I DENIGRATORI

Una Destra a corto di argomenti si lancia nella denigrazione dell'avversario senza avere il coraggio di proporre alternative.

Una bellissima canzone di De Andrè, credo si trattasse di “Bocca di rosa”, recitava: “si sa, la gente dà buoni consigli, quando non può dare più il cattivo esempio”.
Questa frase è emblematica per un post apparso anche in home-page di Canosaweb.it e scritto da tale Seneca. Piuttosto che preoccuparsi di dare il buon esempio e smettere di far finta di dare buoni consigli, si preferisce dare consigli perché l’esempio è ormai screditato, screditatissimo. E chi dovrebbe dare il buon esempio? Non di sicuro Seneca, che non sappiamo manco chi sia, ma il suo Principale (tanto per citare la lettera di un altro comunista che darebbe l’orticaria ai destroni alla Seneca). Il buon filosofo della destra, ma da quelle parti c’è un’autentica inflazione appena appena contenuta dalla diaspora dell’UDC, non potendo elogiare le mirabili e progressive gesta del suo capo, pena lo scadere nel grottesco, si diverte a fare le pulci al candidato premier della coalizione opposta, tentando di renderlo sputtanato almeno quanto il Cainano (copy-right Marco Travaglio, non voglio rischiare una denuncia per plagio come stava accadendo ad un altro campione o campionessa della destra “de noantri”, tal Fiamma90). E sì, perché avendo esaurito a destra tutta la loro forza propulsiva, non sapendo cos’altro inventarsi, avendo già inventato tutto, e costretti ad inseguire l’avversario piuttosto che anticiparlo, non trovano altro di più interessante che sputtanarlo, sperando magari di vincerle d’ufficio, le elezioni. In questo raggiungono inconsapevolmente livelli addirittura impensabili, dando quasi l’impressione che non già di oppositori politici si sta parlando, ma di quasi delusi per Walter che non ha osato di più.
Il tormentone del filosofo un tanto al chilo (celebre citazione craxiana) sembra essere l’incoerenza del Walter nazionale che aveva promesso di andar da solo alle elezioni ed invece ha imbarcato Di Pietro e la Bonino (Paannella, lo apprendiamo dalle cronache di oggi, è fuori dalle candidature). Chiariamo subito che non esiste al momento nessuna legge o regola scritta o non scritta che impone ai partiti di presentarsi da soli piuttosto che in coalizione. Se il PD di Veltroni ha deciso di correre da solo lo ha fatto per una scelta politica sua, avendo ritenuto ingovernabile una coalizione troppo estesa che potrebbe far vincere le elezioni, ma anche far cadere il governo dopo appena due anni dal suo insediamento. Berlusconi, per poter dare l’idea di sfidare alla pari il PD, senza ricorrere ad un guazzabuglio di simboli e liste, si è inventato un partito in un giorno salendo sul predellino di un’automobile. Il nome era incerto, ma la sigla sicurissima: PDL. Il buon Fini ha avuto una giusta reazione durata qualche mese, definendo addirittura comiche finali la vicenda del predellino, salvo poi scegliere il ruolo di spalla del comico montando nel portabagagli della stessa automobile. Non esiste quindi una questione di coerenza o di lealtà nei confronti dell’avversario, ma solo una scelta politica che potrebbe rivelarsi giusta o sbagliata. Lo scopriremo solo vivendo, altra citazione da una canzone di Battisti.
I risultati dei sondaggi che lo stoico cita sono estremamente mutevoli, infatti da una scontata superiorità del PDL nei confronti del PD, sembrerebbe che gli ultimi stiano mostrando un netto recupero del centro-sinistra, tanto da far dire a Berlusconi, smentitosi, come di consueto, il giorno dopo: nel caso di pareggio si farà la grande coalizione. Fin troppo ovvia la risposta di Walter: l’unica grande coalizione era quella per le riforme istituzionali e la legge elettorale. Sappiamo tutti come è andata a finire.
Il filosofo si mostra stupito dal fatto che chi aderisce ad un partito non abbia letto il programma. Mi stupisco del suo stupore, probabilmente pensa che il programma dell’Unione (trecento e passa pagine) lo abbiano letto tutti. Quello di Berlusconi, in compenso, nel 2001 non si chiamava nemmeno così. Eravamo all’epoca del contratto con gli italiani in dieci punti (ma se ne azzeccava otto si considerava promosso comunque) firmato in una puntata di “Porta a porta” che rimarrà agli annali come uno dei più alti momenti di comicità, non si sa bene quanto involontaria. Un comico vero, Benigni, definì lo sketch tra Vespa e Berlusconi meglio di una gag di Totò e Peppino. Quest’anno, sempre a “Porta a porta”, la spalla del Cainano ha provato a riproporre la comica (saranno queste quelle a cui si riferiva Fini?), ma il Cavaliere ha declinato l’invito con un “non possumus”. Con il programma deve aver avuto qualche contrattempo, i suoi solerti funzionari non l’avevano ancora preparato e la scrivania di ciliegio di sette anni fa è rimasta mestamente privata dell’onore di sentir posato un così illustre deretano. Siamo tutti comunque spasmodicamente in attesa di vedere il Nostro disegnare su lavagne già segnate tunnel marini, autostrade volanti, gallerie autotrivellanti. Il divertimento è assicurato.
E’ curiosa un’affermazione del filosofo quando considera giustizialista Di Pietro che vorrebbe privare Mediaset di due reti televisive (sappiamo ovviamente che le reti Mediaset sono più di tre, avendo attivato canali anche sulla piattaforma digitale dove a pagamento trasmette le partite di calcio) e liberali quelli che al contrario non la penserebbero come Di Pietro. Sui danni di credibilità internazionale ed economici rimando il filosofo ad un mio precedente post (http://www.canosaweb.it/canosa/informa/1590.html). Sulla presunta liberalità della scelta di non contrastare un monopolista di fatto, lo rimando invece ai più voluminosi tomi del pensiero economico. Chiunque abbia un minimo di nozioni i economia e di scienze politiche sa che liberalità significa includere più soggetti economici e limitare gli abusi da posizione dominante, che è l’esatto contrario di quanto accade oggi in Italia, dove si consente ad un privato di essere proprietario di tre reti nazionali; di tenere in piedi su canali terrestri una televisione destinata al satellite da due sentenze due della Corte Costituzionale; di candidarsi liberamente alla carica di Presidente del Consiglio, in maniera tale da controllare, tramite suoi emissari, anche le restanti reti di proprietà dello Stato. Per Seneca la liberalità sarebbe questa. Non so dove ha appreso tali concetti, ma rimango basito di fronte a cotanta ignoranza.

Che anche l’intelligenza, e non solo la Forza, sia con Voi.

P.S.: nel suo post Seneca fa un riferimento improprio, che definire di cattivo gusto è un eufemismo, al colore della pelle di Barak Obama. Tirare in ballo simili argomenti al solo scopo di denigrare un avversario politico, mi sembra non solo al di là di ogni limite di decenza, ma addirittura offensivo nei confronti di tutti. Il razzismo rimane purtroppo ancora una piaga da estirpare completamente. Spero che Seneca se ne avveda e che chieda prontamente scusa.


Sabino Saccinto

Pubblicato il 23.02.08 h 23:40

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