ancora Ciccio e Tore erano semplicemente due persone scomparse.
I giudici non escludono ancora sue responsabilità, anche se ricostruire i fatti diventa un tantino più difficile. Dietro tutte queste vicende ci sono storie di ambienti degradati, di miseria, di situazioni famigliari impossibili. I due bambini, probabilmente, sono vittime due volte in queste vicende. La prima per la loro esistenza quotidiana fatta di violenza, soprusi, angoscia. La seconda per quella sera di estate che qualcuno o qualcosa gli ha spinti in quel cunicolo.


Sabino Saccinto

Pubblicato il 27.02.08 h 23:10

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