La pagina del Caimano

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare. (Martin Niemoeller)

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Il caimano 6 Berlusconi e i giudici

Il caimano 5 Il ritorno di Berlusconi nel 2001 e l'esordio al G8, una sorta di biglietto da visita con cui la Destra si è presentata.

Il caimano 4 La vittoria inaspettata e sorprendente di Berlusconi nel 1994.

Il caimano 3 I primi passi del Cavaliere nel mondo della politica. Neofita o vecchio marpione che sfruttando abilmente i mass-media è riuscito perfino a rifarsi una verginità?

Il caimano 2 L'interesse imprenditoriale del Cavaliere per le TV è da considerarsi un mero interesse economico o valutati il contesto storico e le sue vicissitudini personali, specie quelle più incoffessabili, è solo una tappa di quella che sarà la sua storia politica?

Il caimano 1 Quando è iniziato il potere di Berlusconi?

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Il sito ufficiale di Piero Ricca. L'uomo che diede del buffone o puffone al Cavaliere

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Voglio scendere. Curato da Marco Travaglio, Peter Gomez, Corrias

Parlare di Silvio Berlusconi e porsi il quesito se sia o meno un genio non è cosa così semplice. Molti diranno che non può esserlo, sarà scaltro, furbo, geniale in alcune sue manifestazioni, ma che l’aria del genio tout-court di sicuro non gli appartiene. E va bene, concediamolo, anche se oggettivamente tutto fa pensare che quella persona, se non è stata baciata terribilmente dalla fortuna, è di sicuro uno degli uomini che meglio di molti altri è stata in grado di elaborare una strategia globale e di lungo termine; non solo per arrivare alla conquista del potere, ma per restarvi avvinghiato il più possibile e dopo aver operato per qualche lustro a prepararsi il terreno, ovvero quella forma di manipolazione delle coscienze per cui l’essere berlusconiano non è un fatto strettamente politico, ma uno stato antropologico.
Questo articolo non è assolutamente una biografia di Berlusconi, ve ne sono molte in giro più o meno autorizzate, si sforza semplicemente di essere una riflessione critica e possibilmente oggettiva, per quanto oggettivi si possa essere parlando di un personaggio come il suo, su alcune questioni della sua vicenda, in cui emerge la natura spesso contraddittoria e, appunto per questo, perniciosa dell’uomo che è stato già al potere (e che potere!) per circa sei anni ed è ritornato in questo infausto 2008, pronto a rimanerci ancora per almeno altri cinque anni.

La riforma della giustizia

“Resistere, resistere, resistere”. Queste parole, pronunciate da Saverio Borrelli quando era ancora Procuratore Capo di Milano, rendono il clima che in quegli anni si viveva nei Palazzi di Giustizia che avevano avuto la fortuna o la sventura di imbattersi nei procedimenti che riguardavano il Cavaliere. Se, volendo confutare una certa teoria, dovessimo ritenere ancora che tra Gelli e Berlusconi sia sempre esistito, almeno idealmente, il rapporto che corre tra maestro e discepolo nel trasformare la democrazia italiana in un qualcosa di diverso, ci chiederemmo come mai Gelli non si sia scelto un personaggio meno compromesso con i processi, in maniera da poter dare maggiore autorevolezza ad un governo che si proponeva, tra le altre cose, anche l’obiettivo di addomesticare la giustizia, separando le carriere dei magistrati e sottoponendo i pubblici ministeri all’esecutivo.
In realtà, il Cavaliere ha sfruttato quanto poteva i procedimenti contro di lui, ritenendo che fossero il frutto acido di una magistratura politicizzata a favore dei comunisti, rifiutandosi però di difendersi nel merito nelle aule di giustizia. In più di un’occasione ha perfino sostenuto di essere innocente. La poneva così, come un atto di fede a cui dovevamo tutti sottostare, guardandosi bene dal fornire spiegazioni o argomenti per smontare le accuse. In questo si cimentavano poco anche i suoi avvocati per la verità. Non per niente Niccolò Ghedini ricordava a memoria tutto il Codice di Procedura penale, un po’ meno il resto.
La Riforma della Giustizia con ministro il leghista Castelli, fu un combinato disposto tra leggi ordinarie e leggi addirittura costituzionali. Innanzitutto bisognava gerarchizzare le Procure, facendo in modo che si rafforzasse la figura del Procuratore Capo che doveva avere (secondo la riforma) ampia facoltà di avocazione delle indagini. Quello delle avocazioni era il cavallo di Troia che permetteva all'Esecutivo di tenere sotto scacco la Magistratura inquirente. Con la legislazione attuale, una volta assegnata l’inchiesta ad un sostituto diventa quasi impossibile fargli decadere la competenza. Fenomeni di avocazione si verificano anche oggi, ma solitamente sono sempre seguiti da sonore polemiche e comunque ne costituiscono l’eccezione, non la regola. Con la riforma Castelli l’avocazione sarebbe stata una regola. Ogni Procuratore Capo avrebbe potuto assegnare e ritirare un’indagine ad uno qualsiasi dei sostituti con buona pace della loro autonomia. Per il sistema politico è più facile infatti controllare un procuratore per Procura che tutti i procuratori d’Italia: il massimo del risultato con il minimo dello sforzo.
Ma l’esecutivo Berlusconi non mirava solo a questo. Altro punto che infastidisce abbondantemente chi comanda, e che rappresenta un punto di forte indipendenza del potere giudiziario e garanzia per tutti i cittadini di uguaglianza di fronte alla legge, è l’obbligatorietà dell’azione penale.
La riforma prevedeva che fosse la politica, tramite il Guardasigilli, a suggerire, anno per anno, quali sarebbero stati i reati e i delitti da perseguire. Probabilmente ai delitti della casta non sarebbe mai toccato. Si prevedeva che il Guardasigilli tenesse annualmente una relazione in Parlamento sullo stato della giustizia e che se ne ricavassero perfino le indicazioni per l’anno a seguire.
Per fortuna il pacchetto giustizia non è mai stato approvato completamente. Altro elemento che lo rendeva particolarmente pernicioso ed asservito era l’istituzione di una scuola per magistrati, l’esame di idoneità e la progressione in carriera per concorsi e non per anzianità che avrebbe costretto i magistrati ad impegnare buona parte del loro tempo a studiare piuttosto che a celebrare processi.
In quanto alle carriere non si sarebbe operata una separazione netta, ma si sarebbero introdotti ostacoli per rendere meno semplice il passaggio dalla magistratura requirente a quella giudicante.
Non dimentichiamo che il Piano di Rinascita democratica di Licio Gelli considerava strategico portare sotto il controllo dell’Esecutivo le Procure della Repubblica. Fatto. Si potrebbe dire come in un vecchio spot del Berlusconi I del 1994.

Ultimo aggiornamento del documento: Sun 16.06.09 h 13:59

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