IL MISTERO DEL PRIGIONIERO

 DEL CASTELLO DI ZUMAGLIA

 

Il castello di Zumaglia nel sec. XVI (Particolare di affresco in S. Sebastiano. Biella).

 

In una Deposizione dipinta da Bernardino Lanino nel 1558, accanto alle figure movimentate di donne e di uomini commossi e piangenti, in un angolo a fianco di Cristo, si scorge di profilo un devoto inginocchiato, avvolto in un mantello scuro, pallido in volto, immobile, vecchio, dallo sguardo fisso, quasi assente. E’ il ritratto di un nobile vercellese, il capitano Francesco Pecchio, che porta ancora i segni della terribile avventura, da cui era uscito vivo quasi per miracolo, da poco più di un anno.

 La vicenda ebbe inizio nel 1537, quando il Pecchio ricevette dal duca Carlo II l’ordine di notificare una certa intimazione a Filiberto Ferrero-Fieschi, signore di Masserano. Incarico non facile, perchè i signori di Masserano, passati alla storia con la trista fama di essere tiranni crudeli e arroganti, non erano personaggi da subire imposizioni senza reagire, o, non potendo farlo, senza meditare vendette. E così un giorno, mentre cavalcava bel bello da Vercelli ad Asigliano, il capitano Pecchio fu catturato da alcuni scherani, che di nascosto lo tradussero al castello posto sull’arcigno colle di Zumaglia, feudo dei Ferrero-Fieschi. Il suo cavallo però venne lasciato in libertà, dopo essere stato lordato di sangue, in modo da simulare un assassinio. Fu una simulazione fin troppo ben riuscita, perchè i familiari del Pecchio accusarono del presunto omicidio un tale ritenuto suo personale nemico, il quale, posto alla tortura, finì per confessare il delitto che non aveva compiuto; il poveraccio fu condannato a morte e la sentenza venne puntualmente eseguita. Il marchese Filiberto, che a quel tempo era a Vercelli, pur sapendo come stavano le cose, tacque.

Mentre a Vercelli moriva un innocente, il Pecchio era vivo nell’inaccessibile rocca di Zumaglia, o meglio, per essere più aderenti al vero, era tenuto malamente in vita in un’oscura segreta di quel castello, ove rimase recluso per quasi vent’anni.

La sua liberazione fu romanzesca. Verso la metà del novembre 1556 il marchese Filiberto e suo figlio Besso, signore di Candelo, sospettato di tradimento dai Francesi, che allora dominavano molte terre sabaude, furono arrestati proditoriamente nel loro castello di Gaglianico dagli uomini del generale Paolo de la Barthe signore di Thermes, i quali, subito dopo, li costrinsero a consegnare anche il castello di Zumaglia. Per l’atto formale di consegna salì a Zumaglia il signore di Candelo con un gruppo di soldati francesi comandati da due ufficiali, il signore della Manta e Boyvin du Villars.

Di quanto accadde il Boyvin ci fece un resoconto, che traduciamo quasi letteralmente:.... stavamo visitando il castello, dando gli ordini per metterlo in istato di difesa, quando udimmo una voce molto lamentosa che gridava “abbiate pietà di me!”. Domandai allora al signore di Candelo che cos’ era ed egli mi rispose: “è un povero prigioniero che dovrebbe essere morto da dieci anni”. Allora il signore della Manta gli ordinò di fare aprire la prigione e di lasciarci entrare da soli. Ciò lo fece imprecare e poi si ritirò nella sala del castello sotto la guardia di sei archibugieri. Noi scoprimmo, orrendo spettacolo, un povero gentiluomo vercellese, che il marchese aveva fatto rapire diciotto anni prima, perchè volle eseguire contro di lui un decreto del duca Carlo di Savoia... Il povero gentiluomo, che era nudo e non aveva che la pelle, fu da noi condotto davanti al signore di Thermes, a cui raccontò tutta la sua penosa storia. Egli poi lo fece vestire e gli regalò qualche scudo, affinché potesse ritornare dalla sua famiglia...

Quando il redivivo ricomparve a Vercelli fu meraviglia grande per tutti, “che non sapevano se fosse Pecchio o Lazzaro” (...mirantibus cunctis esset ne Pecchius an Lazarus afferma la sua epigrafe funeraria).  Della sua famiglia e delle sue proprietà ritrovò ben poco. La moglie, che s’era rimaritata, era morta; erano morti pure due dei suoi tre figli, mentre una figlia era finita in un convento; il suo patrimonio era stato in gran parte alienato ed egli dovette affrontare una difficile causa davanti al Senato per impugnare gli atti di alienazione e ritornare in possesso dei beni perduti.

Morì dopo il marzo 1567 e fu sepolto a Vercelli in San Lorenzo.

Credo che sarebbe desiderabile avere qualche notizia biografica in più sul protagonista di un caso così pietoso e così clamoroso; purtroppo le poche informazioni che possediamo provengono principalmente da atti notarili, in grado solo di ragguagliarci sulla sua genealogia e sulla composizione della sua famiglia.

I Pecchio (De Pectis) erano di condizione agiata; Abramo, padre del capitano Francesco Pecchio, faceva parte del Consiglio di Credenza della città ed ebbe sette figli: Francesco, di cui si discorre, e altri tre maschi, dei quali uno, Gerolamo, capitano imperiale, e tre figlie, di cui due divenute suore domenicane nel convento di S. Margherita di Vercelli.

Nel 1522 il nostro Francesco sposò Isabella Litta milanese; deceduta Isabella si affrettò a convolare a seconde nozze con Orsolina, figlia di Antonio Avogadro di Asigliano; da questo matrimonio ebbe tre figli: Isacco, Margherita ed Anna. Morta anche Orsolina, passò a terze nozze nel 1537 con Ludovica Confalonieri di Balocco, vedova di Antonio Vassallo. Insomma, nel giro di quindici anni il Pecchio ebbe tre mogli.

 

Bernardino Lanino – Deposizione, con il ritratto del committente.

Torino, Pinacoteca Sabauda.

 

Riconsiderando tutta questa vicenda, che ho narrato sulla falsariga di fonti documentarie e storiografiche, mi sorgono forti dubbi sulle vere ragioni dell’imprigionamento del Pecchio.

I molti autori che si sono occupati di questo caso sono unanimi nel ritenere che il Pecchio venne incarcerato solo per essere stato l’esecutore di un ordine ducale. Nessuno si è mai posta la domanda se la verità non possa essere un’altra, considerando che le ragioni della prigionia sono state fatte conoscere da una fonte unica e interessata: quella del Pecchio.

Fu lo stesso Pecchio a far sapere ai suoi liberatori e a tutti che il motivo della sua detenzione fu il semplice adempimento di un dovere. Il Boyvin du Villars, che aveva ascoltato il racconto del Pecchio, potè infatti scrivere che il gentiluomo vercellese venne catturato parce qu’il avait voulu executer un arrest contre luy [Filiberto Ferrero-Fieschi] de la part du duc Charles de Savoje.

Mi pare alquanto strano, anzi incredibile, che il Ferrero-Fieschi abbia voluto infierire con odio implacabile ed eterno contro un disgraziato, colpevole soltanto di essere stato latore di un ordine. Sarebbe stata una crudeltà insensata, difficilmente imputabile al marchese di Masserano che, per quanto si conosce dalla sua biografia, può essere giudicato un malvagio fin che si vuole, ma non un imbecille.

Allora a quale scopo o per quale vendetta tanta efferatezza? Se il Ferrero-Fieschi avesse fatto rapire il Pecchio per recare un affronto al duca di Savoia, avrebbe dovuto far conoscere al duca qualcosa della tremenda punizione inflitta al suo ufficiale; invece il rapimento e la prigionia di costui vennero coperti dal più impenetrabile segreto; quindi Carlo II morì senza saperne nulla, e lui, poveretto, che di affronti ne ricevette tanti, almeno quello non lo ricevette.

Fu una vendetta originata da motivi personali? E’ un’ipotesi possibile che potrebbe spiegare una così prolungata ferocia.

Oppure il signore di Masserano, ritenendo il Pecchio reo di un delitto che non si poteva rendere di pubblico dominio o che non si poteva provare, pensò di giustiziarlo a modo suo? v’è forse qualche relazione fra l’ultimo matrimonio del Pecchio, avvenuto nell’aprile 1537,  e il suo rapimento avvenuto poco tempo dopo, nello stesso anno? Le congetture possono essere infinite, ma è improbabile che la verità sia quella che ci hanno raccontato gli storici. Un oscuro alone di mistero circonda fitto il prigioniero del castello di Zumaglia.

 

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BIBLIOGRAFIA

 

F. Boyvin du Villars, Mémoires, Paris, 1606, p.522.

O. Cacherano di Osasco, Decisiones sacri Senatus Pedemontani, Torino, 1669 (Decisio XCIII: Riguarda  la causa promossa da F. Pecchio per ritornare in possesso delle sue sostanze, alienate dal figlio Isacco).

V. Barale, Il principato di Masserano e il marchesato di Crevacuore, Biella, 1966, pp. 181-184.

C. A. Bellini, Iscrizioni, elogi, epigrafi... Opera contenuta in un ms. della Biblioteca Civica di Vercelli (A:31). Nelle cc.120-121 sono trascritte l’epigrafe funeraria della moglie di Isacco Pecchio e quella di Francesco Pecchio.

G. Casalis, Dizionario geografico, storico....vol. XXVI, Torino, 1854, pp.667-668.

G. Claretta, La tirannia dei Ferrero-Fieschi principi di Masserano, Torino, 1892, pp. 5-6.

G. Chicco, Il pietoso caso di un vercellese. Francesco Pecchio (1537-56), Vercelli, 1942.

G. De Gregory, Istoria della Vercellese letteratura ed arti, vol.II, Torino, 1820, pp.171-172.

F.A. Della Chiesa, Corona Reale di Savoia, 1657, p.209.

C. Dionisotti, Memorie storiche della città di Vercelli, t.II, Biella, 1864, p.284.

R. Quazza, La contea di Masserano e Filiberto Ferrero Fieschi, Biella, 1908.

P. Torrione, La rocca di Zumaglia nel sistema dei castelli biellesi, Biella, 1942, pp.55-62.

 Il caso Pecchio ispirò anche racconti di fantasia. Ne ricordiamo alcuni:

M. Paroletti, Il prigioniero  di Zumaglia, in: “Viaggio romantico pittorico....” Torino 1832.

T. Vallauri, Francesco Pecchio da Vercelli. Novella. Vercelli, 1835.

G. Florio, Il prigioniero del castello di Zumaglia. Novella storica, Torino, 1836.

V. Majoli-Faccio, L’incantesimo della mezzanotte, Milano, 1940, pp.70-77.

 

Sul luogo dove fu catturato il capitano Francesco Pecchio

Nel raccontare lo straordinario caso del capitano Francesco Pecchio ho seguito le fonti che mi sono parse più attendibili e la bibliografia più seria. E’ doveroso però che io avverta il lettore che la vicenda ha alcuni punti oscuri. Gli storici l’hanno sempre riferita attenendosi alla narrazione che ne fece il Pecchio, dopo la sua liberazione dal carcere di Zumaglia, sicuri che il capitano vercellese avesse detto la verità, senza reticenze e senza alterazioni. In effetti, allo stato attuale delle nostre conoscenze, non ho motivi sufficienti per smentire la tradizione; ho invece non poche perplessità di fronte alle discordanze esistenti fra le fonti. Secondo tutti coloro che si sono occupati del caso del capitano Pecchio, costui sarebbe stato catturato in un’imboscata organizzata da Filiberto Ferrero Fieschi nei pressi di Asigliano. Scrive lo storico secentesco Carlo Amedeo Bellini: “Questo Francesco Pecchio, andando ad Asigliano, ove aveva dei possessi, ivi fu da certi sicari preso prigione...”; lo stesso fatto viene riconfermato anche da Pietro Torrione, l’ ultimo autore che studiò approfonditamente questa vicenda: “Un giorno [il Pecchio] mentre a cavallo si dirigeva da Vercelli verso Asigliano, paese di suo suocero Antonio Avogadro di S. Giorgio, era stato proditoriamente assalito e disarmato da sicari, che stavano in agguato per mandato di Filiberto Ferrero-Fieschi....” (Torrione, La Rocca cit. p.56).

Rodolfo Avogadro ha fatto conoscere un documento del 28 gennaio 1538 (quindi  di non molto tempo dopo la scomparsa del Pecchio) con cui Nicolò de’ Cacciani è nominato tutore di Isacco e Margherita, figli minorenni di Francesco Pecchio, rimasti orfani perchè il loro padre “ in questi ultimi giorni fu ucciso in montagna mentre andava da Crevacuore a Masserano” (Un nuovo documento sulla fosca tragedia della Rocca di Zumaglia, in “Rivista Biellese”, 1950, 5,p.24). Pochi giorni dopo (5 febbraio 1538) lo stesso Nicolò de’ Cacciani, per conto dei suoi pupilli Isacco e Margherita, va nel castello di Crevacuore a recuperare quattro cofani pieni di abiti, coperte, lenzuola, tovaglie, tappeti, documenti e molte altre cose personali del Pecchio e della sua famiglia (P. Torrione, Del luogo ove fu catturato il cap. Pecchio, in “Rivista Biellese” 1950, 6, pp.30-32). Di quanto contenuto nei cofani il notaio Bernardino Bulgaro compila un dettagliato inventario in presenza del signore del luogo Pier Luca Fieschi e dell’avvocato fiscale, Emiliano di Sandigliano (Torrione, Del luogo..... cit., pp.31-32).

Poiché, per andare da Vercelli ad Asigliano si va in direzione diametralmente opposta da quella per Crevacuore e Masserano, mi chiedo: come mai i quattro cofani sono andati a finire a Crevacuore, nel castello di Pier Luca, se il Pecchio è stato catturato presso Asigliano dagli uomini di Filiberto Ferrero-Fieschi? Furono fatti portare a Crevacuore “da Filiberto Ferrero- Fieschi per sviare le ricerche e far cadere i sospetti sul signore di Crevacuore, Pietro Luca Fieschi, verso il quale Filiberto stava usando le più diaboliche astuzie per spodestarlo dei suoi feudi”, come asserisce il Torrione? E’ impossibile saperlo.

Il Pecchio inoltre viveva con la famiglia e sembra naturale che la moglie Ludovica e i figli sapessero dove egli andasse, quando partì per non ritornare (soprattutto se egli si era stracaricato di bagagli). Dal citato documento del 28 gennaio 1538 risulta che a Nicolò de’ Cacciani, “il più prossimo parente” di Isacco e Margherita, pare certo che la morte del Pecchio avvenne fra Crevacuore e Masserano e sicuramente egli non faceva che condividere l’opinione della famiglia; del resto proprio da quelle parti si rinvennero i quattro cofani. Allora perchè tutti i biografi del Pecchio hanno creduto che egli si trovasse presso  Asigliano quando venne rapito? Fu lo stesso Pecchio, vent’ anni dopo, a rivelare (o a far credere) di essere stato sequestrato presso Asigliano? E poi dove andava con tutta quella roba stipata nei quattro cofani, come se traslocasse? E infine, se veramente fosse partito per Asigliano, perchè i suoi famigliari dovevano supporre che fosse stato ucciso in montagna, mentre andava da Crevacuore a Masserano? Una cosa sola è certa: tanto più si analizza la singolare vicenda del capitano Pecchio e tanto più affiorano insolubili enigmi.

 

 

 

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