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| LE FIABE
Pubblicata con il contributo dell'AIC Regione Friuli Venezia Giulia"Il rimedio della Vecchia Igea" che ha per tema la celiachia e alcune considerazioni pedagogiche per genitori e insegnanti. La storia è illustrata da LINDA CUDICO illustratrice per bambini di Torreano di Cividale con cui ho iniziato da quasi un anno una proficua e "creativa" collaborazione
La fiaba è visibile sul sito DIENNETI, insieme alla filastrocca di Endomì sul prontuario degli alimenti e la storia del perfido Gluten
iN PUBBLICAZIONE "Cumino e il mistero veneziano" con la collaborazione dello storico veneziano Alberto Toso Fei
In collaborazione con L'AIC Lombardia il comune di Milano e l'EXPO è stato pubblicato per le scuole d'infanzia il volume " La vecchia Igea e le storie del bosco" con fiabe e parte pedagogica sulla celiachia, CD sonoro
HO SCRITTO FIABE E RACCONTI SULLA RIVISTA NAZIONALE DELL'AIC. HO PARTECIPATO A MOLTI CONCORSI PER LETTERATURA PER BAMBINI E RAGAZZI. Questa è una passione che ho da quando ero piccola e che oggi condivido con mia figlia Carlotta di sette anni. Insieme "andiam per fiabe " incontrandoci non solo nella vita reale ma anche nella fantasia...
Fiaba che ha avuto il premio della critica nel concorso "La favola bella" di LEGNAGO
L'aquila del giorno e della notte
C'era una volta un'aquila,maestosa, forte nel suo volo a falcate.
Tagliava l'aria senza paura e si faceva trasportare dal vento
che impetuoso soffiava ad alta quota, lassù vicino al Grande Spirito.
Il suo sguardo attento scrutava la terra e partecipava ad ogni piccolo movimento della natura.
Solitaria conduceva le battaglie per la sua sopravvivenza e non chiedeva niente a nessuno.
Non le avevano insegnato a chiedere.
Chiedere significava essere deboli, bisognosi.
Non poteva permetterselo: era un rapace.
Ogni animale la temeva e provava verso di lei un reverenziale timore perchè era l'unico uccello in grado di spingere il suo sguardo oltre l'orizzonte.
Volteggiava appena avvistava una preda; precipitava in picchiata e senza toccare il suolo afferrava con il suo becco ricurvo l'animaletto che, ignaro, si rotolava in una lotta in cui a vincere era sempre uno solo.
Non aveva mai perso.
Nelle guerre era sempre vittoriosa.
Animata da forte volontà non si scoraggiava se il suo andare era ostacolato dalle intemperie.
Quel giorno, l'aquila volava senza meta, sola e silenziosa:
le avevano insegnato ad amare i silenzi più che a lanciare
grida stridule nell'aria. Urlare poteva significare: avere paura; non era possibile, non nella sua specie.
Era così immersa nel suo andare che non si accorse che a guardarla, giù nel fitto bosco c'era una civetta.
Una civetta che, per un momento, aveva deciso di oltrepassare il confine del buio e avventurarsi nei bagliori del sole.
La civetta, proprio perchè i suoi occhi erano abituati alle
tenebre, era chiamata dagli uomini l'aquila della notte e vedeva ciò che ad altri sfugge in assenza di luce.
Quell'animale si trovava, in quel mentre, disorientato ma eccitato all'idea di nuove scoperte.
Guardò in alto e vide l'aquila.
L'ammirò e, per un attimo, pensò che avrebbe voluto diventare come lei, alzarsi così maestosa in quei voli.
Senza paura, con coraggio.
Ma era goffa, la sua vita era più semplice, abituata a mangiar topolini, a riscaldarsi nelle case diroccate che comunque le davano un caldo tepore a cui ritornava stanca con fiducia. I suoi battiti d'ali erano senza rumori e nessuno riusciva a sentirli.
L'aquila viveva nelle più alte vette e respirando l'aria rarefatta e pulita dei mattini costruiva i suoi nidi sulle rocce, in terreni impervi e irraggiungibili.
La civetta pensando a questo, abbassò lo sguardo e pensò a malincuore che non si sarebbe mai potuta incontrare con quell'amico rapace.
Erano troppo diversi, troppo lontani.
Accade però che alle volte i pensieri si incontrano e fu così che l'aquila, quel giorno, decise di superare un Confine:
volle guardare a terra non solo per mangiare e trovare una
preda, ma per osservare con umiltà la vita di qualche animaletto. Qualcosa di diverso le avrebbe potuto raccontare, anche se da lassù oramai conosceva molti aspetti della vita.
Incontrò lo sguardo di quella civetta.
Nei suoi occhi, grandi e aperti, abbassandosi in volo, vide le notti più buie, si immerse nei silenzi più profondi e conoscendo quanto erano grandi gli spazi del cielo con il
sole, ammirò la bellezza delle stelle della notte con la luna.
Vide i sogni di saggezza degli uomini, il loro sonno ristoratore e l'amore delle notti. La dedizione dolce di una mamma per il suo bambino alzata al suo capezzale; il rispetto di un figlio per il proprio padre ai piedi del letto della sua sofferenza.
Quante emozioni trovò nella notte...lei, aquila, abituata alla luce, alla certezza del giorno, chiaro, dove tutto era prevedibile.
Lì nella notte...tutto era possibile, tutto era contemplato e inaspettato.
La civetta, ammirata dal volo basso di quell'uccello reale, osservò con curiosità la sua forza e nelle sue ali sentì la frizzante freschezza dell'aria di alta montagna, la bellezza dei voli di libertà, la dolcezza e l'ebrezza di lasciarsi andare ad alte quote senza la paura di precipitare.
Vide attraverso di lui quanto era bello vedere lontano, al di là del visibile oltre l'orizzonte. Ammirò il coraggio della sua solitudine.
Impararono insieme, in silenzio.
Poi, l'aquila si alzò nuovamente in volo alto e la civetta si preparò per la notte.
Da quel giorno, con umiltà, due animali diversi per abitudini e sguardi verso la vita si incontrarono con rispetto.
Tutto ciò che vive può cambiare.
FILASTROCCHE E FIABE
FILASTROCCHE TRATTE DA "LE FIABE POLLICINE "DEDICATE A BAMBINI DAI 4 AI 7 ANNI e ALLE LORO PAURE PIU COMUNI.
IL BUIO
Cara Mamma andiamo a dormire,
anche se il buio mi fa intimorire…
Nella notte vedo gli occhiacci,
piccoli, grandi e freddi come ghiacci!
Il mio orsetto mi fa compagnia
ed ha il compito di cacciarmi via
tutte le ombre scure e spaventose
che mi sembrano davvero insidiose!
Lui ci riesce in un battibaleno
a farmi avere paura di meno.
Russa così tanto
da superare anche le urla del mio pianto!
E con questo rumore continuo
io riesco a farmi un pisolino.
Stando così stretto al mio peloso amicone,
mi sembra di sentir la melodia di una canzone,
quella cantata dalla mia mamma
quando vado a fare la nanna…
IL FANTASMINO
Mi presento son piccino,piccino
tutti mi chiamano fantasmino.
Mia mamma felice mi ha confezionato
un abito bianco in lavatrice ben smacchiato,
Candido ,candido come la neve…
svolazzo nell’aria lieve,lieve.
Porto un berretto sulla testa a quadretti
per giocare con i miei amici folletti.
Ho un sacco pieno di caramelle,
un portafogli pieno di stelle,
da regalare a tutti i bambini
siano grandi oppure piccini!
IL TEMPORALE
Quando il vento e il buio sale,
ecco arrivo io, il temporale!
Per pantofole ho due grossi nuvolosi veloci
che ruggiscon come fossero bestie feroci!
Per voce ho il tuono che rimbomba con gran rumore
e Il cielo è squassato da un gran fragore.
Ho l’ abito impreziosito da grossi goccioloni,
le saette disegnate son sui pantaloni.
Il vento diventa il mio personale autista,
mi muovo nell’aria come fossi su una pista…
Animali,uomini,fiorellini han paura di me
ma credetemi…nessuno più burlone non c’è.
Io son vecchio e brontolone,
mi lavo la barba con l’acquazzone.
Dipingo con le nuvole le pecorelle…
E poi dicono acqua a catinelle!
Vedo dall’alto tanti bambini,
al mio arrivo spaventati come pulcini
che si stringono alla propria mamma
mentre gli canta la dolce ninna nana.
Eppure io non desidererei crear timori:
vorrei bagnare la terra con i suoi colori;
dissetare gli animali della pianura;
rendere morbido il terreno della radura,
per permettere ai fiorellini di sbocciare
ai contadini di poter seminare!
Amici miei ,sono un buon tempone…
Chiamatemi amico temporalone!
IL MOSTRICIATTOLO
Mos, Mostro, Mostriciattolo,
che ti muovi trascinando un barattolo.
Hai le orecchie grandi a sventola,
una bocca larga come una pentola,
il nasone grosso a patata,
quella buffa acconciatura chi l’ha inventata?
Indossi nei piedoni dei calzini rossi a righine
Hai due grossi buchi nelle le mutandine…
Potresti farti un piccolo rammendino,
e far la “popò “nel tuo vasino,
perché il pannolino che tieni ancora indossato,
ti rende davvero molto ingrassato!
Ma che mostro allora sei?
Puoi diventare uno degli amici miei…
Sei così buffo e mi fai divertire,
stiamo insieme e non facciamoci intimorire!
LA RABBIA CHE FA PAURA (pubblicata sulla rivista nazionale dell'AIC)
Rabbia cara ballerina
io ti incontro ogni mattina
perché la mamma mi fa alzare
“è tardi è ora ormai di andare”.
Io non voglio lasciare il cuscino
e il mio amato orsettino!
Così mi viene da gridare
ma sto zitta per non farmi sculacciare…
Rabbia cara eccoti qua ,
come la mettiamo con questo
problema che noia mi dà?
Quello di non poter mangiare
I bei dolci che dal pasticcere devo lasciare…
Il glutine che le torte hanno
Mi creano al pancino qualche danno !
Che rabbia quando gli amici festeggiano il compleanno
E mi invitano … preparando tante leccornie …e loro non sanno!
Vorrei farmi della torta con le ciliegine una bella scorpacciata
Ma poi mi accontento di stare e divertirmi con i miei amici e la loro allegra brigata !
Poi ti rincontro in un’altra questione,
quando mi spengono la televisione
perché dicono che fa male
volerla tanto tempo guardare…
E poi…che rabbia che mi fa quel burlone di papà
quando mi dice di non toccare
che quella cosa non serve per giocare!
Allora quante volte alla giornata
rabbia cara ti ho incontrato?
Penso tante volte al dì
anche quando faccio la pipì
e mi dicono di farla nel vasino
e non nel comodo pannolino…
Rabbia mia tu sei rossa,
forse nera ,oppure grossa…
hai gli occhiacci e i capelli scuri
digrigni i denti e fai pure i musi duri!
Ma infondo alla fine si sa
che la provano anche mamma e papà.
L’importante è volersi bene
e capire che la rabbia viene ma ben presto se ne va
con un bacio dato sulla guancia…qua!
LA ZIA MARTA TRATTO DA "LE FIABE DI CARLOTTA NON FANNO PAURA"
per bambini dai 6 anni in poi
In un paesetto chiamato Topolò
sui monti abbarbicato come non lo so…
in una casa quasi diroccata,
al limitar di una stradina in salita,
Tra i vecchi ruderi pare scolpita,
vive la vecchia zia Marta
che di mestiere fa la sarta.
Gira per strada con un enorme cappello
poiché teme il sole e gli fa da ombrello.
Possiede una bicicletta tutta sgangherata
chissà da dove l’ ha riciclata!
La sua casa è l’abitazione di ogni genere di animaletto:
gatti, cani, topi e anche di qualche insetto…
Le ragnatele fanno da tendoni
e si intravedono dietro ai grandi balconi.
I topini sul tavolo si recano a cena
perché Marta di pulire non ne ha lena!
La polvere sui mobili fa da tappezzeria,
con le dita un sole, un albero si disegnano con maestria.
Insomma, una casa molto disordinata
come la sua gonna che è sempre strappata!
I suoi calzini son sempre bucati,
i suoi capelli son ogni giorno arruffati.
Un gatto nero è il suo amico del cuore,
porta sfortuna ma è il suo grande amore!
Le sta vicino in quella grande confusione,
della stamberga infondo è il grande padrone.
Un giorno dalla città venne lì nei pressi a soggiornare,
un bimbo fragile, pallido con cui era difficile parlare.
Sempre solo, quasi mai lui si divertiva
e dai suoi occhi tristi lo si capiva.
Si chiamava Andrea il fanciullo solo soletto
che dal suo cancello guardava di Marta il giardinetto.
Lui lo spiava da lontano incuriosito
ma anche un poco intimorito.
Tanti libri lui leggeva di fantasia
perché così il tempo gli volava presto via.
La zia Marta che era una persona Sensibile
e per certi versi imprevedibile,
con dolcezza lo invitò a bere una cioccolata
dicendogli che densa, profumata l’avrebbe preparata.
Andrea quando entrò nelle stanze del disordinato casone,
spaventato si rannicchiò in un cantone…
che paura aveva di quei grossi ragni,
pelosi, neri anche se dicon che portan guadagni!
Marta gli si avvicinò con dolcezza,
sul visino gli fece una carezza;
lo abbracciò stretto stretto
e lo nascose sotto il suo grande berretto…
“Su usiamo la plastilina e
del ragno facciamo la faccina;
dai dipingiamo quel mostriciattolo di un colore gioioso
che non ti sembri spaventoso…
raccontami come ti senti
quando lo vedi e batti i denti!”
Tra i due si creò un gran calore
e il bimbo calmò lentamente il suo tremore.
Tra i due nacque una grande intesa
da una paura presa…
Andrea con i ragni iniziò a familiarizzare
e con i bambini del piccolo paese a Giocare…
Il giardino della zia Marta ora è un paradiso di idee e di tesori da scoprire
basta non farsi intimorire…
I bambini ora l’aiutano a riordinare,
in quella casa c’è un bel daffare:
spolverare, spazzare, rammendare…
Ci sono anche i letti da rifare!
Il tutto è fatto in allegria
per stare insieme in compagnia,
c’è l’estate e si sta in vacanza.
Ci si diverte con grande baldanza
tra le montagne abbandonate
ma di aria fresca e bei paesaggi circondate!
Andrea ora a Popolò non ha solo degli amichetti
… si diverte pure con i ragnetti!
LA STREGA GREPPIA
Nel bosco della Sdricca fitto e tenebroso
dove si sente degli uccellini lo svolazzare precipitoso,
viveva da tempo la strega Greppia
che era gobba, piccola e vecchia.
Abitava in un antro buio e angusto,
vicino ad un fiume e una quercia di alto fusto,
tra le felci aveva un pentolone
in cui bolliva ogni tipo di pozione:
usava delle polverine colorate
che comperava a buon prezzo dalle fate.
Queste risolvevano ogni genere di paura:
quella dei ragni, dei tuoni anche la più dura.
Tutti nel bosco la consideravano
la temevano ma molto l’amavano;
era buona ma lunatica
burbera e a volte anche simpatica!
Quello che ora vi andrò a raccontare,
e da Carlotta farmi ascoltare,
è la storia di un bambino spaventato,
dai genitori forse troppe volte rimproverato…
Albertino tutti lo chiamavano
“Trilli” però lo salutavano
perché fischiettava da mattina a sera
d’inverno, d’estate, in primavera.
Era molto solitario
e non amava il mondo vario:
aveva paura degli occhi della gente
la giudicava ostile e prepotente.
Un giorno si perse nel bosco scuro,
mentre aiutava il padre che era un omo duro;
della legna pensava di trovare
se nel fitto della foresta si andava ad inoltrare.
Scese la notte mentre camminava invano
e i mille occhi della natura sentiva che lo spiavano…
Solo, sperduto non sapeva dove andare
per potersi riparare.
Da lontano vide una luce fioca
flebile ma visibile anche se poca…
da un antro un po’ stregato,
un lumicino penzolava da un filo legato.
Trilli bussò ad un portone chiuso con un catenaccio,
tutto era meglio che restare in quel silenzio di ghiaccio…
Greppia la strega lo accolse con un sorriso,
il bimbo fu felice di vedere degli occhi e un viso
che gli esprimessero bontà e cortesia
e dal buio lo portassero via.
Fece amicizia con la megera
e le raccontò della sua paura vera
che era quella di essere giudicato
dalle persone guardato e spiato…
Lei andò subito a vedere se tra le pozioni
ce ne era una che migliorasse le sue condizioni:
Ecco trovato il rimedio giusto
che sa di fragola…ha pure un buon gusto!
“Presto bevi, più veloce…
il cuore si riscalda, si schiarisce la voce!”
“Mi sento meglio, sono più sereno
della gente sicuramente avrò paura meno…”
“Su incamminati ti dò un amuleto
sarà questo il nostro dolce segreto!”
La strega accompagnò l’amico sino al limitar del bosco,
lo abbracciò e gli disse “vai ora tutto è a posto!
Sii felice e non più ombroso
Cordiale con tutti non timoroso !”
Lui riprese allegro la via
e iniziò a salutar tutti con simpatia.
Ora negli occhi delle persone
riesce a vedere tante emozioni buone,
tanti amici che gli tendon la mano
quel calore che ti scalda piano…
Vola la Greppia sulla sua vecchia scopa
che si piega sulla sua mole…che non è poca!
Saluta tutti da lassù
felice di aver dato un aiuto ad un bimbo laggiù.
La storia del pozzo ritrovato.(pubblicata sul Nuovo Cividale in occasione dell'inaugurazione del pozzo di Grupignano)
Era un anno di carestia
e il caldo vento spazzava via
nuvole di fumo dalla strada polverosa in una stagione veramente afosa.
Le vecchine andavan con i secchi pesanti di rame
e i contadini spalavan letame,
odori pesanti nella calura
tutti con difficoltà ad affrontar l'arsura.
Antonio Juan con il cappello a larga tesa
pensava con ardore di gettarsi nell'impresa
di scavare un pozzo profondo nel terreno
per dare al paese un futuro sereno
in cui l'acqua non venisse a scarseggiare
e per questo tutti si davano un bel daffare.
Lui chiese aiuto alla Provvidenza
perchè gli segnalasse dell'acqua la presenza.
Venne in suo aiuto un topo piccino
che di nome faceva “Pudumer Tino”.
Il faccino paffuto e ben colorato,
un simpatico tipo un po' sbadato
che per ottenere un po' di formaggio stagionato
diede all'uomo un parere disinteressato
indicandogli la giusta posizione
dove dell'acqua avrebbe trovato il filone.
L'uomo alto e ben piantato
non si sarebbe scoraggiato
e ogni giorno scendendo nel pozzo laggiù
avrebbe scavato con forze di gioventù.
Un martello e un piccone,
una corda e una grande decisione
avrebbero fatto la magia
di creare nella terra una galleria:
un foro ben regolare
dei mattoni a circolare
lo avrebbero portato quasi al centro,
nel cuore della terra ...giù sino a dentro,
dove zampilla l'acqua cristallina
per portarla con i secchi di rame sino in cima.
Il topino si mise di impegno
a sostenere l'amico Antonio e il suo disegno:
chiamò così a rapporto tutte le talpe del vicinato
e dopo aver un comizio annunciato
promise a tutte radici in quantità
se il buco si fosse fatto in comunità.
Ci fu in quegli anni un gran lavoro,
fatto con amore e grande decoro.
Persino un angelo su nel cielo,
diede il suo contributo con molto zelo,
accendendo la luna forte di lassù
perchè di notte si vedesse molto di più.
Antonio diede un nome a quel celeste amico
che una bambina le parve sin dal principio
che gli ricordava Ada, la figlioletta
tanto amata e prediletta.
Quanto amore dietro a questa impresa,
l'amicizia, i legami l'avrebbero sicuramente resa
possibile in tutta la sua grandiosità
e dato al paese tanta felicità.
L'acqua fu trovata fresca in profondità
e portata alla luce in grande quantità!
Da quel giorno,le donne e gli uomini assiepati ogni mattina
si ponevano vicini in religiosa fila
rispettando il proprio turno con rispetto
dondolando i secchi vicino al pozzetto.
I contenitori di rame venivan calati con una corda
sino a sentir infondo il tonfo nell'acqua sorda.
Quanta freschezza in quell'acqua cristallina
da gettarsi sulla faccia ogni mattina...
Antonio e il topino divennero i custodi di quel filone di vita
dopo non essersi risparmiati in alcuna fatica.
Poi il tempo cancellò il pozzo per l'arrivo delle comodità,
i tubi dell'acqua arrivavano veloci dalla campagna alla città.
Il silenzio sul pozzo calò
ma il ricordo non scemò
e alla fine ritornò...
solo quando il piccolo topino Tino Pudumer desideroso
incontrò Claudio ,uno studioso dal cuore curioso:
lui è uno storico per amore e per passione
che alla ricerca si dà con grande dedizione.
I due si capirono al volo,
e una simpatia nacque in un attimo solo.
Un giorno negli archivi polverosi, tra i libri antichi
gli consegnò dei fogli ingialliti
dei vecchi progetti
in cambio di formaggio a pezzetti...
e la storia di Antonio finalmente venne tolta
dal tempo che l'aveva poi sepolta.
Ancora una volta accadde la magia
che l'amicizia di un topino e di uno storico con curiosità
si sia spinta nella storia in” profondità”
in profondità...
Come aveva fatto anni prima il coraggioso Juan Antonio...
Claudio consegnò alla comunità nuovamente un patrimonio!
Ora quel pozzo dell'acqua costruito con grande passione
è stato dopo anni ricostruito da una Associazione
che ama e rispetta le proprie radici
e ricorda momenti lontani e felici,
dimostrando con affetto e cuore sincero
per la propria terra , il proprio paese , amore vero!
Grazie diciam tutti
Grazie a questi paesani ,a Grupignano e a questi suoi frutti!
IL MAGO BALUF E IL SUO CUORE CHIUSO A CHIAVE
In un paesino sulle montagne rocciose, viveva, ritirato in solitudine,in una torre di pietra il mago Baluf.
Aiutava chi ne aveva bisogno guarendo la sofferenza dell’anima e per far questo interpretava le costellazioni del cielo. I suoi poteri magici erano davvero molti.
Lui pensava però che nessuno fosse in grado di amarlo e per questo provvedeva a se stesso in ogni piccolo bisogno. Forse nemmeno la sua mamma l’aveva saputo capire, ma infondo era così impegnata a sopravvivere che non lo aveva potuto badare come avrebbe voluto. Lo aveva però avviato alle pratiche magiche con tutto il sentimento materno di cui era capace. Il padre era sempre lontano perché lavorava in un faro ad osservare le navi che arrivavano dal mare . Amava il suo piccolo anche se era un po’ burbero e voleva che lui diventasse il miglior bambino del mondo!
Il compagno di spelonca di Baluf era un orso che si sentiva molto vecchio anche se non lo era in effetti. Altri animali della sua stazza erano ancora vigorosi e cacciavano lungo il corso del fiume,ma lui si sentiva con poche forze e riteneva ormai passati gli anni della giovinezza.
I due si facevano compagnia nelle notti buie della foresta e si raccontavano le storie del passato raccolte per iscritto nel libro dell’Albero custodito dal Gufo Galu.
Era molto antico e sulla copertina di cuoio logorata dal tempo, portava inciso una antica quercia.
Qui si narravano le storie degli antenati guerrieri, che in groppa a cavalli gigantisti solcavano le strade delle più lontane città oltremare. Loro erano forti e non temevano nulla nemmeno le tenebre del male. Vestivano corazze robuste e brandivano spade pesanti .
Un giorno in cui pioveva a dirotto e niente di nuovo sembrava accadere ,bussò alla antica porta della rocca, una fanciulla che si era persa per il maltempo. L’aveva accompagnata sino a quel luogo il Gufo Galu preoccupato per lei. Questa ragazza si chiamava Tari ed era in effetti una fata che riusciva a leggere nel futuro con l’aiuto delle sue carte magiche . Era stata allevata dalla Vecchia Igea del bosco e da lei aveva appreso tutto ciò che conosceva della natura. Il principe Ibor si era innamorato di lei e l’aveva presa in sposa in un giorno di primavera. Vivevano in un bellissimo castello su di una montagna fiorita. Lei giocava molto con i bambini dai quali aveva ricevuto tanti grandi doni: l’entusiasmo,l’energia,la sincerità.
Baluf, quando la vide ,volle subito aiutarla come era solito fare con tutti. La riscaldò preparandole una buona tisana di fiori, e la fece accomodare vicino al camino avvolgendola in una calda coperta di lana. I due divennero subito amici anche se il mago, quando percepì le buone intenzioni di Tari e il suo desiderio di rasserenare il suo animo, subito si fece più ombroso e diffidente. Il suo cuore si chiudeva sempre a quel punto. La fata capì quell’uomo. Lui le aveva offerto la sua comprensione,il suo ascolto, ora era arrivato per lui il momento di superare le paure , aprendo il suo cuore.
Forse quando era piccino lo aveva rinchiuso in una torre e aveva gettato via la chiave per non soffrire. I muri erano molto alti, ma non invalicabili per chi sa ascoltare senza paura.
Decise quindi di regalargli una matita fatata da tenere gelosamente custodita nel libro dell’albero che lo avrebbe aiutato a lasciarsi andare ogni volta che lo teneva tra le mani visto che una forte luce lo avrebbe inondato e dato una forza incredibile dentro.
Con essa avrebbe dipinto sulla tela bianca della vita i tanti colori della sua anima…e non solo!
Durante i lunghi viaggi che lui faceva per il mondo, raccontando storie di pace , avrebbe così potuto incontrare tanti colori e arcobaleni negli occhi delle persone e questo gli avrebbe alleviato la stanchezza di giorni e giorni di camminate lungo strade polverose .
Così avvenne… per magia! Dare e ricevere colori divenne per lui una grande ricchezza!
Anche l’orso della spelonca si risvegliò dall’antico torpore, e capì di avere ancora molto da dare agli altri. Andò dalla Vecchia Igea, strega del bosco e si fece tagliare a nuovo il pelo arruffato e indossò abiti dai colori più vivaci. Volle subito prestare il suo aiuto al contadino Scutti che produceva il miele per tutti gli abitanti del paese e si diede da fare per segare l’erba alta che cresceva nella radura.
La fatina Tari continuò a incontrare tante persone,bambini, animali scambiando con essi luce ed emozioni. Come sempre, alle volte si perdeva…ma poi ritrovava sempre la strada di casa!
LA VOLPE RICA E LA PAURA DI RESTARE SOLA . (Fiaba pubblicata sulla rivista nazionale dell'AIC)
Era arrivato l’autunno con i suoi colori. Tutti gli animaletti del bosco preparavano le tane per il loro lungo letargo. Raccoglievano foglie e pigne che accumulavano nelle cavità degli alberi o in quelle del terreno.
La volpe Rica stava come sempre vicino alla sua mamma. Non la lasciava mai un minuto. Era molto carina con il suo pelo rossiccio tutto arruffato ed aveva due grandi occhi marroni molto tristi.
Tutti i suoi amici volpacchiotti la chiamavano a giocare con loro a ruzzolare tra le foglie secche,ma lei rifiutava e si nascondeva dietro alla sua mamma spaventata.
Quel giorno,Ciccio il Riccio si stava preparando all’inverno che si prospettava rigido e vide la difficoltà della piccola volpe e pensò di darle un aiuto.
cara amica” le disse “ vorresti stare e divertirti con gli altri ?”
“Certamente “ rispose la volpe “ma mi prende una paura di lasciare la mamma che persino la mia pancia inizia a borbottare!”
“Ascoltami “proseguì il riccio “ mi rivolgerò alla vecchia Igea che per te troverà sicuramente una soluzione!”
Velocemente,nonostante iniziasse a soffiare un forte vento freddo che faceva cadere tutte le foglie colorate, il riccio si appressò alla spelonca della vecchia. La trovò ricurva su di un grosso pentolone in cui bolliva uno strano intruglio molto puzzolente.
“Igea sono qui con una richiesta nel cuore: la mia amica volpe Rica non ce la fa ad andarsene un istante lontano dalla mamma…io sono preoccupato e chiedo un tuo consiglio”.
La vecchia fermò di mescolare il pentolone: “ Chiederò un parere alla Fatina Nina; purtroppo io non conosco i rimedi per i problemi di cuore.”
Così dicendo prese la grossa chiave di casa e con passo pesante iniziò ad uscire . Gigia ,la sua gattina, miagolò e arruffò la schiena; Igea la pregò di restare a guardare il grande pentolone: lo strano brodo non doveva bruciare! Chiuse il portone di legno ormai tutto rotto e si incamminò lungo il sentiero verso il laghetto di Sauris. Qui ,ne era certa ,avrebbe trovato la fatina Nina.
La fata dei fiori,in questa stagione autunnale,raccoglieva bacche colorate per le sue pozioni magiche.
Ciccio il riccio trotterellò veloce dietro alla strega :non voleva perdersi l’occasione di vedere la fata all’opera .Tutti nel bosco ne parlavano ma nessuna l’aveva mai incontrata.
Arrivarono in prossimità del lago e tutto intorno regnava uno strano silenzio.
Igea fischiò con forza: il trillo acuto fece eco nelle montagne vicine, ormai innevate.
Nessuno rispose.
Per un lungo attimo la natura parve però fermarsi .
Un tremito tra gli alberi…ed ecco apparire una fanciulla molto carina,con dei bellissimi capelli ricci di un nero intenso avvolta in un abito colorato da cui spuntavano due ali molto grandi leggere come quelle delle farfalle.
Fece una grande rincorsa ed abbracciò La strega con slancio e le diede un grosso bacio sulla guancia.
La vecchia ricambiò con un sorriso e le disse:
“Cara amica ora io ho bisogno del tuo prezioso consiglio. Dobbiamo assolutamente aiutare una piccola volpe a crescere …lei non vede gli altri bambini,il suo sguardo è solo per la mamma .”
Nina la fatina ascoltò attentamente e rispose: “ Ci vuole un fazzoletto…io con l’aiuto delle farfalle lo cospargerò con il profumo della sua mamma. Così Rica potrà tenerlo con sé sempre e non sentirsi sola “
Così dicendo alzò le braccia al cielo iniziò a cantare con la sua voce melodiosa e tantissime farfalle colorate apparvero improvvisamente. Queste andarono a posarsi sul fazzoletto rosa che stringeva tra le sue mani.
“Ecco la magia è compiuta!” esclamò donando il piccolo pezzo di stoffa profumato a Ciccio il riccio che lì vicino guardava stupito.
Poi tutto scomparve come d’incanto: la fatina,le farfalle e quella piacevole visione.
Il riccio corse veloce verso il bosco fitto dove avrebbe trovato la piccola volpe- Così fu. Le raccontò quello che aveva visto e le legò il fazzoletto intorno al collo.
Rica si sentì subito più sicura e forte. Alzò la testa e con un balzo raggiunse gli amici che si rotolavano nella rugiada. Si fermò,guardò la mamma da lontano ,ma non ebbe paura: ora la sentiva nel suo cuore.
Ringraziò il suo amico Ciccio il Riccio e per sdebitarsi lo aiutò a raccogliere le provviste per quell’inverno .
NELLO IL PIPISTRELLO E LA PAURA DEL BUIO
Era arrivata la primavera nel grande bosco. Tutti gli animaletti correvano e si divertivano tra i fiori e i germogli delle piante. Sotto una trave di un vecchio casolare, in un buchino molto difficile da trovare, viveva un pipistrello di nome Nello: lui dormiva lì,in quel vecchio mulino,a testa in giù, avvolto nelle sue grandi ali e non vedeva che fuori era arrivata la nuova stagione perché era triste.
Si trattava di un animaletto molto particolare visto che con i suoi fratelli aveva deciso di non restare. Questi uscivano furtivi al calare della notte e correvano veloci nell’aria mangiando i moscerini prelibati. Erano coraggiosi perché non vedevano nulla, ma evitavano gli ostacoli con grande bravura.
Nello,invece,aveva paura delle ombre della sera,quando cala il silenzio e ogni cosa appare molto brutta e nera…Tutto perde di colore…e non si trova il coraggio di scoprire il mondo intero per paura dei fantasmi o di qualche mostro. La mamma e il papà gli avevano raccontato, quando era piccino ,del Boborosso che gira nel buio con una gerla facendo spaventare tutti.
Da allora,il pipistrello non riusciva a vincere quel terrore che lo metteva puntualmente di cattivo umore; preferiva svolazzare di giorno, ma poiché non ci vedeva bene, e durante il periodo di luce in cielo c’era molto traffico, aveva fatto diversi incidenti e si era rotto pure due denti.
Spesso si andava a scontrare con gli uccelli che dal vento si facevano trasportare e tra uno svolazzare di piume e qualche grida, tutti si arrabbiano con lui.
Un giorno,una rondine che con lui sotto i tetti stava ad abitare, gli consigliò di recarsi dalla Vecchia Igea del Bosco.
La Vecchia strega, appena lo vide e seppe del suo problema,grattandosi il mento ruvido, gli disse:” Dai dei nomi famigliari alle ombre della sera e la notte non ti sembrerà più nera! Un tale espediente può funzionare ed il coraggio farti ritrovare!Vai ora da Ciccio il riccio,e chiedigli un piccolo pezzo di vetro colorato: lui ama raccoglierne tanti di diverse dimensioni. La gazza Ladra alle volte gliene regala di diversi tipi. Il vetro portandolo in volo,prenderà la luce dalla luna, e toglierà così ogni pallore agli spettri che vedi sempre intorno a te.”
Nello ringraziò moltissimo la vecchina e si recò immediatamente dall’amico riccio. Questo lo fece entrare nella sua tana e gli disse:“Ti do questo vetro color rosso e se lo terrai sul cuore ti darà il giusto calore per affrontare la tua paura. E molto brillante e la luna con la sua luce lo illuminerà…Non ti preoccupare, caro amico mio, anche io ho una difficoltà: non posso mangiare il frumento perché mi fa male …anche se ne sono ghiotto! Pensa che rabbia! I dolci, le caramelle ,la pizza…devo starci attento…a meno che ..non siano di mais…!
Ho imparato, che nelle difficoltà la cosa importante è non essere soli ma chiedere aiuto sempre agli amici come stai facendo tu!”
Così dicendo lo abbracciò e gli mise intorno al collo un bellissimo portafortuna di un rosso molto intenso.
Quella notte stessa,pur con molta paura, cercò di affrontare in volo le ombre della sera…e magia…!il vetro rifletteva la luce della luna piena…e rischiarava a giorno il suo cammino. Poi imparò che nella notte ci sono molti amici: il vecchio gufo che sta nel buco del tronco a leggersi il giornale ,la lucciola che rischiara con il suo lumicino la strada a chi le sta vicino,la rana che nello stagno canta la sua serenata stonata.
Accadde poi, quando il campanile rintoccò la mezzanotte che i suoi fratelli gioiosi uscirono dai nascondigli e gli chiesero di giocare!
Il suo cuore era diventato così sereno: aveva sentito anche lui che era arrivata la primavera. |
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