PAGANINO DELLA TORRE
L’uccisione e la vendetta
Volgeva al
termine il 1265, quando a Vercelli il partito guelfo e gli Avogadro tornarono
ad avere il sopravvento. Il vertice del governo comunale fu subito adeguato alla
nuova situazione: venne licenziato su due piedi il podestà Martino della Corte,
pavese e ghibellino, e surrogato con la nomina di Paganino della Torre, della
grande famiglia guelfa allora dominante Milano. Egli era fratello di Napo della
Torre, che, di fatto, signoreggiava lo stato milanese, dopo la morte di Filippo
della Torre.
Poche settimane
dopo un tragico fatto di sangue sconvolse Vercelli. All’alba del venerdì 29
gennaio 1266, uno stuolo di Pavesi e di fuorusciti milanesi entrarono
all’improvviso in città, catturarono nel suo palazzo Paganino della Torre e lo
trucidarono in piazza; subito corsero alle armi tutti i Vercellesi del partito
del podestà e fu battaglia. Gli invasori però non tardarono a soccombere e a
darsi ala fuga, lasciando prigionieri dei loro avversari settanta Pavesi e
tredici fuorusciti milanesi.
Il lunedì
successivo, primo febbraio, il corpo di Paganino venne portato a Milano per i
funerali. Provvisoriamente fu deposto nella chiesa di S. Martino fuori Porta
Vercellina; il giorno dopo, martedì, fu trasportato con solennità e con seguito
di popolo a S. Dionigi, per esservi seppellito.
Intanto, mentre
si svolgeva la cerimonia funebre, piombarono da Vercelli i fratelli Napo e
Francesco della Torre e il loro nipote Erecco con molti armati, trascinandosi
dietro i prigionieri. Così - narra il
Corio - prima che il corpo di Paganino fosse deposto nel sepolcro, ai tredici
prigionieri milanesi “sopra la piaza dil templo predicto, senza veruno
rispecto, il capo troncarono et inde il fecino per la cità tirare a coda de
cavalli”.
La sete di
vendetta però non era sazia: vi era il risoluto proposito di uccidere tutti i
parenti dei milanesi proscritti, considerati rei della morte di Paganino, anche
se non avevano partecipato in nessun modo alla sua uccisione.
Il mercoledì
seguente, infatti, tredici nobili che erano rinchiusi nella torre di Porta
Nuova, furono condotti nel Broletto e decapitati 1. Lo scempio
continuò anche giovedì; altri ventotto disgraziati che erano prigionieri nel
castello di Trezzo, furono portati su carri davanti alla chiesa di S. Dionigi e
anch’essi decapitati. Paganino era vendicato.
Non sappiamo
però se i vendicatori abbiano trovato nella vendetta tutta quella soddisfazione
che s’erano immaginati. Certo tanta ferocia suscitò un orrore di cui si resero
ben conto i suoi stessi artefici, i quali, già durante la strage, preferirono
appartarsi per non approvare pubblicamente con la loro presenza l’enormità del
misfatto (At tamen inducti populi cessere
tribuni / ne tribuat tanto sceleri presentia robur scrisse Stefanardo).
Ognuno cercò di
mimetizzare le proprie responsabilità. Napo, il capo dei Torriani, si mostrò
scandalizzato per l’eccidio e, piangente, abbandonò per protesta Milano,
insieme ad altri maggiorenti2. Occorreva però un capro espiatorio,
che fu trovato nel podestà Berardo del Balzo. Costui venne dimesso e sostituito
dal vercellese Guidotto da Robbio, poi anche Berardo cercò di allontanare da sé
la colpa dei massacri, chiedendo ed ottenendo dal papa l’assoluzione per aver tenuto
anche per poco il governo di una città, come Milano, che era stata interdetta
proprio a causa della sanguinosa rappresaglia.
Allora quei
massacri chi li aveva voluti? Mah!...così va spesso il mondo...- direbbe il
Manzoni - o almeno così andava nel secolo decimoterzo.

Napo della
Torre, catturato, chiede pietà. Nella drammatica scena si vede un armato che,
levando la spada, fa barriera alle spade degli altri guerrieri per invitarli a
desistere dal colpire (Da un affresco
della rocca di Angera. Fine del sec. XIII o inizio del sec. XIV).
Il dominio di
Milano di Napo della Torre inizia nel 1265 e termina con la battaglia di Desio
(20 gennaio 1277), dove l’esercito dell’arcivescovo Ottone Visconti sconfigge
quello dei Torriani, sorpreso nel sonno. Napo, fatto prigioniero, morirà a
Como, in una gabbia di ferro sulla torre del castello Baradello (16 agosto
1278).
N O T E
1 Sembra che uno di questi tredici prigionieri si sia fortunosamente
salvato. Narra il Corio che un medico, un certo “Bono de Tabiago campò la vita,
con ciò fusse che havesse medicato uno figliolo de Napo, il quale fece dire al
patre se Bono faceva morire, anche lui si stesso occiderebbe” (Storia di Milano, Milano, ediz. 1978, p.
445). Lo stesso fatto è ricordato anche dal Calco (Historiae Patriae libri XX, Milano, 1627, p. 341) e da altri.
2 Galvano Fiamma, molto favorevole ai Torriani, narra: unde ipse Napus cum Accursio Cutica et
pluribus aliis de civitate recedens, dicebat cum lacrymis: sanguis istorum erit in
capitibus filiorum meorum (Manipulus florum sive historia Mediolanensis,
in RR. II. SS., XI, 694).
NOTIZIA SULLE
FONTI
La morte di Pagano o Paganino della Torre
e la strage che ne è seguita è stata variamente descritta dalle antiche
cronache. Per un primo esame critico delle fonti si veda quanto scrivono G.
Giulini (Memorie spettanti alla città di Milano, 1855, vol. IV, pp. 568-572) e G.
Calligaris nel suo commento a Stefanardo (Stefanardo da Vicomercato, Liber de gestis in civitate Mediolani, a cura di G. Calligaris, Città di
Castello, 1912, RR. II. SS., IX, p.1, nota al v. 482, pp. 39-40).
Nell’Archivio Storico del Comune di
Vercelli l’uccisione di Paganino della Torre è ricordata da alcuni documenti,
dei quali discorre diffusamente V. Mandelli (Il comune di Vercelli nel Medio Evo, vol. IV, Vercelli, 1861, pp.
38-44).
Saggio edito in: Boll. Stor. Vercellese, 1989, n.33, pp.
154-158.