
Clay Regazzoni
15
dicembre 2006 - Non ha mai sollevato il piede
dall’acceleratore: nella guida come
nella vita. Avido di emozioni forti, di confronti, di novità. Ma anche
fortemente legato ai figli, ai fratelli, agli amici. Clay Regazzoni era tutto
questo e molto di più, perché era uno di quei personaggi senza confini né limiti
di cuore, sempre guidato dall’istinto più che dalla ragione. Un uomo saggio
intriso di generosità e di follia, capace di usare l’ironia anche nei momenti
più drammatici come quando, due giorni dopo l’incidente che gli aveva
paralizzato le gambe a Long Beach nel 1980, bloccato in un letto d’ospedale,
davanti al fratello appena giunto da Lugano che gli chiedeva come stesse,
rispose sorridendo: «Sto bene, domattina vado a giocare a tennis, ho appena
prenotato il campo». Due ore prima, un medico gli aveva detto che non sarebbe
più tornato a camminare.
Regazzoni piaceva a tutti per questo, con quell’aria da simpatico guascone.
Temerario sempre un po’ più del dovuto, inarrendevole, appassionato: “Non
smetterò mai di correre”, ci aveva detto poche settimane fa, parlando delle sue
gare con le vetture storiche, nelle quali si impegnava, ovviamente, come fossero
stati dei GP. La Ferrari lo rese grande, in cambio diede a Maranello impegno e
amore a profusione. Enzo Ferrari lo amava, anche se non gliene perdonava una.
Come quando Clay, creando una linea di jeans, mise abusivamente il Cavallino
Rampante su una tasca posteriore: “Proprio lì doveva metterlo?” gli borbottò il
costruttore, minacciandogli, per finta, una causa.
Il suo passo di tango con la Carrà, in una trasmissione tv del sabato sera, fece
crescere a dismisura la sua popolarità attribuendogli una dimensione di baffo
diabolico e irresistibile, pari a quella di un novello Rodolfo Valentino.
Fascino sul quale lui, poi, ha giocato molto. Era un uomo vero, forte e debole
come tutti. Ma un pochino di più. Al
Paraplegiker
Zentrum di Basilea lo trovammo in un prato, con la carrozzina, accanto ad una
bellissima ragazza sdraiata, ventre in giù, su un lettino mobile. Era una
cantante caraibica, rimasta tetraplegica dopo essere scivolata in discoteca: "La
vedi? A lei sì che è andata veramente male. Sono qui, le faccio il filo, spero
di tirarle su in qualche modo il morale, in confronto a lei io non ho nulla”.
Clay, però, ha pure avuto momenti di sconforto. Ne ricordiamo uno, al ritorno
nella casa di Lugano, dopo il dramma di Long Beach. A un certo punto disse: “Sai
cos’ho in quel comodino? Una pistola. Non l’ho usata, avrei voluto farlo. Per un
po’ ho pensato di essere stato un vigliacco per non essermi suicidato, poi ho
capito che sarei stato un grandissimo vigliacco se invece avessi premuto il
grilletto”. Nella sua carriera, ha sempre mostrato uno stile bellissimo,
alternandolo a rischi disumani e a incidenti terrificanti. Ma per lui l’impresa
andava oltre il risultato. Non a caso, ha sempre confessato che la sua più
grande corsa è stata quella in cui ottenne il secondo posto a Montecarlo, con
una favolosa rimonta, non riuscendo a superare per pochi met
ri
il vincitore Reutemann.
Quando qualcuno lo voleva consolare per la sua condizione, troncava il discorso:
“Le disgrazie sono altre. Io non muovo le gambe, il resto
è tutto a posto”. Un giorno, ricevemmo una telefonata al giornale. Era lui: “Sai
che, da paraplegico, ho fatto il tragitto da Montecarlo a Lugano in solo 14’ in
più di quando usavo le gambe? Il doganiere mi ha fatto perdere almeno 5’.
Settimana prossima batto il record”. Un mese dopo ci accompagnò da Codogno a
Milano dopo una festa, con la sua Bmw bianca con i comandi al volante. Fu un
viaggio terrificante nella nebbia, a velocità d’arresto. Sotto casa di chi
scrive, Clay sorrise: “Nella nebbia è sempre meglio restarci il minor tempo
possibile...”.
Amava la polemica e le discussioni, i crotti del Ticino, le bevute, tirar tardi
la notte, le scommesse da qui a là in un’ora e 37 minuti, il mare, le baldorie.
E si godeva il silenzio del privato potando le rose della casa di Mentone e
scatenandosi in lettere che scriveva al computer, per curare mille iniziative
benefiche. Splendido Clay, gran seduttore, diceva che nulla vale quanto spremere
tutto dalla propria esistenza, esagerando sino alla fine.

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