LE AVVENTURE  DELLA PROVINCIA DI VERCELLI

 

I fiori della retorica

Durante la guerra del 1859 Vercelli ed il suo territorio subirono danneggiamenti molto onerosi. Per ostacolare l’avanzata degli Austriaci verso Torino il governo decise di allagare la pianura vercellese fra la Sesia, il Po e la Dora; e infatti venne inondata un’area di quasi 450 chilometri quadrati con circa 39 milioni di metri cubi di acqua. Un anno dopo Cavour disse che le “popolazioni cooperarono con esemplare abnegazione”. E cosa avrebbero potuto fare di diverso le popolazioni? Opporsi agli ordini perentori del governo?

Vercelli, occupata da gli Austriaci dal 2 al 19 maggio, fu sottoposta ad ogni genere di requisizioni e di imposizioni. Il sindaco Luigi Verga, un brav’uomo, viveva in stato di ansia per ciò che poteva succedere alla sua città; onde, per evitare il peggio, fece del suo meglio per soddisfare con solerzia e sollecitudine tutti i desideri, le richieste e le ingiunzioni degli occupanti. I vercellesi misero al Verga un soprannome: lo chiamarono “Il cavalier si-si”.

Finita la guerra a Vercelli vi fu grande e prolungata euforia; si facevano brillanti discorsi spargendo i fiori della retorica sui sacrifici compiuti, come se fossero avvenuti per iniziativa vercellese e non originati da dure imposizioni. Si suonava e si ballava[1]. A settembre venne particolarmente festeggiato il sindaco Verga a cui si offrì una medaglia d’oro con pubblica sottoscrizione.

La nuova legge sulle circoscrizioni amministrative

Intanto verso la fine dell’estate dello stesso anno il governo stava  preparando  una nuova legge sulle circoscrizioni amministrative; ma la cosa a Vercelli non interessava nessuno, poiché nessuno poteva pensare che si potesse in qualche modo ledere la città, che, dopo Torino, era allora considerata la città più importante del Piemonte, anche per la sua forza economica[2]. Anzi, i notabili vercellesi erano convinti che con la nuova legge la provincia di Vercelli sarebbe stata ampliata. Il giornale Vessillo della libertà scriveva che la provincia di Vercelli “per le sue interne e naturali prerogative è nella condizione di vedersi notevolmente ingrandita”. Invece con la nuova legge la provincia di Vercelli non solo non venne notevolmente ingrandita, ma venne fatta sparire e Vercelli si trovò sottoposta a Novara.

Quando a Vercelli si seppe che la città era stata declassata a capoluogo di circondario alla pari di Biella e di Casale, l’indignazione della gente non ebbe limiti, mentre quella degli sprovveduti amministratori comunali e degli inetti politici vercellesi fu fiacca e inconcludente come la loro tardiva e penosa reazione. Solo il 18 ottobre il Consiglio Comunale di Vercelli deliberò di inviare al ministro una patetica supplica, facendo appello ai gravi danni subiti dalla città nel corso della guerra e al suo “amore svisceratissimo alla Causa Nazionale e alla grandezza della Patria”. Argomenti ridicoli per motivare l’attribuzione di una circoscrizione amministrativa.

Credo opportuno fare, a questo punto, una premessa.

In tutto il tempo della sua vita millenaria Vercelli non fu mai sottoposta a Novara; inoltre nel 1859 non sussistevano motivi storici, geografici, economici o di altra natura che potessero indurre il governo a stravolgere a favore di Novara una situazione circoscrizionale consolidata da tempo immemorabile. Se lo fece è perché vi fu indotto dall’intervento forte di qualcuno.

Questo qualcuno era uno che sapeva guardare lontano e aveva interesse ad indebolire amministrativamente Vercelli e ridurla allo stesso rango di Biella. Egli si era mosso al tempo giusto, mentre a Vercelli si festeggiava, e si era mosso toccando i tasti giusti.

Chi fosse costui non lo possiamo sapere con certezza matematica, poiché la sua azione non ha ovviamente lasciato tracce documentarie; ma lo possiamo molto bene arguire dai suoi comportamenti susseguenti.                    

E’ mia convinzione che fosse Quintino Sella[3].

http://www.archimagazine.com/bookshop/liquintino5.jpg

Quintino Sella

 

Nel 1859 Quintino Sella aveva già ottenuto dal governo importanti incarichi pubblici; nel marzo 1860 veniva invitato dallo stesso Cavour, presidente del Consiglio, a farsi eleggere deputato nel collegio di Cossato[4]. Aveva quindi la possibilità di farsi ascoltare dal governo.

In tutta la sua intensa attività politica e di grande statista il Sella non dimenticò mai gli interessi del suo amatissimo Biellese, né dell’industria tessile biellese che, grazie anche alla sua opera, divenne la prima d’Italia. Nonostante tutti i suoi numerosi impegni continuò a fare attivamente parte del consiglio comunale di Biella e del consiglio provinciale di Novara. Allorché negli anni 1879-80 i politici vercellesi tentarono in ogni modo di far ripristinare la provincia di Vercelli (l’on. Guala presentò alla Camera una proposta di legge), Quintino Sella si attivò immediatamente, tralasciando anche importanti affari di stato, riuscendo a bloccare l’iniziativa vercellese.

Rinasce la Provincia di Vercelli

Per ritornare ad essere capoluogo di provincia Vercelli dovette attendere il fascismo.

Già i fascisti vercellesi, così detti “della prima ora”, mal tolleravano la supremazia politica dei loro camerati novaresi e alcuni dei loro incontri finirono a pugni e a manganellate. La realtà era che nella provincia di Novara le discordie fra il fascismo novarese e quello vercellese erano continue, aperte e insanabili. Anche quando gli “squadristi”, pur con tutti gli onori, furono messi a poco a poco in disparte e i posti di responsabilità furono affidati ai migliori elementi che poteva offrire la borghesia, le antipatie, i dissensi e le rivalità fra i fascisti novaresi e quelli vercellesi rimasero, benché ovattati da maniere più civili. L’unico modo per risolvere in modo definitivo questi contrasti era uno soltanto: far rinascere la provincia di Vercelli.

Essa venne istituita con regio decreto n. 1 del 2 gennaio 1927, in occasione della riforma delle circoscrizioni provinciali.

Non sappiamo come il governo fascista sia giunto nella determinazione di ricostituire la provincia di Vercelli; non sappiamo se sia stata una sua scelta autonoma o se abbia accolto qualche autorevole sollecitazione. Come sempre accade qualcuno cercò di attribuirsene il merito. Forse, secondo un’opinione allora molto diffusa a Vercelli, avrebbe influito su Mussolini l’intervento decisivo di Cesare Maria De Vecchi di Valcismon, quadrumviro della marcia su Roma. A Vercelli il De Vecchi, casalese, aveva parecchi amici, fra cui il prof. Giulio Cesare Faccio, allora uno dei più autorevoli esponenti del fascismo locale [5].

http://notes9.senato.it/Web/senregno.NSF/1dbf7f5088956bebc125703d004d5ffb/b833a6591f828d4e4125646f005b1d2e/Fotosen/0.84?OpenElement&FieldElemFormat=gif

Cesare Maria De Vecchi di Valcismon

 

Il De Vecchi era un personaggio potente, ma anche scomodo. Era un fascista moderato, alieno dalla violenza, monarchico, mal tollerato da alcuni suoi colleghi di partito, particolarmente da Farinacci e da Starace, ma era particolarmente inviso ai fascisti novaresi, soprattutto quando li capeggiava il loro “ras”, il “farinacciano” e brutale Amedeo Belloni. Dal 1923 al 1928 il De Vecchi venne inviato a governare la Somalia Italiana nella speranza di tenerlo lontano dagli affari di stato e da quelli di partito. Ciò non toglie che, per quanto riguarda l’istituzione della provincia di Vercelli, possa essere riuscito a fare conoscere a Mussolini il suo pensiero.

Ipotesi molto plausibile, ma pur sempre ipotesi. In realtà non sappiamo come andarono effettivamente le cose. In un regime democratico quasi tutto diventa di dominio pubblico; in un regime totalitario quasi tutto resta coperto dal segreto. Ad ogni modo il 22 dicembre 1926 allo sbalordito segretario comunale di Vercelli giunse un telegramma da Roma, firmato da Mussolini, che annunciava:

“Oggi su mia proposta il Consiglio dei ministri ha elevato codesto Comune alla dignità di Capoluogo di Provincia. Sono sicuro che col lavoro, colla disciplina e colla fede fascista codesta popolazione si mostrerà sempre meritevole della odierna decisione del Governo fascista”[6].

E tranquillamente nasce la Provincia di Biella

Già ai tempi dell’Assemblea Costituente si parlò della dubbia validità delle province; poi con l’istituzione delle regioni a statuto ordinario, avvenuta nel 1970, la loro importanza amministrativa diminuì radicalmente, al punto che ne venne auspicata la soppressione o la drastica diminuzione del loro numero. Ormai fra i politici e i pubblici amministratori era diffusa la convinzione che le province fossero enti poco utili ma molto costosi; l’unico a non esserne convinto fu il governo Andreotti che, con il consueto senso d’irresponsabilità, senza minimamente preoccuparsi delle spese derivanti, nel 1992 ne istituì otto, fra cui la provincia di Biella, scorporandola da quella di Vercelli.

La nuova provincia nacque con buona pace di tutti, compresa la “provincia-madre” di Vercelli, la quale attuò tempestivamente e scrupolosamente i molti provvedimenti necessari alla separazione. La provincia di Biella divenne operativa nel 1995.

 

 

Torna al sommario

 



[1]  Si veda R. Ordano, Storia di Vercelli, 1982, pp.268-272

[2] Uno degli errori, in cui spesso s’incorre, quando si parla di storia, consiste nell’immaginare le città del passato come equivalenti a quelle d’oggi e nel supporre che fra esse esistesse press’a poco lo stesso rapporto di grandezza che esiste oggi. In verità nel 1860 Vercelli e Novara avevano all’incirca lo stesso numero di abitanti, ma una ben diversa forza economica: nel 1853 venne aperta a Vercelli una succursale della Banca Nazionale, per volume di affari lo sportello vercellese era il secondo in Piemonte dopo quello di Torino; in Italia lo sportello vercellese era al 14° posto mentre quello di Novara era al 36°.

[3]  Quintino Sella è stato con Cavour  il più grande uomo di stato italiano, ma non solo. Scienziato eclettico (i suoi interessi andavano dalla matematica alla geometria, dalla mineralogia alla cristallografia), fu anche un ottimo alpinista e fondò il Club Alpino Italiano. Si occupò pure di storia e di paleografia; promosse infatti la pubblicazione del Codice d'Asti detto del Malabayla. S’interessò del Vercellese per proteggere il Biellese; promosse e sostenne la carriera politica del casalese Piero Lucca, un suo fedelissimo, che per molti anni condizionò la vita pubblica di Vercelli.

[4]  Quintino Sella 1827-1884.  Mostra documentaria, Vercelli 1984, p. 47.

[5] Fra il De Vecchi e il Faccio intercorsero sempre rapporti molto amichevoli. Nel settembre 1934 il De Vecchi, che presiedeva la Società Storica Subalpina, ne organizzò proprio a Vercelli il XXVII congresso, sollecitato dal prof. Faccio. Il Faccio, insegnante e persona coltissima, è stato presidente provinciale dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista. Fu uno dei più potenti gerarchi vercellesi; ma, a differenza dei suoi colleghi, non desiderava apparire e  mettersi in mostra; anzi preferiva stare nell’ombra. Amava moltissimo Vercelli, di cui fu ottimo storico.                                                                       

[6] Pochi sanno che la burocrazia ministeriale romana, sicuramente di non eccelsa cultura geografica e storica, attribuì alla rinata provincia di Vercelli anche la val d’Ossola; errore che, dopo le immediate proteste dei Novaresi e degli sconcertati Ossolani, venne subito corretto.