peregrino, quasi mendicando, sono andato...

Dante Alighieri a Vercelli ?

 

e disse: "O tu cui colpa non condanna

   e cu'io vidi su in terra latina,

   se troppa simiglianza non m'inganna,

rimembriti di Pier da Medicina,

   se mai torni a veder lo dolce piano

   che da Vercelli a Marcabò dichina.

                       Inf. XXVIII, 70 - 75

 

La citazione di Vercelli nella Divina Commedia è di tale natura, che lascia supporre che il poeta abbia percorso la terra vercellese, ed abbia osservato il suo digradare dalle Alpi da occidente e il suo estendersi ad oriente, dando principio alla pianura padana. Allora Dante è stato a Vercelli? È probabile.

Gli studiosi vercellesi hanno finora ignorato la questione, credo per l’assoluta mancanza di riferimenti documentari. Diciamo subito che a questo  interrogativo non potremo dare una risposta certa, ma considerando la grandezza del divino poeta e l’importanza di contribuire a ricostruirne una sempre più dettagliata biografia, crediamo che sia utile tentare almeno un'ipotesi sulla scorta degli scarsi indizi che possiamo mettere insieme.

Sulle peregrinazioni dell’esule fiorentino possediamo complessivamente una buona documentazione e conosciamo le regioni e le città dove risiedette. Soltanto per il periodo che va dalla fine del 1308 alla fine 1310, ci troviamo in piena oscurità e quindi è proprio in questi anni che dobbiamo indagare se Dante venne a Vercelli.

 

 

IL BIONDO ARRIGO

Arrigo VII di Lussemburgo scese in Italia nell’autunno del 1310. Il 24 ottobre era a Susa, il 29 ad Avigliana, poi proseguì il suo viaggio a Torino, Chieri, Asti e Casale. Il 13 dicembre entrò in Vercelli con il suo numeroso seguito.

La presenza in Italia di Arrigo VII aveva messo in agitazione tutti i politici. Per molti era l’uomo della grande speranza: il liberatore, il re della giustizia e della pace. In tanti gli corsero incontro, le città gli aprirono le porte e molti signori gli resero omaggio. Soprattutto fu accolto dall’esultanza dei ghibellini e degli esuli bianchi, fra cui Dante, che si mise in cammino per andarlo ad ossequiare. Per l’occasione il poeta aveva scritto un aulico messaggio Universis et singulis Italiae regibus et senatoribus almae urbis... che sicuramente ambiva consegnare di persona al re e che forse gli consegnò quando lo incontrò.

Nella lettera che Dante dipoi scrisse ad Arrigo VII dalla Toscana, sub fontem Sarni, datata 17 aprile 1311, ricorda infatti  il giorno memorabile in cui lo vide, lo udì e gli si prostrò ai piedi: tunc exultavit in me spiritus meus quum tacitus dixi mecum: "ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. Per prostrarsi ai piedi di Arrigo VII, prima di quel 17 aprile, il poeta dovette essere in Piemonte o in Lombardia dopo il 23 ottobre 1310, giorno in cui Arrigo giunse in Italia. Anzi, poiché già il 31 marzo 1311 aveva inviato dalla Toscana un'epistola agli “scelleratissimi Fiorentini”, è ovvio che il suo incontro con Arrigo VII avvenne fra il 23 ottobre 1310 e la fine di marzo 1311.

 

 

I MALASPINA

 

La fama che la vostra casa onora,

   grida i segnori e grida la contrada,

   sì che ne sa chi non vi fu ancora;

e io vi giuro, s’io di sopra vada,

   che vostra gente onrata non si sfregia

   del pregio de la borsa e de la spada.

                           Purg. VIII, 124 - 129

 

 Per la nostra ricerca è importante e necessario soffermarsi sui ben noti rapporti fra l’Alighieri e i Malaspina, e sui quali hanno già indagato schiere d'illustri dantologi. Riassumiamo. 

 Nell’ottobre del 1306 il poeta fu in Lunigiana presso i Malaspina, dove il marchese Franceschino, cugino di Moroello, lo costituì suum legiptimum procuratorem per concludere a Castelnuovo di Magra la pace, che in effetti concluse, con il vescovo di Luni. A quanto pare fu anche ospite di Moroello, come prova il sonetto Degno fa vui trovare ogni tesoro. Fra l’esule fiorentino e Moroello nacque una forte amicizia, dovuta ad indubbie affinità umane e culturali, di cui rimane ampia testimonianza in tutta l’opera dantesca. Ricordiamo la lettera con la quale Dante accompagna l’invio a Moroello della canzone Amor, dacché convien pur ch'io mi doglia; ma soprattutto ricordiamo il modo elevato e benevolo con cui sono presentati Moroello nel canto XXIV dell’Inferno (145-151), la sua famiglia nel canto VIII del Purgatorio (121-132), infine sua moglie Alagia Fieschi, la quale ebbe dal poeta una particolare lode per la sua virtù (Purg. XIX, 142-145). Se escludiamo Cangrande della Scala, a nessun altro personaggio del suo tempo Dante ha dimostrato tanta affettuosa simpatia.

 

 

SOTTO LE TORRI DEL S. ANDREA

Dante era un esule povero, che difficilmente si poteva permettere viaggi costosi (“peregrino, quasi mendicando, sono andato...” afferma apertamente nel Convivio)  e non era neppure una grande autorità politica, tale da potersi avvicinare ad Arrigo VII, superando la calca di prelati, di dignitari, di grandi signori, di rettori di città, di ambasciatori e di altolocati fuorusciti che lo circondava. Per questi motivi dovette giocoforza porsi al seguito di qualche potente che andasse incontro al re.

Considerando i personaggi che il poeta aveva frequentato prima dell’arrivo del re, l’unico di questi che andò da Arrigo fu Moroello Malaspina, ed è facile pensare che Dante abbia viaggiato con lui.

Non sappiamo dove Moroello incontrò la prima volta il biondo Arrigo; sappiamo invece, e questa volta lo sappiamo con certezza assoluta, che Moroello era a Vercelli nei giorni in cui il re procedeva alla faticosa pacificazione degli Avogadro e dei Tizzoni, le due fazioni che tenevano divisa la città. Gli atti ufficiali della riconciliazione furono celebrati nell’abbazia di S. Andrea nei giorni 15, 16 e 18 dicembre 1310. Fra gli altri era presente anche Marovello, marchione Malespine e noi amiamo credere, con qualche probabilità di essere nel vero, che insieme con Moroello ci fosse anche Dante.

Se così è stato, il gelido vento di metà dicembre, portando via dai rami le ultime foglie, ha fatto sì che l’altissimo poeta avesse un’ampia visione di questo estremo lembo della pianura padana, qual è il Vercellese, e lo vedesse, come noi lo vediamo in inverno, disteso ai piedi del bianco anfiteatro alpino, dove alto, solenne, coronato di nubi, si erge e grandeggia il Rosa.

Il volto di Dante nell’arte intensamente ispirata del pittore e poeta Dante Gabriele Rossetti.

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L'esule povero

Tanto più l’esilio durava e tanto più per Dante era difficile vivere e per vivere, purtroppo, era costretto a bussare di porta in porta alla ricerca di ospitalità. In mancanza di notizie documentate qualcuno ha supposto che fra il 1308 e il 1310 Dante fosse stato a Parigi: sono fantasie del Villani e del Boccaccio. I figli Jacopo e Pietro ignorano il fatto. Dante non aveva i mezzi per pagarsi un simile viaggio e un simile soggiorno. “Peregrino, quasi mendicando, sono andato...Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti  e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade” dice di sé nel Convivio (I, 3), ed era l’amarissima realtà. Una realtà che si trova riflessa anche in versi famosi della Commedia. Ricordiamo due personaggi del Paradiso: Romeo di Villanova, la cui condizione di esule innocente ed infelice ha fatto soffermare il poeta con tanto struggente affetto su di lui, obbligato a percorrere le vie del mondo mendicando sua vita a frusto a frusto (Par. VI, 127-142); poi Cacciaguida,  quando profetizza a Dante l’esilio: Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale (Par. XVII, 58 - 60).

Credo pertanto che quando Dante decise di recarsi da Arrigo VII fosse costretto ad affidarsi alla liberalità e alla benevolenza di qualche importante personaggio che lo accogliesse nel suo seguito. Chi?  Cercando fra i signori di qualche importanza che gli furono vicini e cari durante gli anni d'esilio, prima dell’arrivo in Italia di Arrigo, e che inoltre andarono incontro al re, troviamo, come abbiamo detto, solo Moroello Malaspina.

 

Dante e Vercelli

Vercelli è la città piemontese ed una delle città dell’Italia Occidentale cui Dante ha riservato la maggiore attenzione, e ciò rende più plausibile una sua permanenza a Vercelli.

Oltre a citare la città subalpina nella Commedia, la ricorda anche nella celebre epistola che invia al re il 17 aprile 1311: Non etenim ad arbores estirpandas valet ipsa ramorum incisio, quin iterum multiplicius virulenter ramificent, quousque radices incolumes fuerint, ut praebeant alimentum. Quid praeses unice mundi, peregisse praeconicis, quum cervicem Cremonae deflexeris contumacis? Nonne tunc vel Brixiae vel Papiae rabies inopinata turgescet? Immo! Quae, quum etiam flagellata resederit, mox alia Vercellis, vel Pergami, vel alibi returgebit, donec huius scatescientiae causa radicalis tollatur... Non penso che Dante abbia nominato a caso queste città, Vercelli compresa, di cui evidentemente conosceva bene la situazione politica locale: infatti, non era trascorso nemmeno un anno dalla pacificazione imposta da Arrigo VII, che fra le due fazioni vercellesi esplose la rabies vaticinata dal poeta, provocando nuove e furibonde discordie (Cfr. D. Capellina, I Tizzoni e gli Avogadri, Torino 1842, pp.27-36; V. Mandelli, Il comune di Vercelli nel Medioevo, IV, Vercelli 1861, pp. 169-172; R. Ordano, Le torri più antiche di Vercelli e la torre del comune, in "Bollettino Storico Vercellese", 1988 n.30, pp. 50-51).

La conoscenza di Dante delle condizioni politiche del vercellese è comprovata ancora dalla menzione dell’episodio dolciniano: Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi /.../ sì di vivanda, che stretta di neve / non rechi la vittoria al Noarese, / ch’altrimenti acquistar non saria leve (Inf. XXVIII, 55 - 60). La miseranda fine dei dolciniani è sintetizzata mirabilmente e in modo che corrisponde perfettamente alle testimonianze coeve. Non solo, ma la frase non rechi la vittoria al Noarese (un singolare collettivo per indicare le forze in campo contro l’eresiarca, che furono novaresi e vercellesi), purtroppo non è mai stata sufficientemente considerata dagli studiosi di Dolcino: da un lato essa ci ricorda che l’attività di Dolcino e le lotte contro di lui sono avvenute soprattutto in terra valsesiana, allora sotto il dominio del comune e del vescovo di Novara, e dall’altro, indirettamente, ci ammonisce che la guerra contro Dolcino, come noi la conosciamo, ha molti lati oscuri. Finora, infatti, tutta la vicenda dolciniana in terra valsesiana e biellese è stata studiata dagli storici utilizzando quasi esclusivamente una sola fonte, quella del così detto Anonimo sincrono, il quale era un apologeta del vescovo di Vercelli Raineri Avogadro di Pezzana, e al vescovo vercellese intendeva attribuire ogni merito della sconfitta di Dolcino, anche ignorando la compartecipazione novarese nel conflitto con l’eresiarca; ma su questa questione sarà opportuno ritornare in un’altra sede.

 

Se mai torni...

Dante ha ricordato Vercelli non per un’astratta notazione geografica, ma per delineare un paesaggio naturale armoniosamente composto, capace di suscitare sentimenti intensi. Un paesaggio che forse egli conosceva per esperienza diretta.

Nelle parole di colui che è dannato per l’eternità affiora la velata nostalgia di una dolce pianura, amata e lasciata per sempre: rimembriti di Pier da Medicina, / se mai torni a veder lo dolce piano /...“Se mai torni...” ci volge la mente ad un altro sentimento, molto simile ed egualmente soffuso di sottile nostalgia, che ci è evocato da Pia dei Tolomei: Deh, quando tu sarai tornato al mondo / e riposato de la lunga via, / seguitò il terzo spirito al secondo, / ricorditi di me che son la Pia /... (Purg. V, 130-133). Sono due momenti poetici, che hanno in comune l’inconfessata ma struggente malinconia di un mondo perduto.

* * *

A questo punto mi è impossibile non ricordare Virginia Galante Garrone, la delicata scrittrice vercellese, la quale ha intitolato Se mai torni un suo libro consacrato alla memoria di persone e di  luoghi vercellesi che le furono cari, ma che non sono più. Un libro che si apre con questo pensiero: “Mi affaccio al passato: e sento lo stesso smarrimento di quando guardo la stellata volta del cielo”.

* * *

Lo scrittore Giampaolo Rugarli evoca Vercelli con la terzina di Dante "ripetuta sopra un muro dell'ospedale vecchio della città sin qui innominata" [...], poi commenta: "Marcabò, un antico castello costruito dai Veneziani alle foci del Po [...] non è in questione, salvo che come punto di arrivo di quel dolce piano che dichina lungo l'ampia valle del nostro fiume più grande; nemmeno è in questione Medicina, borgo emiliano forse noto soprattutto per aver dato i natali a un Piero di cui nulla si sa, se non che Dante volle dannarlo in mezzo ai seminatori di scismi e di guerre civili. È dunque a Vercelli che si riferiscono le immagini smorzate, un po' grigie, suggerite al lettore come quelle di una città capace di trasmettere non so che brividi all'anima" [da Diario di un uomo a disagio, Milano, Mondadori, 1990].

Aprile 2000

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N O T A

Gli autori locali finora hanno soltanto immaginato una presenza di Dante a Vercelli con ipotesi di pura fantasia. Così, ad esempio, scriveva Giulio Cesare Faccio (Una basilica del XIII secolo. S. Andrea di Vercelli, Vercelli 1989, p. 13), uno dei migliori studiosi vercellesi: “Forse Dante, nell’esilio, o ramingo per lo dolce piano che da Vercelli a Marcabò dichina, o nel viaggio verso Parigi, se egli andò mai in Francia, passò per Vercelli e sostò ammirato dinanzi alla basilica di S. Andrea [...] Il sommo poeta poté forse anche giungere a Vercelli, non per una missione politica, ma perché attratto dalla fama del suo Studio o Università...”

* * *

La pacificazione fra le due fazioni vercellesi, una capeggiata da Simone Avogadro di Collobiano e l’altra da Riccardo Tizzoni, come abbiamo detto, avvenne alla presenza del re, che nel documento è detto rex pacificus. I relativi atti (15, 16, 18 dicembre 1310) furono rogati dal notaio Bernardus de Mercato de Yenna Bellicensis dyocesis. L’atto, datato 16 dicembre 1310, è stato rogato presentibus dominis Balduino archiepiscopo Trevirensi, Crastone archiepiscopo Mediolanensi, Papiniano episcopo Parmensi, Gerardo episcopo Basiliensi, Aymone episcopo Gebennensi, Henrico episcopo Trigentino, Hugucione episcopo Novariensi, Humberto electo Vercellensi, Amedeo comite Sabaudie, Guidone de Flandria, Vualerano fratre dicti domini regis, Manfredo marchione Saluciarum, Karolo comite Lavagnie, Marovello marchione Malespine et Philipono de Langusco comite de Lomello et pluribus aliis...(Faccio e Ranno, I Biscioni, T. I, V. I, Torino 1934, doc.184, p. 377)

La presenza di Moroello Malaspina a Vercelli, con la probabile presenza di Dante, l’avevo già segnalata; poi ne avevo discorso in una conferenza alla “Famija Varsleisa”, della quale diede un ampio riassunto il giornale La Sesia (21 gennaio 1966). A Vercelli però la notizia non interessò nessuno e passò inosservata.

 

 

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