Pregiatissima Direzione de “il Campanile”, lungi da me l’idea di procrastinare sine-die una discussione che a molti potrebbe apparire chiusa già da qualche mese, ma l’ultimo intervento dell’avv. Lomuscio in risposta, credo, a quanto sostenuto dal vostro corsivista Eraclio, è fin troppo invitante.
Sgombriamo subito il campo dall’idea che ci sia uno specifico canosino per quanto accaduto alle recenti elezioni comunali. Nelle secrete stanze dei partiti di opposizione, quelli che hanno perso malamente queste elezioni, circola qualche malumore secondo il quale ciò che è accaduto a livello locale è legato in un qualche modo ad una situazione politica nazionale non facile. Il dato nazionale nella sua intierezza lo conferma. Di certo a Canosa si è assistiti ad una sorta di amplificazione di tale tendenza per trascorsi tipicamente nostri, ma non ritengo che questo sia ricollegabile al motivo esposto (anarchismo di fondo della società canosina). Penso che le motivazioni siano più di una e piuttosto articolate. Io vorrei soffermarmi per un attimo su quella che ai più è sembrata la più plausibile, ovvero l’elevato numero di rappresentanti di lista con annesso compenso.
Ebbene, l’idea di un accordo tra i partiti o le liste elettorali (riconducendo tra queste anche quelle civiche) per ridurre il numero di loro rappresentanti non mi sembra molto praticabile. In un comune dove si vota in 33 sezioni ne basterebbero appunto 33 per ogni lista per rappresentarle tutte adeguatamente, ma la questione della quale non ho sentito molto discettare, per la verità, credo sia anche il numero esageratamente alto di liste, civiche soprattutto, che hanno caratterizzato questa tornata elettorale e che hanno sconvolto i fin allora collaudati assetti politici. Non capirò mai perché personaggi che avevano già avuto una buona rappresentanza in certi partiti fino a qualche elezione prima, si ritrovino ad essere leader di liste dai nomi che ricordano più i titoli di certi romanzi di appendice che movimenti con un preciso programma politico. Sarebbe stata più logica una loro candidatura, magari anche in posizioni più basse, nelle loro liste naturali, cosa che regolarmente non è accaduta. E se crescono le liste collegate allo stesso sindaco, crescono proporzionalmente i candidati, i rappresentanti di lista, gli elettori che preferiscono votare per un candidato piuttosto che per un altro per questioni di affinità quasi mai politica. Cresce il costo della politica e si abbassa sensibilmente la qualità della competizione politica.
A mio parere questo è un fenomeno politicamente e sociologicamente preoccupante, in quanto ci avvicina a realtà (altro che canosinità) a cui non avremmo voluto assolutamente rassomigliare. Ve la ricordate quella trasmissione di Riccardo Iacona (“Viva l’Italia” credo si chiamasse) in cui si parlava delle elezioni a Reggio Calabria con tutto il contorno di voti che si spostavano a pacchetti da un candidato all’altro, con i capi-elettori che conoscevano uno per uno i loro polli e guai a chi sgarrava? Non so dire se la nostra canosinità ha raggiunto quel livello di degrado, ma le basi ci sono, eccome. Quando i partiti tradizionali entrano in crisi, meritata o meno che sia, quando a guidare la scelta dei cittadini-elettori non è più l’idea che si ha della società, della politica, della vita; quando non è più l’idea di un futuro più o meno possibile a guidarci nella scelta, allora sì che siamo in crisi vera, profonda. Un partito politico rappresenta, dà corpo e sostanza a tutto questo. In esso si ritrovano persone che grosso modo condividono un progetto, un programma. Ma quando ci si affida ad una lista che non ha radicamento nella società, che dura giusto il tempo di una campagna elettorale, che non ha una sede sociale, che potrebbe sciogliersi e non significare più niente già il giorno dopo che quel notabile locale ha assunto la sua confermata carica in Consiglio Comunale, dove si va? Dove andiamo, mi chiedo. Ci troviamo di fronte per caso alla realizzazione in campo di un modello politico post-partitico in cui a prevalere non sono più i simboli dei partiti, ma gli slogan che danno nomi e volti (noti ed usurati) a liste civiche create di bella posta? La forte personalizzazione della politica, intesa come il focalizzarsi dell’attenzione tutta su un uomo piuttosto che sui contenuti, associata alla scarsità, se non al blocco, della capacità di elaborazione dialettica, tipica dei nostri tempi ed imposta dalla povertà degli strumenti culturali di cui purtroppo siamo vittime spesso inconsapevoli, non prefigurano scenari molto rassicuranti per il futuro e la canosinità è solo un “di cui” di questo. Credo sempre che il problema sia più generale e che meriti una profonda discussione, molto più ampia di quanto sia possibile fare dalle pagine di un periodico. Altresì rilevo che nei partiti che hanno perso queste elezioni e che dovrebbero dedicare molto più spazio alla comprensione delle cause che hanno prodotto questo risultato, all’elaborazione del lutto (come si diceva una volta) vi è ancora una crisi da obnubilamento, in pratica non si sono ancora ripresi dalla mazzata. Evidentemente si ritiene che sia meglio giocare di rimessa fra tatticismi e verticismi di Palazzo, piuttosto che intraprendere discussioni nella società che potrebbero rivelarsi scomode. Personalmente non sono d’accordo.

Con cordialità.

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