VERCELLI  E  IL SUO CENTRO STORICO

 

Come è noto Vercelli fu un importante municipio romano, ma di esso rimane poco più della memoria storica. Già nel IV secolo S. Girolamo poteva affermare che Vercelli "una volta potente, ora è quasi in rovina con pochi abitanti". Poi la città venne devastata durante le invasioni barbariche e le inondazioni  del Cervo e della Sesia, non più arginate, contribuirono a farne sparire le macerie sotto terra. Passarono i secoli, quindi lentamente, sopra la sepolta area urbana romana, venne costruita la città medievale, di cui rimane, opera stupenda, la basilica di S. Andrea e pochi altri monumenti di un qualche pregio.

La Vercelli medievale incominciò a decadere sotto il regime visconteo ma la sua decadenza si fece rapida e rovinosa dopo che nel 1427 passò ai Savoia. I Savoia infatti ne fecero una fortezza per custodire sulla linea della Sesia i malsicuri confini del loro stato. Le fortificazioni prevalsero sulla città: per motivi militari esse vennero costruite dentro i margini dell' insediamento cittadino, che venne ristretto e strozzato, mentre i Vercellesi furono vessati da continue imposizioni fiscali, volte soprattutto al mantenimento di fortificazioni sempre più costose ed imponenti. Seguì lo strazio di continue guerre e guerriglie, di assedi disastrosi, di presenze onerose e prepotenti di soldatesche di passaggio o stanziali, a cui si aggiunsero carestie, pestilenze e una lunga dominazione spagnola, al termine della quale la condizione della città, secondo una precisa e veritiera relazione, era questa: " La principal infermità della città procede dal poco numero d'abitanti, che appena arriva a 6303 anime, fra i quali 1630 minori d'anni sette, 436 ecclesiastici o religiosi, 921 miserabili all'ultimo segno; sicchè può dirsi il popolo della città e suburbio ridotto a 3316; e da questi dedotte le donne, i vecchi, ed altri inabili al lavoro, la città si riduce ad un pugno di gente..."

L'età rinascimentale che, grazie a signorie illuminate, arricchì e fece belle molte città italiane, transitò a Vercelli lasciando poche testimonianze architettoniche degne di considerazione (rimane qualche cortile e la chiesa di S. Cristoforo, che interessa non per la sua rimaneggiata architettura, ma per i dipinti di Gaudenzio).

Finalmente, dopo l'ultimo assedio del 1704, Vercelli incominciò a rinascere e in effetti i suoi migliori palazzi sono del Settecento e dell'Ottocento.

Ho fatto questa premessa, perché la ritengo indispensabile per una equilibrata valutazione del centro storico della nostra città, sbrigativamente delimitato dalla cerchia dei viali, e che dal 1945 è stato difeso in modo demenziale, oltre che incoerente. Con la complicità delle soprintendenze si è voluto pertinacemente bandire da esso l'edilizia e l'architettura contemporanea (lasciando però che lungo la via Cavour, in una zona degna di tutela, si perpetrassero gli obbrobri che tutti vediamo) e non si è neppure preso in considerazione un nuovo assetto urbanistico rispondente alle moderne esigenze del traffico. Se il lungimirante podestà Adriano Tournon (a cui dovrebbe andare la gratitudine dei Vercellesi e non la dimenticanza!) non avesse fatto spianare la Furia, di certo noi l'avremmo conservata ed oggi vi brulicheremmo ancora dentro fra le sue maleodoranti topaie.

Per parecchi secoli, durante la dominazione sabauda, la città di Vercelli, ridotta a fortezza, rimase strozzata dal cerchio delle fortificazioni e dei fossati. Come città di confine ebbe a subire guerre, scorrerie, assedi, occupazioni militari ed occupazioni straniere. Nei secoli XVI e XVII sue condizioni erano miserevoli ed il centro storico ne subì le conseguenze  (Stampa, seconda metà sec. XVIII).

 

Vi sono in Italia città che da un fortunato passato hanno avuto in retaggio centri storici insigni per splendore d'arte e mirabile coerenza architettonica ed urbanistica: purtroppo non è il caso di Vercelli.

Se facciamo eccezione della basilica di S. Andrea e di qualche altro monumento, quello che di accettabile è rimasto nel centro storico si riduce a poche piazze, a poche vie, a pochi ambienti. Tutto il resto avrebbe potuto, anzi dovuto, essere demolito per dare a Vercelli l'aspetto e la vivibilità di una città che non rifiuta il presente in cui vive, perché in esso vuole vivere e non morire.

 Le stesse cose pregevoli che dovrebbero essere poste bene in vista (se si vuol fare di Vercelli una città d'arte, come sovente si promette) finiscono per affogare nel brutto che le circonda: un brutto che ogni giorno che passa diventa ancora più brutto per mancanza di manutenzione e talvolta anche di semplice pulizia. E mentre non si valorizza il meglio che si possiede, si custodiscono le vecchie brutture, da conservare per il disgusto nostro e per quello dei posteri. In ciò vi è completo accordo fra alcuni rumorosi intellettuali e la stampa locale, subito pronta ad intervistarli, non appena si sta per demolire una vecchia casa o un pezzo di vecchio muro affiora da uno scavo.

Nell'ultimo mezzo secolo la psicosi della salvaguardia del vecchio, anche se lercio, ha accompagnato quasi simbolicamente il destino di Vercelli, che sta perdendo a poco a poco la sua dignità di capoluogo, cioè la centralità economica, produttiva e commerciale nel suo territorio storico e che, non a caso, ha dovuto cedere la metà della sua provincia a Biella (anche se i paragoni sono antipatici, si vada vedere come dal 1945 ad oggi Biella si è trasformata architettonicamente e urbanisticamente! )

La morale del discorso comunque è questa: non si deve perseverare a percorrere strade sbagliate, né per quanto riguarda il settore urbanistico-edilizio, né per altri settori. E che le strade siano sbagliate lo dimostra lo stesso declino di Vercelli, di fronte all'ascesa delle città che la circondano. Mi auguro che chi amministra questa nostra città abbia il coraggio e l'intelligenza di mettere il suo centro storico al passo con i tempi; conseguentemente di darsi gli strumenti urbanistici idonei per rinnovarlo; di non mortificare, come sempre, l'iniziativa privata, ma di aiutarla ad investire al meglio, considerando che nel meglio vi è pure il bello.                                                                              

Edito in  Automobile Club , 1995, n.2

 

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