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francobollo Montanellia Paolo Ferrero



Il 4 settembre 2009 è apparso sulla prima pagina di Liberazione un articolo del segretario di Rifondazione Paolo Ferrero intitolato: “Berlusconi e il piano P2 sulla stampa”; il testo di pagina 1 si può leggere qui, la continuazione di pagina 2 qui, sotto il richiamo dell'inizio colonna:
E ' lo stesso Berlusconi che licenziò, dalla sera alla mattina, un giornalista e uno scrittore
apertamente di destra ma dalla specchiata indipendenza e libertà come Indro Montanelli

Un'affermazione che ha spinto il compagno Andrea Montella a scrivere questa lettera che, anche per la sua unghezza e la riduzione della foliazione di Liberazione, non è stata ancora pubblicata.
Data l'importanza e l'attualità della questione iniziamo a metterla in rete per farla conoscere al maggior numero di persone.


Riflessioni sulla libertà di informazione nell’epoca della P2
e in vista della manifestazione per la libertà di stampa

 

Caro Ferrero

  Ho letto con molta attenzione il tuo articolo su Liberazione del 4 settembre dal titolo “Berlusconi e il piano P2 sulla stampa” e condivido le tue preoccupazioni sul degrado della democrazia e sull’attacco all’informazione nel nostro Paese.

Ma vorrei controbattere due affermazioni che fai e aggiungere che tutto questo degrado non è frutto del caso e della sola cattiveria del “cavaliere nero” (alias Berlusconi) ma è il risultato di decenni di anticomunismo praticato costantemente da tutte le frange della borghesia, sia a livello nazionale che internazionale.

L’affermazione che Indro Montanelli è stato giornalista e scrittore “apertamente di destra, ma dalla specchiata indipendenza e libertà”, fa a pugni con la sua storia personale. “Cilindro” Montanelli è un caso di beatificazione laica che ha dell’incredibile, dovuta ad alcuni suoi “vescovi” come Travaglio o agli ex Pci ora Pd, che nasce dalla rimozione di fatti gravissimi compiuti dal giornalista che danno la misura della forza politica dell’opinionista di Fucecchio.

Montanelli, ringraziando Benito Mussolini, nel raccontare la sua esperienza di comandante di una banda di Ascari durante la guerra d'Etiopia così si esprimeva: «Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora» (Indro Montanelli XX Battaglione Eritreo, Panorama, Milano, 1936, pag. 226).

In un pezzo per Civiltà Fascista (gennaio 1936) intitolato "Dentro la guerra” scrisse della sua esperienza africana: «Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà». Ricordiamo che durante la campagna d’Eritrea Montanelli aveva acquistato una dodicenne come moglie.

Se a questo punto qualcuno potrebbe osservare “sono errori di gioventù”, che giudizio dare dell’intervista rilasciata da Montanelli, alla bella età di 69 anni, alla Tiroler Tageszeitung il 28 marzo 1978, dodici giorni dopo il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse? «Nessuno può sapere che cosa ci attende. Molto dipende dalla soluzione del caso Moro. Se Moro dovesse ritornare a casa e riprendere la sua attività politica con l’aureola del martire, allora andremmo verso un governo con i comunisti e più tardi l’uscita dell’Italia dal Patto atlantico e ad una collocazione terzaforzista, come la Jugoslavia. Se Moro sarà eliminato fisicamente (come Schleyer) o se torna dopo una umiliante trattativa con le Brigate rosse, allora le cose possono andare diversamente. In tal caso il compromesso storico perderebbe il suo grande stratega e nessuno sarebbe in grado di raccogliere l’eredità di Moro».

Questa intervista che sembra un’indicazione precisa su come doveva finire il presidente della Dc, il progetto del Pci e la Repubblica nata dalla Resistenza è riportata nel libro di Sergio Flamigni La tela del ragno (Kaos edizioni).

Gli episodi che ti ho appena riportato, e che sono solo una scelta tra tanti, penso possano dimostrare come Montanelli si sia sempre adattato al padrone più forte. Concedendosi magari il lusso di parlare fuori dai denti del padrone più debole o del più ricattabile. Ma sempre in funzione anticomunista.

Questo anticomunismo è stato alimentato nel nostro Paese dalle due ali della borghesia, quella considerata più progressista e incarnata dai De Benedetti, e quella più reazionaria, dei vari Valletta, Monti, Pesenti, Costa e dai molti uomini con forti collegamenti con la macchina statale come Mandelli e Cefis. E anche dalla complicità di molti vertici religiosi di un po’ tutte le fedi.

Al vertice di questa politica anticomunista si sono posti da sempre gli Agnelli  e le loro strutture politico-culturali (ovviamente di stretta osservanza massonica, loggia Montecarlo): padroni de La Stampa, della FIAT e presenti nel Corriere della Sera, gli Agnelli sono la famiglia che, su mandato dei grandi banchieri internazionali inseriti nel superesclusivo Gruppo dei 17 con Carlo De Benedetti (vedi Il Mondo dell’11 maggio 1987), nel Bilderberg e nella Trilateral Commission, aveva il compito di esercitare tutto il potere possibile in questa parte del mondo per impedire al Pci di andare al governo e modificare, quindi, gli assetti tra le classi nell’area del Mediterraneo, fondamentale nella più generale lotta al comunismo, rappresentato dai Paesi dell’Est Europa.

In questo senso Berlusconi è una loro creatura, frutto di un progetto che viene da lontano: «Nel 1945 un folto gruppo di grandi industriali (tra cui Vittorio Valletta, Piero Pirelli, Rocco Armando ed Enrico Piaggio, Angelo Costa e Giovanni Falck) si riunisce a Torino – il 16 e 17 giugno – per decidere i piani per la “lotta al comunismo con qualsiasi mezzo”, sia con la propaganda che con l’organizzazione di gruppi armati, questi ultimi affidati a Tito Zaniboni, un ex deputato socialista vicino alla massoneria e autore di un attentato a Mussolini che aveva provocato dure ritorsioni contro la muratoria. Secondo un rapporto dei servizi segreti americani, “le spese previste sono enormi ma gli industriali sono disposti a finanziare l’avventura”. I primi fondi, 120 milioni, sono stanziati subito e vengono depositati in Vaticano». (da Fratelli d’Italia di Ferruccio Pinotti, BUR).

Nel 1976 all’ennesima tornata elettorale, con il Pci in forte ascesa, Gianni Agnelli diceva dei comunisti: «Se vinceranno le sinistre bisognerà lottare perché rimangano spazi di libertà per tutti...». E negli anni Ottanta, in pieno craxismo, ripeteva spesso, impaziente: «Quanti anni ci vogliono ancora, prima che il Pci scompaia?» (Massimo Giannini su la Repubblica, 25 gennaio 2003).

Per far sparire il Pci come voleva Agnelli c’è voluto il lavoro discreto, riservato e occulto della massoneria e in particolare della P2, con il suo progetto conosciuto come Piano di rinascita democratica, scoperto il 17 marzo 1981 ma redatto in precedenza.

 

Ripercorriamone la storia a partire da un torrido luglio del 1975: «Carlo De Benedetti, leader degli industriali piemontesi, pupillo dell’Avvocato ed ex compagno di scuola di Umberto, lanciò la “sfida imprenditoriale al Pci”. La tesi era suggestiva e partiva da un preciso presupposto. “Non sappiamo se credere più nel rinnovamento della dc o nel revisionismo del pci”, aveva detto poco prima l’Avvocato interpretando il disorientamento che serpeggiava nell’armata industriale. La Confindustria, insomma, prendeva ufficialmente le distanze dal mondo politico tradizionale, condannava in blocco la dc e prendeva atto che il “vuoto di potere” che si era determinato non poteva essere colmato “dai logori schemi” in cui si muovevano gli alleati dello scudo crociato: i repubblicani e i socialisti.

Di qui la conclusione piuttosto suggestiva di De Benedettti: è tempo scrisse, che gli industriali si pongano “come ispiratori di una politica economica generale, di un consenso che vada ben oltre la sola classe imprenditoriale”. Ed ancora: è tempo che “leader riconosciuti del mondo imprenditoriale e manageriale siano corresponsabilizzati nella gestione vitale per la ricostruzione del Paese”».

La ricostruzione di questa strategia padronale è riportata nello splendido libro di Cesare Roccati Umberto & C. – Gli anni caldi della Fiat (Vallecchi, 1977).

Sempre in questo libro viene analizzato cosa c’era dietro la proposta di De Benedetti (massone della loggia Cavour del Grande Oriente a Torino, con il brevetto n. 21272 di maestro dal 18 marzo 1975): «Gli osservatori, allora si interrogarono a lungo. E tutti concordarono su un punto: era finito il tradizionale collateralismo con la dc ed iniziava per gli industriali l’era di un “impegno diretto”, come “ministri” di un governo “tecnico”, o addirittura come “partito”».

Questo progetto maturato negli studi ovattati della Fondazione Agnelli, il maggior laboratorio culturale d’Italia, è il canovaccio per far “scendere in campo” gli imprenditori in politica. Identico nei contenuti al Piano di rinascita democratica della P2.

 

La massoneria con la P2 realizzò una sintesi politica extraistituzionale di diversi interessi che andavano da quelli dell’alta borghesia capitalistico-finanziaria a quelli dei manager di Stato a quelli religiosi tutti accomunati dalla paura dell’ascesa del Pci di Berlinguer e dalle sue proposte politiche del Compromesso storico e dell’Eurocomunismo.

Non è certo frutto della sfortuna che tutti i politici che hanno provato a realizzare politiche a favore del Pci siano stati assassinati o siano stati isolati in modo brutale nell’opinione pubblica con l’uso dei classici espedienti dei servizi segreti: Moro e Olof Palme assassinati. In seguito inchieste parlamentari, giornalistiche e di studiosi come Sergio Flamigni, il professor Giuseppe De Lutiis, Mario Guarino, Gianni Flamini solo per citarne alcuni, hanno dimostrato che in tutti e due i casi la P2 ha avuto un ruolo fondamentale nella loro eliminazione.

Sino a giungere agli omicidi selettivi di destra e di “sinistra” praticati nel nostro Paese, che hanno fatto piazza pulita, come diceva il golpista Edgardo Sogno dei traditori in seno alla borghesia che volevano aperture politiche al Pci.

 

Ma in questa politica anticomunista non hanno avuto un ruolo anche certe formazioni estremiste e socialiste? Come Potere operaio di Toni Negri e Lotta Continua di Adriano Sofri e il Psi di Craxi. Oggi, come allora mediaticamente coccolati dai giornali padronali? Quanto spazio hanno avuto e hanno costoro sui media “democratici” nel realizzare quel processo di revisione continua della storia e della politica, tanto utile per determinare un radicamento di massa di quell’anticomunismo borghese di cui Berlusconi è il caso estremo e palese?

In questo processo degenerativo della democrazia hanno avuto un ruolo sia i Montanelli che gli Scalfari, uno sul fronte della destra politica e l’altro su quello della sinistra. Tutti e due convergevano nei momenti elettorali sulla Dc e sinergicamente hanno alimentato l’anticomunismo. Straordinarie coincidenze anche nelle date di nascita dei loro giornali: Il Giornale esce nel giugno del 1974 e la Repubblica a gennaio del 1976. Anni fondamentali e di forte ascesa del Pci. Il Giornale e la Repubblica nel loro modo di agire nel sistema mediatico ricoprono il ruolo del poliziotto buono e di quello cattivo durante gli interrogatori. Sia il cattivo che il buono, vogliono la stessa cosa e lavorano per la stessa struttura...

Gli effetti di questa politica unitaria massonico-borghese hanno trasformato la società, le istituzioni, i partiti e la nostra Costituzione. E il PD e PDL non sono quelle formazioni politiche descritte nel Piano di rinascita democratica nel capitolo Procedimenti? Dove al punto d si afferma: «...usare gli strumenti finanziari stessi per l’immediata nascita di due movimenti: l’uno a sinistra (a cavallo fra Psi-Psdi-Pri-Liberali di sinistra e Dc di sinistra), e l’altra sulla destra (a cavallo fra Dc conservatori, liberali e democratici della Destra nazionale)». La nostra estromissione, dai vari Parlamenti, con i vergognosi e antidemocratici sbarramenti elettorali da tutti sostenuti, non è andato nella direzione del progetto piduista? E oggi quale mezzo di comunicazione di massa gestito dai padroni non vuole un sistema politico più consono ai bisogni dell’impresa, più accentrato, meno democratico e con i politici asserviti a questo o a quel padrone in ascesa sul mercato?

Con queste argomentazioni rispondo all’affermazione che fai nel tuo articolo che Silvio Berlusconi «ha sempre avuto una concezione tutta e solo “proprietaria”, nel senso classico e peggiore del termine, quello ottocentesco, dei giornali e delle televisioni. Per il premier, cioè, i media o sono “i suoi” o non devono mai disturbare il manovratore».

La massima libertà concessa attualmente a un cittadino è per quale padrone tifare. Cosa cambia per un proletario se il padrone dei giornali e delle Tv si chiama Berlusconi o Murdoch o De Benedetti o Agnelli? L’informazione da quando c’è stato un incremento delle Tv private è migliorata? Ha contribuito a migliorare il nostro Paese, lo ha reso più civile ed evoluto?

La risposta alla luce dei fatti non può che essere negativa. Quindi non è la quantità di televisioni e di giornali che garantisce la qualità dell’informazione. La qualità dell’informazione è strettamente legata alla possibilità da parte dei lavoratori del settore, di raccontare la verità sociale che sta dietro ad un fatto di cronaca, che non può essere raccontato in modo asettico o a favore degli interessi del padrone di turno.

Chi può garantire un’informazione che non sia solo uno strumento dei padroni per espandere la loro egemonia e un semplice strumento di guerra psicologica in funzione antiproletaria? Io penso che solo lottando per togliere ai padroni i mezzi di comunicazione, dandoli in gestione direttamente ai lavoratori di quel settore si possa ottenere un riequilibrio verso un sistema dell’informazione che sappia coniugare democrazia, informazione corretta e reale indipendenza, che sono fondamentali per una crescita civile del nostro Paese.

Quindi lavoriamo per liberare la società da questa dittatura mediatica facendo noi come comunisti, chiarezza sino in fondo, sul ruolo dei media nell’era del progetto piduista capitalista, costruendo una proposta politica contro la privatizzazione dei mezzi d’informazione e facendo del nostro giornale uno strumento di lotta politica e un modello di informazione veritiera come lo fu l’Unità. Un giornale costruito da dirigenti politici che sapevano collocare anche la libertà d’informazione e le alleanze all’interno delle dinamiche della lotta di classe.

 

Saluti comunisti
   Andrea Montella

16 settembre 2009

Url: http://www.webalice.it/raffaele.simonetti/archives/Montella_lettera_a_Ferrero.html
Ultimo aggiornamento: 2009-10-02