VITTORIO MANDELLI NELLA STORIOGRAFIA PIEMONTESE

ATTI DEL CONVEGNO DI STUDI – VERCELLI 26 NOVEMBRE 1999

 

 

 

Non per immodesta presunzione, ma semplicemente per amore di verità, dobbiamo riconoscere che prima di questo convegno Vittorio Mandelli era conosciuto come storico solo dagli specialisti di storia medievale, i quali lo conoscevano unicamente perché ne utilizzavano l'opera nei loro studi. Era una conoscenza, diciamo così, soltanto bibliografica. Ben pochi, infatti, avevano nozione di quale posto occupasse Vittorio Mandelli nella storiografia piemontese; chi fosse poi Mandelli come uomo e come cittadino nessuno lo sapeva e nessuno si curava di saperlo.

Sono invece convinto che dopo questo convegno e con la pubblicazione dei suoi Atti, la figura dello storico vercellese assumerà, finalmente, ben altra dimensione: quella che gli è dovuta. E questa è la prima conclusione positiva.

La relazione della dr. Gallifante, con cui abbiamo aperto i nostri lavori, non è solo, come si suole dire, interessante, ma rappresenta una novità assoluta e insieme l'assolvimento di un dovere morale verso uno studioso rimasto per troppi anni negletto.

Bisogna ricordare che prima d'oggi non esistevano biografie di Vittorio Mandelli. Chi voleva conoscere qualcosa della vita di questo studioso poteva disporre solamente di poche pagine, ormai introvabili, di Gaudenzio Claretta, e di una sorta di necrologia incompleta, retorica e non totalmente esatta, tracciata dal volonteroso Giovacchino Deagostini, in occasione della pubblicazione della parte postuma dell'opera mandelliana sul comune di Vercelli nel Medioevo. Solo questo: in realtà quasi nulla.

Lo studio della Gallifante copre quindi un'ingenerosa e ingiusta lacuna e ci restituisce l'immagine completa e veritiera del personaggio: l'immagine di una vita esemplare tutta dedicata alla famiglia, al lavoro, alle ricerche storiche. Se escludiamo il piccolo episodio polemico con il Messaggiere Torinese (1), fu una vita senza scosse, silenziosa, ritirata, tranquilla, molto religiosa, che quasi sfuggiva all'attenzione dei suoi concittadini, ma tanto laboriosa e feconda da poter donare ai vercellesi una somma di studi non facilmente perituri.

Gian Savino Pene Vidari ha fatto la storia delle edizioni statutarie subalpine e in particolare di quella degli Statuti di Vercelli del secolo XIII, facendoci riconsiderare la necessità di restituire al Mandelli la paternità della loro edizione.

L’appropriazione dell’Adriani, come sappiamo, venne denunciata, dopo oltre mezzo secolo, da Italo Mario Sacco, con un vigoroso saggio (Unicuique suum) pubblicato nel 1934. Purtroppo allora la notizia non ebbe la diffusione che avrebbe meritato e l'edizione degli statuti comunali di Vercelli continuò ad essere un monumento per l’abate Adriani. Io stesso, schedando i manoscritti della Biblioteca Civica di Vercelli, ho scoperto poi ulteriori prove dell’appropriazione (2), e, nel 1988, ritornai sull’argomento con uno scritto di carattere divulgativo pubblicato sul Bollettino Storico Vercellese (3), cui fece seguito il documentato studio dell’Adorno (4), ma era ancora troppo poco. Fu quindi veramente necessario parlarne di nuovo in questo convegno e il prof. Pene Vidari l'ha fatto da par suo, con prudente cautela e scrupolo di studioso, ma con ineccepibile documentazione, restituendo definitivamente al Mandelli quello che era del Mandelli, e riconoscendo all’Adriani quello che gli spettava.

Con l'accurata e penetrante relazione di Francesco Panero, l'opera del Mandelli trova finalmente la sua giusta collocazione nella storiografia italiana dell'età comunale alla metà del secolo XIX. Nel Comune di Vercelli nel Medio Evo abbiamo una ricerca che va ben oltre ad una esposizione annalistica degli eventi. La narrazione mandelliana tende ad essere “globale”: sono narrati i fatti politici del comune, e non solo, ma, con criterio quasi moderno, vengono studiate anche le istituzioni, la legislazione, l'economia, gli enti di beneficenza, gli enti religiosi e il territorio, il tutto sorretto, passo passo, dall'analisi della documentazione sincrona, che il Mandelli conosceva come nessun altro e da un'obiettività che pare anticipare la migliore storiografia positivista.

L'ultimo saggio presentato al convegno, quello di Gianmario Ferraris, completando la relazione della dr. Gallifante, ci fa conoscere dettagliatamente e compiutamente come nel corso di lunghi anni si svolse il lavoro di archivista e di paleografo del Mandelli, lavoro a pochi noto ma certamente utile e benemerito. L'archivio dell'Ospedale Maggiore, come si diceva un tempo, od Ospedale di S. Andrea come si dice oggi, è uno dei più importanti archivi ospedalieri dell'Italia Occidentale. È un archivio eccezionale per la sua vetustà e per la continuità della sua esistenza ed è pure un eccezionale strumento per lo studio dell'economia degli enti ospedalieri, come affermò autorevolmente Luigi Einaudi.

Nel corso del secolo XIX fu costante sollecitudine dell'Amministrazione dell'Ospedale (allora veniva chiamata Congregazione) dare un assetto al suo archivio di cui conosceva o almeno intuiva l'importanza; nel 1833 infatti per la parte medievale aveva affidato l'incarico di riordino al prof. Cristoforo Baggiolini, uno studioso vercellese che stava facendo le sue esperienze paleografiche con le pergamene dell'Archivio Storico Comunale (5); ma il Baggiolini, non sappiamo bene perché, non attese all'incarico.

Tutto l'onere del riordino dell'immenso archivio ricadde allora sul Mandelli, che lentamente, ma egregiamente, svolse il suo compito. Un lavoro lunghissimo (di oltre trent'anni), paziente e silenzioso, che ai nostri occhi accresce non di poco i meriti del bravo studioso vercellese.

Il riordino del Mandelli fu anche l'ultimo compiuto in questo straordinario archivio ospedaliero. Cessata l'opera del Mandelli le carte del riordinato archivio incominciarono ad essere più conosciute e più largamente usate nelle ricerche storiche.

Mi pare, a questo punto, che sia giunto il momento di inquadrare l'opera storica del Mandelli nella storiografia piemontese.

 

Vittorio Mandelli nella storiografia piemontese

La vita culturale del Piemonte nel Settecento fu dominata dal rigido assolutismo di Carlo Emanuele III e di Vittorio Amedeo II.

L'Università torinese, l’Accademia delle Scienze, la Società Sampaolina, la Società Filopatria, la Società Agraria, (poi Accademia di Agricoltura) erano istituzioni rigorosamente controllate dal clero, dalla corte e dal re in un'atmosfera di conservatorismo, di bigottismo e di grettezza. Le idee illuministiche, che si stavano diffondendo in Europa, erano contrastate se non perseguitate. È lungo l'elenco dei personaggi di valore imprigionati o costretti all'esilio perché non si adeguavano alle esigenze di un piatto conformismo: al Muratori fu negato l’accesso agli archivi del regno; Pietro Giannone, il grande storico del regno di Napoli, catturato con inganno, fu tenuto in lunga prigionia nelle carceri sabaude dove morì; il Radicati fuggì in esilio; il Baretti, benché conservatore, trovò prudente emigrare in Inghilterra; il Denina, destituito della sua cattedra universitaria e mandato in esilio a Vercelli, lasciò poi il Piemonte per Berlino prima e Parigi poi, e così fece anche il grande matematico Lagrange, per trovare un luogo più aperto alla ricerca e ai dibattiti scientifici, mentre l'economista Giovanni Battista Vasco pubblicò in Lombardia i suoi trattati e suo fratello Dalmazzo visse tra persecuzioni, processi, confino e carcere. L’Alfieri preferì “svassallarsi” dal re di Sardegna e risiedere a Firenze, mentre il saluzzese Bodoni, il più grande tipografo del secolo, preferì stampare a Parma.

Tutto ciò che era cultura veniva strettamente sorvegliato e sottoposto a censura ecclesiastica e statale; soprattutto se era filosofia, letteratura ed economia i controlli erano rigorosi e duri. Solo gli studi storici, specialmente se riguardavano l'età medievale, erano lasciati relativamente indisturbati ed i motivi erano ovvi: le questioni di storia medievale parevano completamente estranee alla politica contingente.

Anche in Piemonte vi fu un progresso nella storiografia, sia pure lento per le accennate difficoltà ambientali. L'immensa opera erudita e storica di Ludovico Antonio Muratori incominciava però a costituire un esempio che in qualche modo era imitato dai più attenti studiosi, determinando un maggiore interesse per la ricerca delle fonti, ma soprattutto un rinnovamento nel modo di fare storia. In questa nuova atmosfera intellettuale nel 1769-70 Carlo Denina pubblicava le Rivoluzioni d’Italia e nel 1773 Gian Francesco Galeoni Napione pubblicava il Saggio sopra l’arte storica, due lavori fra loro diversissimi, che però contribuirono sensibilmente al progresso della cultura storica subalpina.

Sulla gigantesca premessa delle opere muratoriane s’infittirono pure le ricerche storiche particolari e locali, che non poco contribuirono alla formazione culturale delle classi più colte. Sbocciò la passione per le patrie memorie.

Verso la fine del secolo XVIII, quando anche in Piemonte nacque questa passione, a Vercelli il canonico Francesco Innocenzo Fileppi scriveva l’ Historia ecclesiae et urbis Vercellarum e l’abate lateranense Giuseppe Antonio Frova scriveva Le memorie per la storia di Vercelli, queste ultime già improntate ad un certo rigore critico, ma rimaste purtroppo inedite; a Biella il medico Giovanni Tommaso Mullatera, uomo di animo nobile e di vasta dottrina, pubblicava nel 1778 le Memorie cronologiche e corografiche della città di Biella, un’opera per quell’epoca eccellente, e, come osserva Ferdinando Gabotto, non inquinata da documenti apocrifi (era il tempo in cui il Meyranesio e il Malacarne infettavano la storiografia piemontese fabbricando falsi) (6); ben diversamente fece Iacopo Durandi, che, per amore della sua Santhià, non esitò ad usarli per comporre la sua prima opera storica (7). Solo nel secolo successivo la migliore storiografia piemontese incominciò a cambiare sostanzialmente la sua metodologia, volgendola ad un più severo accertamento del vero, e in questo senso Vittorio Mandelli fu uno dei primi e più importanti innovatori.

 

Torna al sommario

 

*     *     *

                                                                                                                                                                                                          

Quando nel 1833 venne istituita a Torino la Regia Deputazione di Storia Patria, Vittorio Mandelli, allora trentaquattrenne, era all'inizio dei suoi studi storici. Nello stesso anno portava a compimento una breve ma documentata ricerca sul Collegio Dal Pozzo di Vercelli, probabilmente il suo primo lavoro di un certo rilievo (8). In questo saggio, rimasto inedito, si avverte già la presenza di un metodo innovativo d’indagine storica.

La Deputazione, nata su suggerimento del conte Prospero Balbo, divenne subito la maggiore espressione della politica culturale sabauda; tredici anni dopo la sua istituzione il re creava presso l'Università di Torino una cattedra di storia (9), che venne affidata ad un suo fedelissimo giovane ufficiale, studioso di storia militare: l'ingegnere Ercole Ricotti (10).

Carlo Alberto, il quale cercava di utilizzare la storia e gli storici piegandoli alle sue idee sulle origini di casa Savoia e ai suoi disegni politici, diede alla fine un potente impulso agli studi storici. Si giunse così, gradualmente, ad una organizzazione della ricerca erudita e dello studio della storia. In quegli anni l'attività della Regia Deputazione fu intensa e segnò l'inizio di un profondo, totale rinnovamento della storiografia piemontese che si sviluppò soprattutto attorno ai Monumenta Historiae Patriae, la grandiosa collezione di testi e documenti, iniziata nel 1836 per volere di Carlo Alberto, sul modello dei Monumenta Germaniae Historica (11).

Favorito dal re si formò un circolo di studiosi (Cesare Balbo, Carlo Promis, Ercole Ricotti, Federico Scopis, Luigi Cibrario, Carlo Baudi di Vesme) che connotarono la storiografia sabaudista, la quale trovò poi larga adesione fra gl’intellettuali piemontesi impegnati nelle lotte risorgimentali. Di questa sorta di sodalizio il Mandelli non fece parte, anche se vi era in lui un vivissimo senso patriottico ed anche se era molto inserito nelle nuove correnti del pensiero storiografico. Basta scorrere i suoi scritti per trovare abbondanti riferimenti ai migliori storici subalpini del tempo suo, come Luigi Cibrario, Carlo Promis e Tommaso Vallauri, che fu pure docente a Vercelli. Un primo riconoscimento ufficiale dei suoi meriti il Mandelli lo ebbe nel 1858 quando fu fatto socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria e nel 1860 quando divenne socio effettivo.

Sicuramente Vittorio Mandelli in Piemonte è stato all'avanguardia della ricerca storica, che, purtroppo, nella maggior parte dei casi era ancora abbondantemente conforme ai metodi pre-muratoriani. Basti come esempio il volume relativo a Vercelli del notissimo Dizionario geografico, storico di Goffredo Casalis (1833-1853), dove, senza nessuna indagine critica, sono ereditati molti errori e inesattezze dagli storici secenteschi.

Accingendosi a scrivere la sua opera maggiore, Il comune di Vercelli nel medioevo, il Mandelli espone con modestia i criteri a cui si atterrà: “E’ dunque l’opera mia una semplice esposizione di fatti, corredata anzi desunta da documenti in massima parte ancora inediti, e da cronache contemporanee…” poi, confessando l’affetto che porta alla sua patria, dichiara: “affetto sincero, che mentre esulta esponendone le glorie, si addolora poi, ma non tace né cerca palliarne gli errori, imperocché dalla nuda verità di fatti deve nascere quell’ammaestramento, a cui la storia è per sua natura destinata”. A questo programma lo storico vercellese rimarrà sempre fedele.

A distanza di un secolo e mezzo le opere di Vittorio Mandelli rimangono sempre fondamentali per la storia di Vercelli e sono ancora oggi molto utilizzate negli studi sul medioevo padano. Ricordiamo che ai tempi del Mandelli molti valorosi studiosi si sentivano impegnati a dare un senso storico all’idea nazionale e per questo scrivevano le loro storiografie e specialmente le loro sintesi storiografiche. Basterà accennare a Cesare Balbo, che nel 1846 pubblicava il Sommario della Storia d’Italia, opera che ha per filo conduttore ideale l’indipendenza italiana. Per l’opposto il lavoro del Mandelli fu molto analitico, fondato soprattutto sulla ricerca e sull’esame dei documenti, senza altri scopi che la pura ricerca storica, quindi soltanto fine a se stesso. Il Mandelli nondimeno non mancava talvolta di esprimere i suoi sentimenti e le sue opinioni, ma solo in brevi notazioni che non alteravano lo svolgimento della ricerca e il corso della narrazione.

L’opera storica del Balbo e quella del Mandelli sono rappresentative di due modelli di storiografia ben diversi però altrettanto importanti; ma forse, nel tempo, risulta più vitale il secondo, quello del Mandelli, perché la sua utilità pratica, ancorata alla “nuda verità di fatti”,  non cessa con il mutare dei sentimenti e delle passioni. Il nome di Vittorio Mandelli può quindi stare degnamente accanto a quelli di Cesare Balbo, Luigi Cibrario, Federico Sclopis e dei più insigni storici subalpini del XIX secolo.

Concludendo, sono convinto che questo convegno di studi segnerà una svolta risolutiva per la migliore conoscenza del Mandelli ed aprirà nuovi orizzonti di riflessione e di studio sulla sua opera, ancora ben viva, perché ancora utile alla ricerca storica e perché ancora insostituibile per la storiografia vercellese. Soprattutto questo convegno ha il merito di averci restituito la memoria di un uomo valoroso negli studi ed ammirevole per probità, modestia e laboriosità. Un uomo d'altri tempi, ma del cui esempio molto abbiamo bisogno nei tempi nostri.

 

In questa sezione del sito si trova l’articolo Giovambattista Adriani

 

Torna al sommario

 

NOTE

1 - Cfr.  M. F. Gallifante, Vittorio Mandelli 1799-1999, Vercelli 2003, p. 14

2 - R. Ordano, I manoscritti della Biblioteca Civica di Vercelli, Vercelli 1988, pp.92-94

3 - R. Ordano, Al ladro!  in: "Bollettino Storico Vercellese", 1988, 1 n.30, 155-157.

4 - I. M. Adorno, Un "giallo" storico. L'edizione ottocentesca degli "statuti antichi" del comune di Vercelli, «Rivista di storia del diritto italiano», 66 (1993), pp. 491-511.

5 - C. Baggiolini, Illustrazione delle pergamene e dei codici antichi nell’Archivio Civico di Vercelli, Vercelli 1834

6 - Tribuna Biellese, 11/12/1901

7 - Jacopo Durandi, Dell'antica condizione del Vercellese e dell'antico borgo di Santià, Torino 1766

8 - Il ms. è conservato nella Biblioteca Civica di Vercelli (cfr. R. Ordano, I manoscritti della Biblioteca Civica di Vercelli, Vercelli 1988, p.89)

9 - Inizialmente la materia d’insegnamento della cattedra era la “Storia militare italiana”, che poi divenne la “Storia moderna”.

10 - Ercole Ricotti, dopo la morte di Federico Sclopis, fu presidente dell’Accademia delle Scienze di Torino ed infine rettore dell’Università dal 1862 al 1865.

11 - Per l’attività della Regia Deputazione si veda A. Manno, L’opera cinquantenaria della R. Deputazione di Storia Patria di Torino, Torino 1883.

 

Torna al sommario