
Rotto dal trascorrere dei secoli, aspro e suggestivo, appare fra l'erba
e gli alberi il più antico rudere di una chiesa vercellese: è quanto rimane di S.
Maria di Arelio. Certo la chiesa di S. Maria di Naula è più antica; forse di
pari antichità è la chiesa di S. Maria di Campagna presso Lenta; ma queste due
chiese possono accogliere i fedeli. S. Maria di Arelio ormai ci offre soltanto
scheletri di rovine: un'abside sfondata, una serie di arcate, muri sbrecciati e
pochi altri resti fra macerie informi. Tutto però reso melanconicamente dolce
dal verde e dal silenzio. Per accedervi infatti bisogna discostarsi dalla
strada, per altro di scarso traffico, che collega Borgo d'Ale a Cossano; poi,
dopo qualche centinaio di metri di viottolo, s'incontrano, fra la vegetazione,
le forme derelitte e rovinate del tempio medievale.
Erano gli albori degli anni mille quando la piccola chiesa venne
innalzata con rustica maestria, usando ciottoloni, pietre spaccate e pochi
mattoni, forse residuati di costruzioni più antiche. La sua configurazione
seguiva i modelli di quell'architettura che noi diciamo romanica, la quale,
nella sua sobria essenzialità, stava fiorendo anche fra i campi e i boschi, qua
e là, accompagnando l'insediarsi di piccoli raggruppamenti di famiglie contadine.
Come
avvenne per le chiese di più remota età, anche la chiesa di S. Maria di Arelio
fu dedicata alla Madonna ed ebbe dignità di pieve, con una giurisdizione su un
vasto territorio sul quale esercitava in esclusiva il diritto di battezzare.
Per una di quelle inspiegabili e sorprendenti incongruenze di cui è ricca la
storia medievale, S. Maria di Arelio non si trovava sottoposta al vescovo di
Vercelli, come sarebbe stato naturale per la sua collocazione geografica, ma
era dipendente dalla diocesi d'Ivrea, della quale rappresentava uno strano
avamposto profondamente incuneato nel territorio della diocesi eusebiana, le
cui pievi la stringevano da tre lati. A settentrione confinava con
l'antichissima pieve di S. Secondo di Salussola (poi, quando venne istituita,
con la pieve di S. Pietro di Cavaglià); ad oriente con la pieve di S. Stefano
di Santhià; a meridione con la piccola pieve di S. Michele di Clivolo e con
quella di S. Pietro di Cigliano. A rendere testimonianza dell'antica anomalia
rimane oggi Alice Castello, ancora assegnato alla diocesi d'Ivrea.
Il tempo in cui venne costruita S. Maria di Arelio lo conosciamo
approssimativamente soltanto dai suoi residui architettonici, non da altre
testimonianze storiche. Nulla sappiamo invece del territorio che la circondava,
della gente che lo abitava e di chi vi esercitava il potere; poi, quando
incominciano a fare capolino i primi riferimenti documentari (fine secolo X e
inizio secolo XI) la situazione ci appare subito complicata: il potere
religioso, come abbiamo detto, è del vescovo d'Ivrea, quello signorile è del
vescovo di Vercelli, che lo concede in feudo ai conti di Cavaglià, suoi
vassalli.

“S. Maria di Arelio ormai ci offre soltanto scheletri di rovine:
un’abside sfondata, una serie di arcate, muri sbrecciati…” (Foto R. Ordano).
La
pieve di Arelio è terra di confine e martoriata terra di conflitti, dove si
alternano le giurisdizioni, dove s'intrecciano e si contrastano molteplici
interessi. Alla fine del secolo X, Leone, vescovo di Vercelli, cerca di
estendere il suo potere temporale su Uliaco, Maglione, Areglio, Medolo ed
Erbario, luoghi della diocesi eporediese; poi il comune di Vercelli, non appena
incomincia ad esistere, punta con decisione a dominare l'accesso alla Valle
d'Aosta; di qui la sua tenace e permanente volontà di tenere sottomessa Ivrea.
Nei secoli XII e XIII infatti v'è tutto un succedersi di lotte fra Ivrea e
Vercelli, che, di volta in volta, coinvolgono anche i conti del Canavese, il
marchese di Monferrato, i conti di Biandrate e persino Novara. Vercelli tenta
di strappare ad Ivrea terre, uomini e diritti, facendole nascere sul confine
orientale una serie di borghi franchi: nel dicembre 1202 delibera di fondare il
borgo franco di Piverone; nel 1204 istituisce quello di Magnano; segue, attorno
al 1254, il borgo franco di Mongrando; nel 1257 delibera l'affrancamento di
Cavaglià; nel 1261 fonda il Borgo Nuovo della Dora, facendovi affluire gli
abitanti di Uliaco; nel 1270 infine decide la costituzione dei borghi franchi
di Azelio e di Borgo d'Ale, ma questa volta non tanto per contrastare Ivrea, ma
per le aspre lotte di supremazia da tempo esplose fra le fazioni vercellesi.
Con i nuovi borghi la parte guelfa, che detiene il governo comunale, cerca di
incunearsi in una zona signoreggiata dai ghibellini Bichieri e Bondoni, e dall'abbazia di S.
Andrea. Ora le opposizioni, più che da Ivrea, vengono proprio dall'abbazia di
S. Andrea, la quale ha cospicui interessi nei due luoghi.

La croce,
semplice e grezza, è ancora visibile a rendere testimonianza dell’antica
sacralità del luogo. Appare in alto, fra la vegetazione, nei resti del muro
occidentale e in quelli del muro orientale, qui fotografato (Foto R. Ordano).
Per quanto riguarda la fondazione di Borgo d'Ale le attestazioni
documentarie ce la descrivono così: il 12 maggio 1270, gli abitanti di Alice,
Meolio, Arelio, Erbario e Clivolo, chiedono al comune di Vercelli di andare ad abitare
un borgo nuovo, da edificare su terreno vergine, con tutti i privilegi che
vengono dati ai borghi affrancati. Il comune, è quasi inutile dirlo,
acconsente. Per la costruzione delle loro dimore gli abitanti del nuovo borgo
possono rifornirsi di materiale edilizio demolendo le case dei villaggi che
hanno abbandonato, ed è proprio questo a causare la loro rapida scomparsa: Il
nuovo borgo viene costruito velocemente e prende il nome di Borgo d'Alice
(Borgo d'Ale), anche se non tutti gli abitanti di Alice vi si trasferiscono per
la pertinace opposizione dell'abate di S. Andrea. Alice quindi non muore,
mentre spariscono gli altri villaggi, compreso Arelio.
Lo spopolamento di Arelio fu totale; Arelio però con la sua pieve, era
stato, insieme con Clivolo, il più importante dei villaggi sacrificati alla
nascita del nuovo borgo, ed il comune di Vercelli ebbe per esso un tardivo
ripensamento. Con un capitolo degli Statuti del 1341 infatti impose al podestà
di mandare gente ad abitare la terra di Arelio, "che ora è
disabitata" (que nunc est inhabitata).
Non sappiamo come e quando Vercelli poté ricostituire l'antico villaggio; per
un certo tempo però un nucleo di campagnoli ritornò a fare rivivere Arelio.
Intanto, salvo brevi periodi, il luogo e il territorio avevano seguito
le sorti politiche di Vercelli, passando prima sotto la signoria dei Visconti,
e poi dal 1426 sotto quella sabauda. Con i Visconti ebbero Arelio i Tizzoni;
con i Savoia i Valperga. Poi Arelio lentamente scomparve un'altra volta e la
pieve di S. Maria ne seguì la triste sorte: nel 1527 fu detta "ridotta al
niente" (ad nihilum reducta).
Più tardi, in luogo alquanto discosto, risorgerà ancora con il vecchio nome di
Arelio - un nome che non voleva morire - il piccolo villaggio che esiste
tuttora.
Dentro alle navate diroccate di S. Maria di Arelio - testimone di quasi
un millennio di storia tormentata - è incantevole, adesso, vedere spuntare le
viole in primavera*.
Luglio 1993

Come altre chiese romaniche, anche S. Maria di Arelio
è stata costruita con l’abside ad oriente e l’entrata ad occidente. Al
tramonto, dall’antico ingresso, penetrano liberamente gli ultimi raggi del sole
(Foto R. Ordano).
N O T A
*Il vetusto rudere, detto popolarmente Gesiassa, appare curato bene e con intelligenza. Risparmiato finora
dagli "operatori culturali", non è stato deturpato da inutili
restauri e non è stato devastato da scavi archeologici. E' stato invece
liberato dai grossi tronchi che vi crescevano dentro e, con lieta sorpresa,
constato che non s'impedisce alla natura di compiere la sua lenta opera di
demolizione e di bellezza, insinuando fra le macerie cadute i suoi muschi, le
sue erbe e i suoi fiori.
B I B L I O G R A F I A
Non esiste una bibliografia specifica. Per la stesura di quest'articolo mi sono avvalso delle seguenti opere:
V. Mandelli, Il comune di Vercelli nel Medio Evo, Vercelli 1857, pp. 272-277.
F. Rondolino, Cronistoria di Cavaglià, Torino 1882, pp. 276-286.
L. Drebertelli, Sulle origini del comune di Borgo d'Ale, Torino, 1902.
R. Orsenigo, Vercelli Sacra, Como, 1909, pp. 220-222.
P. Verzone, L'Architettura romanica nel Vercellese, Vercelli, 1934, pp. 36-36.
C. Benedetto, I vescovi d'Ivrea, Torino 1942, p. 57.
D. De Bernardi Ferrero, L'architettura romanica nella diocesi di Biella, Torino 1959.
L. Avonto, Da Vercelli da Biella tutto intorno, Torino, 1980, pp. 201-207.
G. Ferraris, La pieve di S. Maria di Biandrate, Vercelli, 1984, pp. 306-308.
R. Ordano, Castelli e torri del Vercellese, Vercelli, 1985, pp. 76-81.
P. Venesia, Il medio evo in Canavese, III, Ivrea 1989, p. 142.
In Antologia
storica di questo stesso sito si trova l’articolo S. Maria di Naula.