Dopo l'assedio
del 1714, che per Vercelli segnò la fine di un secolare periodo di devastazioni
belliche, di occupazioni straniere e di pessima amministrazione, la città si
trovò in miseria e con scarsa popolazione attiva; contava infatti 6000-7000
abitanti, ma molti erano religiosi e tatissimi erano gli accattoni. Però la
gente incominciò subito a lavorare silenziosamente per migliorare il proprio
vivere; fu un progredire difficile e lento, ma costante, che fece rifiorire le
condizioni economiche, sociali ed anche demografiche della città. Nella seconda
metà del secolo Vercelli contava già 12.000 abitanti, meno poveri, e che ormai
si sentivano completamente affrancati dalle soggezioni militari e dalle
vessazioni di ogni genere che li avevano tormentati per generazioni. Era
finalmente giunto il momento in cui potevano permettersi di progettare per se
stessi e per i loro figli anche una migliore vita urbana. Per secoli erano
rimasti rinserrati da fortificazioni possenti, e ora, dopo averle abbattute,
aspiravano a dilatare la città, procacciandosi quegli orizzonti di verde, di
cui l'oppressiva politica militare dei Savoia, li aveva privati da tempo
immemorabile.
Gli
amministratori cittadini, laici e religiosi, avevano idee lungimiranti e
grandiose: ai loro dodicimila amministrati, che circolavano quasi tutti a piedi
e ben pochi in carrozza, volevano dare piazze ampie, viali maestosi e spazi
verdi, dicevano, "per migliorare la salubrità dell'aria".
Già nel 1747
apparve il primo grande viale, formato da quattro file di platani, noto come
"lea vègia" (il suo ultimo avanzo si chiama oggi corso S. Martino);
quindi, nel 1760, venne conferito l'incarico ad uno dei più geniali architetti
piemontesi, il conte Benedetto Alfieri, di allestire un progetto di
sistemazione completa della fascia della città (allora periferica), che andava
da porta Torino al duomo. Si voleva realizzare "a ornamento della città, a
benefizio, e comodo de' cittadini un regolare passeggio col piantamento di
allee di olmi e formazioni di praterie".
Il progetto
venne presentato un anno dopo e prevedeva, oltre che ampliamenti dell' Ospedale
Maggiore e del Seminario, un grande viale rettilineo da porta Torino alla
basilica di S. Andrea, un altro viale eguale da S. Andrea al duomo, una grande
piazza alberata davanti alla cattedrale e altre tre piazze ugualmente alberate.

Vercelli. Piazza S.
Eusebio (Disegno di R. Ordano).
Il progetto
venne attuato con gradualità e non completamente. Non tutte le "designate
praterie" furono realizzate. L'odierno viale Garibaldi di quattro file di
olmi fu fatto nel 1781, ma senza essere fiancheggiato dai tappeti verdi
previsti dall'Alfieri; allora la gente lo battezzò "allea del Foppone",
dalla fossa comune dove si seppellivano i morti dell'Ospedale, sita presso
l'inizio del viale.
Quando
Napoleone rese francese la città, i nuovi amministratori, benché di tutt'altra
estrazione sociale e politica, ebbero le stesse, precise aspirazioni
urbanistiche di coloro che li precedettero: grandi viali e grandi piazze
alberate. Anzi, pare che tutte le nuove vie, piazze e "rondò" che
progettavano dovessero avere alberi, olmi o platani che fossero. Che avessero
meditato sulla fustigante ode "La salubrità dell'aria", scritta non
molti anni prima dal Parini, e non volessero essere giudicati come chi
"per lucro ebbe a vile / la salute civile?” Così, tra il 1803 e il 1814,
furono realizzati gli attuali corso Italia, corso De Gregori, piazza Solferino
e piazza Mazzini. Infine, con la messa a dimora di trecento alberi, fu
delineata quella che poi, dopo varie modificazioni, diverrà piazza Camana.
Per i circa
14.000 abitanti che aveva Vercelli nel 1814, non si può dire che viali e piazze
fossero insufficienti ad assicurare "quel decoro, ornamento, pacifico
godimento di pubblico passeggio" che, fra la seconda metà del secolo XVIII
e i primi anni del secolo XIX, ostinatamente vollero i pubblici amministratori
vercellesi, benché ancora nulla sapessero di ambientalismo e di ecologia.
Purtroppo il loro esempio si affievolì e cadde in oblio con il trascorrere degli anni; e Iddio sa quanto ce ne sarebbe stato bisogno per illuminare le menti degli amministratori pubblici del nostro secolo, che, con gli enormi mezzi messi a loro disposizione dal progresso tecnologico, avrebbero dovuto e potuto risolvere i problemi urbanistici, posti anche a Vercelli, dalla nostra civiltà: garantire l'inevitabile circolazione di migliaia di autoveicoli, salvaguardando insieme la "salubrità dell'aria" e il "pacifico godimento di pubblico passeggio".
Edito in Automobile Club , 1990, n.1