UNA CONGIURA CONTRO LEONE X
Mastro Battista da Vercelli
...o che col
tosco
mastro
Battista mescoli il veratro
L. Ariosto
Il 20 luglio
1515 la repubblica di Siena conferì solennemente la cittadinanza a Battista da Vercelli,
medico e chirurgo, che nella bella città toscana da qualche anno faceva prodigi
intervenendo sulle cataratte oculari, sulla vescica e, soprattutto, nella cura
della sifilide, il tremendo “mal francioso”, che egli, fra i primi al mondo,
riusciva a combattere usando il mercurio. Alle sue prestazioni ricorrevano
prelati, ricchi patrizi e potenti principi; curò, fra gli altri, il marchese di
Mantova e Giuliano de’ Medici, fratello di Leone X.
Siena, lieta e
onorata di ospitare tanto medico, non solo lo volle suo cittadino, ma lo
esonerò anche da tutti i gravami fiscali. Il privilegio di cittadinanza
definisce il cerusico vercellese e l’eccellenza della sua arte con queste
espressioni:...cum nobilis Baptista de
Viere Vercellensis1, chirurgus, physicus, atque eques clarissimus ex
nostris civibus et quidem nobilioribus nobisque charioribus complures in
multarum, variarumque egritudinum, atque vessice calculi in primis in qua
unicus ac pene divinus est, letali prelio sanaverit, atque ita servaverit ut
non ex morbo liberati, sed desperata omnino salute, ex morte ipsa in lucem
vitamque redditi credantur… In suo onore fu coniata una splendida medaglia:
da un lato era ritratto Battista, con la berretta dottorale in testa, e attorno
l’iscrizione BAPTISTA. VERCELLENSIS. MEDICINE. PARENS; dall’altra vi erano tre
figure femminili circondate dalle parole LANGUENTIUM. FIDES. SPES. ET. CARITAS.
E’ probabile
che a Siena non fossero in molti a conoscere i trascorsi di mastro Battista,
altrimenti gli ufficiali di balìa, che con alate parole lo avevano proclamato
loro concittadino, avrebbero un poco moderato i loro entusiasmi.

Nel 1497
troviamo costui a Venezia a fare il cavadenti, poi, nell’anno seguente, previo
esame, viene abilitato dal collegio chirurgico ad operare cataratte e ad
estrarre calcoli dalla vescica. Si dimostra subito medico abilissimo e si crea
un’ottima clientela. Ha una straordinaria capacità di guarire dal “male della
pietra” e Venezia lo onora conferendogli l’ambito titolo di cavaliere di S.
Marco. All’ombra del leone di S. Marco potrebbe avere un grande avvenire, se
non glielo stroncasse la severità della giustizia, con le accuse di omicidio
colposo e di omicidio premeditato. La prima, meno grave, fu dovuta alla morte
di un suo paziente che, dopo l’operazione, aveva affidato alle cure
evidentemente maldestre del fratello Filiberto e di un servo. La seconda accusa
fu di aver fatto fuori a coltellate un collega, il chirurgo Gerolamo da Verona.
Durante il processo, celebrato nel gennaio 1509, Battista negò sempre, anche
sotto tortura, la premeditazione, protestando che il fatto sarebbe avvenuto
nella foga di una rissa; però non poté sfuggire la condanna a due anni di
carcere duro e al bando perpetuo. Riuscì a rimanere in prigione solo pochi
mesi, ma dovette lasciare Venezia (soltanto dopo alcuni anni, grazie
all’intercessione di Leone X e di Pietro Dovizi da Bibiena, ottenne la revoca
del bando).
Per qualche
anno Battista parve scomparire nel nulla, fino a quando, nel 1512, riapparve a
Siena. Qui poté godere dell’amicizia di un giovanissimo principe della chiesa,
Alfonso Petrucci, che da poco aveva ricevuto la porpora dalle mani di Giulio
II, benché appena quindicenne.
Padre del
cardinal Alfonso era Pandolfo Petrucci, signore di Siena ed esemplare signore
del Rinascimento: forte, coraggioso, astuto e con pochi scrupoli. Soleva dire:
“non è più luogo alle leggi: gli uomini che le hanno fatte le possono disfare.
Tutte le cose debbono ubbidire alla
forza: conviene quindi ubbidire alla necessità”.
A questa scuola
era cresciuto Alfonso; però la giovane età, la poca conoscenza dell’animo
umano, la scarsa capacità nel valutare le proprie forze e quelle degli
avversari, lo rendevano pericoloso a se stesso e a coloro che si mettevano con
lui. Ritenne suo personale successo l’elezione a vicario di Cristo di Giovanni
de’ Medici, secondogenito di Lorenzo il Magnifico, avvenuta nel 1513. Il
Medici, non ancora quarantenne, proprio per la sua età, trovava difficoltà ad
ottenere dal Conclave i suffragi necessari; ma il cardinal Petrucci, per
l’alleanza che legava la sua famiglia a quella medicea, riuscì a fargli avere i
voti di un gruppo di giovani cardinali e a portarlo così alla tiara. Una
vittoria dei giovani. Egli stesso, giubilante, annunziò al popolo l’avvenuta
elezione di Leone X gridando: “evviva i giovani!” (vivant et vigeant iuvenes).
Pochi anni dopo
però i rapporti fra Leone X e il cardinale Alfonso si guastarono. Nel 1516
infatti, proprio con l’aiuto del papa, venne cacciato dalla signoria di Siena
il fratello di Alfonso, Borghese, che era succeduto al padre nel 1512. Alfonso
tentò di aiutare il fratello con una spedizione armata, che però ritirò
frettolosamente quando si rese conto dell’inutilità dell’intervento. Da allora
covò un odio mortale verso il papa, “sdegnato - scrive il Guicciardini - che il
pontefice, dimenticatosi delle fatiche e de’ pericoli sostenuti già per
Pandolfo Petrucci suo padre perché i fratelli e lui fussino restituiti nello
stato di Firenze, e delle opere fatte da sé, insieme con gli altri cardinali
giovani nel conclave, perché e’ fusse nel pontificato, avesse in
ricompensazione di tanti benefici fatto cacciare di Siena suo fratello e lui”.

Leone X nello stupendo
ritratto di Raffaello (Firenze, Uffizi).
* * *
Un medico
trovò d’inganni pieno,
sufficiente
et atto a simil uopo.
L. Ariosto
Come vendicarsi
della nera ingratitudine del papa? Questo pensiero dovette tormentare Alfonso.
Scrive ancora il Guicciardini: “Però ardendo di odio, e quasi ridotto in
disperazione, aveva avuto pensieri giovenili di offenderlo egli proprio
violentemente con l’armi”; ma lo trattenne “ il pericolo e la difficoltà della
cosa più che l’esempio e lo scandolo comune in tutta la cristianità, se uno
cardinale avesse di sua mano ammazzato uno pontefice”; volse allora tutti i
suoi pensieri “a torgli la vita col veleno, per mezzo di Battista da Vercelli,
famoso chirurgo e molto intrinseco suo”.
Battista era
proprio il medico “atto a simil uopo”. Paolo Giovio lo descrive come una sorte
d’imbonitore, seppur famoso per alcune ammirevoli innovazioni terapeutiche (...admirandis quibusdam experimentis clarum)
e inoltre lo dipinge come un uomo sporco, crudele, incallito ingannatore, però
superiore a tutti nell’arte sua, per vivacità d’ingegno e singolare agilità di
mano (homo erat impurus, crudelis,
fallacissimusque veterator, sed qui
ingenio expedito, et singularis digitorum argutia supra caeteros eius artis
excelleret).
Il papa
soffriva da molto tempo di una fistola che gli era nata in fondo alla schiena (in ima sede nata erat) e che si
dimostrava ribelle ad ogni terapia; quale migliore occasione per il Petrucci di
farlo sottoporre alle cure avvelenate del medico vercellese?
Difficile era
però convincere il papa ad accettare come medico Battista: di qui intrighi e
maneggi di cardinali e di camerieri che circuivano il papa con un’insistente
azione psicologica onde inculcargli la necessità di cambiare medico e di
chiamare il celebre Battista. La congiura fece così qualche progresso: il
medico papale Jacopo da Brescia fu licenziato, il medico vercellese poté
accostarsi all’illustre paziente, ma non poté dare inizio alle malefiche cure;
ne fu impedito da una di quelle piccole cose, cose da nulla, a cui nessuno
pensa, ma che talvolta possono mandare all’aria le imprese meglio architettate.
Nessuno dei congiurati infatti aveva previsto la pudicizia del papa, che
proprio per pudore (salutari quadam
verecundia, afferma il Giovio) non volle scoprirsi al nuovo medico.
Intanto il
Petrucci, che per motivi di sicurezza si era allontanato da Roma, manteneva i
contatti con il suo maestro di casa Marco Antonio Nino, con cui aveva “un
continuo commercio di lettere”, ma una di queste, purtroppo per il Petrucci,
poté essere intercettata dal sospettoso Leone X. La missiva era cifrata, però
mettendo alla tortura il Nino, il papa venne a conoscere ciò che si stava
tramando contro di lui.
Conclusione: il
Petrucci, fatto venire a Roma dal papa con l’inganno di una lettera amichevole
e di un salvacondotto, fu imprigionato, privato del cardinalato e fatto
strangolare dal moro Rolando in una segreta di Castel Sant’Angelo. Tutti i suoi
complici, scoperti, furono colpiti da pene tremende. Battista, catturato a
Firenze, dove si era recato a curare le sifilide, fu tradotto a Roma,
processato dal procuratore fiscale e, alla fine, pubblicamente torturato,
impiccato e squartato presso ponte S. Angelo. Ciò avveniva negli ultimi giorni
del giugno 15172.

Raffaello.
Particolare della Messa di Bolsena. Fra i due prelati vi è il supposto ritratto
di Alfonso Petrucci (Vaticano,
Stanze).
N O T E
1
Altri, a differenza del Bruzza,
da cui trascrivo l’atto (Cfr. Bibliografia), hanno letto de Ruvere e in effetti anche in un altro documento si legge Baptista de Ruvere Vercellensis (si veda
P. Capparoni, cit. in Bibliografia, doc. XVII, b). Il nostro medico però è
quasi costantemente chiamato “Battista da Vercelli”; egli stesso si firma Baptista Vercellensis. Talvolta, ma
abbastanza raramente, è denominato Ioannes
Baptista de Vercellis.
2 Mentre gli scrittori del tempo non hanno mai sollevato
dubbi sulla colpevolezza del maestro Battista, quasi tutti gli autori più
vicini a noi, dal Bonino al Bettica-Giovannini, sono convinti della sua
innocenza. Riassumo brevemente gli argomenti degli innocentisti:
- Battista coltivava l’ambizione di toccare il vertice
della sua carriera professionale diventando il medico, non l’assassino del
papa.
- Sono stati conservati tutti i fascicoli processuali,
meno il fascicolo che riguarda mastro Battista. La sua scomparsa non dovette
essere casuale; forse conteneva, se non la prova dell’innocenza di Battista,
certo qualche importante indizio di innocenza, che si credette opportuno far
sparire per sempre.
- Dalla lettura degli atti processuali rimasti non
emerge alcuna prova di colpevolezza, e tutto quanto è stato dichiarato contro
il medico vercellese è stato strappato con l’uso feroce della tortura.
- Mastro Battista era ricchissimo, godeva di una
chiara fama e aveva una clientela che qualunque medico gli avrebbe invidiato.
Non era quindi il desiderio di denaro che poteva spingerlo a rischiare la vita,
entrando in una così pericolosa congiura.
Se gli innocentisti hanno ragione (e
potrebbe darsi che l’abbiano!) perché si volle coinvolgere nella congiura uno
che non c’entrava? L’ipotesi migliore che è stata avanzata è questa:
Leone X cercava l’occasione per
sbarazzarsi del cardinal Petrucci, suo mortale nemico. Allorché ebbe notizia che costui guidava una congiura
contro la sua persona, non aveva ancora sufficienti prove di colpevolezza da
poter offrire al popolo, per giustificare la condanna a morte di un ben noto
principe della Chiesa. Gli occorrevano prove inoppugnabili e clamorose. Se
questi erano i desideri del pontefice, ben si comprende con qual zelo sia stato
imbastito il processo. Al procuratore fiscale Mario da Perusco non parve vero
di poter indicare nel disgraziato Battista colui che ebbe dai congiurati
l’incarico di fare morire Leone X. Il medico vercellese, che forse stava
brigando per diventare medico del papa ed era notoriamente amico del Petrucci,
può avere avuto qualche comportamento o scritto qualcosa che poté essere
intenzionalmente frainteso, offrendo al procuratore fiscale gli appigli per
incriminarlo. Non fu poi difficile, con l’aiuto della tortura, trovare qualcuno
dei congiurati che lo denunciasse come colui che si era assunto l’incombenza di
avvelenare il papa.
BIBLIOGRAFIA
ESSENZIALE
- L. Bruzza, Notizie intorno alla patria e ai primi
studi del pittore Giovan Antonio Bazzi, in : “Miscellanea di storia
italiana”, 1862, I, pp. 43-44. Pubblica l’atto di concessione della
cittadinanza senese a Battista.
- F. Guicciardini, Storia
d’Italia, Torino, 1981, pp. 1284-89.
- S. Sismondi, Storia
delle repubbliche italiane, Capolago, t. XIV, pp. 382-387
- P. Giovio, De
vita Leonis decimi, Florentiae, 1549, pp. 87-89.
- G. G. Bonino,
Biografia medica piemontese, I, Torino, 1824, pp. 162-167.
- G. De Gregory, Istoria
della vercellese letteratura ed arti, II, Torino, 1820, p. 2, pp. 79-81.
- C. Dionisotti, Notizie
biografiche dei vercellesi illustri, Biella, 1862, pp. 179-180.
- A. Ferrajoli, La
congiura dei cardinali contro Leone X, “Miscellanea della R. Soc. Romana di
Storia Patria”, Roma, 1919, pp. 200-205.
- P. Capparoni,
Giovanni Battista da Vercelli, sifiloiatra, squartato sotto Leone X, in:
“Boll. Ist. St. Italiano dell’Arte Sanitaria”, I, 1921 n. 1-2. Pubblica una
notevole serie di documenti relativi alla biografia di Battista e alla congiura
contro Leone X.
- L. Gualino, In
difesa di mastro Battista di Vercelli, in: “L’Illustrazione medica
italiana”, 1924, n. 12.
- R. Bettica-Giovannini, Maestro Giovanni Battista da Vercelli alla forca di papa Leone X,
in “Rivista Biellese”, Biella, 1957, n. 5-6.
Saggio edito in: Boll. Stor. Vercellese, 1987, n.28, pp.
75-91.