S. MARIA DI NAULA

Foto R.Ordano

 

E’ innegabile che le forme dell’architettura destinate a piacere di più ai posteri sono quelle create nell’ambito del potere e del ristretto mondo delle aristocrazie culturali. Esiste tuttavia un’architettura rustica, espressione di comunità misere, ma degna d’ammirato rispetto perché è la testimonianza emozionante che i valori dello spirito umano non si spengono neppure fra difficoltà senza fine. Non sempre chi si avvicina a quest’architettura può cogliere con immediatezza le impressioni più suggestive. Infatti, scoprire le bellezze di una cattedrale è facile, poiché sono di per se evidenti; scoprire invece quelle di una chiesa campestre è quasi sempre meno agevole, se non si possiede la generosa capacità di entrare con il pensiero nell’ambito naturale ed umano in cui venne edificata. E’, credo, il caso dell’antica pieve di S. Maria di Naula.

 

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Una chiesa senza campanile

Fra il corso tortuoso della Sesia e le prime falde prealpine stanno immerse nel verde le disseminate case di Piane Sesia, contornate da altre piccole frazioni.

Non lontano sorge la chiesa di S. Maria di Naula (o Navola, come più sovente si scriveva nel Medioevo), visibile a chi percorre non troppo velocemente la statale da Vintebbio a Serravalle Sesia. Appare come un blocco unitario, compatto, severo, adornato solo dalla tenue policromia delle pietre e dei mattoni in vista.

 

La muratura con ciottoli della Sesia posti in vista ha una sua rude bellezza (Foto R. Ordano).

 

E’ una costruzione che porta ancora i segni certi delle sue origini antichissime e pare quasi miracoloso che abbia potuto attraversare tanti secoli e tante circostanze sfavorevoli, senza disgregarsi a maceria per sparire lentamente e definitivamente. Certo non è più integra come quando venne edificata; fra l’altro è rimasta monca di quella parte che di solito caratterizza di più una chiesa e la rende dominatrice del paesaggio: il campanile.

All’inizio del secolo XVII lo storico Vercellino Bellini, che ne vedeva ancora i resti contigui al tempio, ci assicura “che aveva la scala dentro di pietra” e questo ci fa intuire che, per quel tipo di chiesa, lo scomparso campanile doveva possedere una mole di rilievo. Della sua perdita ha sofferto l’architettura della chiesa, non la popolazione dei fedeli, che non l’ha più ricostruito. Amo pensare che quelli che vi abitavano attorno abbiano preferito che la loro chiesa non soverchiasse di troppo l’altezza delle loro case.

 

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Naula e Piane

Con la fondazione di Serravalle (1255) tutti gli abitanti di Naula si trasferirono nel nuovo borgo (“Navola…morendo diede vita et origine a Serravalle” scrisse il Bellini) e così la vecchia chiesa si trovò senza fedeli, solitaria fra i ruderi dell’antico villaggio. Riuscì però a sopravvivere perché non tanto lontano, fra i campi, i prati e i boschi nacque e crebbe Piane Sesia, la cui comunità, per alcuni secoli, fece del vetusto tempio il centro della sua vita religiosa. Poi, all’inizio del secolo XVII, fu istituita la parrocchia delle Piane, per la quale venne edificata la chiesa intitolata a S. Giacomo Apostolo; ma anche allora, benché perdesse molto della sua importanza, la vecchia chiesa di S. Maria non venne mai completamente dimenticata. Era pur sempre la chiesa che, con il cimitero accanto, custodiva il riposo eterno non solo dei Pianesi, ma anche di molti morti dei paesi circostanti.

Negli anni 1872-1876, per iniziativa del teologo Matteo Borri, prevosto di Naula e di Pietro Felice Avondo, si fecero scavi metodici attorno e dentro la chiesa, che ne rivelarono il valore di testimonianza storica; infine nel 1976-1979 vennero compiuti i restauri che misero in luce la prisca architettura romanica del tempio.

Gli archetti sono le uniche decorazioni esterne (Foto R. Ordano)

 

Una luce che non tramonta

La più antica memoria documentaria di S. Maria di Naula si trova in un codice vaticano che contiene il primo elenco conosciuto delle pievi vercellesi; l’elenco è stato compilato nel secolo X, ma, secondo gli storici, rispecchia la primitiva organizzazione cristiana del Vercellese1. E’ da presumere che la pieve di Naula sia nata quando incominciarono ad essere istituite le pievi nella campagna vercellese (secolo V o principio del secolo VI). Queste pievi avevano allora giurisdizione su territori molto vasti; infatti lungo la sponda destra della Sesia esistevano, oltre a Naula, solamente le pievi di Albano, Lenta e Rado.

All’antichità della pieve di Naula pare quasi corrispondere l’antichità della chiesa. Secondo gli esperti la chiesa romanica, come oggi appare, risalirebbe nella sua struttura al secolo XI, mentre le lesene sporgenti dai muri e le volte delle navate apparterrebbero alla prima metà del secolo XII; inoltre gli scavi compiuti nel secolo scorso ci hanno rivelato che alla chiesa romanica preesisteva un edificio absidato2. Erano i resti di un tempio pagano? Era una chiesa paleocristiana? Il materiale archeologico portato alla luce dagli scavi lascia coesistere le due congetture. In breve, i principali ritrovamenti sono questi: un frammento marmoreo d’iscrizione romana e un altro marmo con un motivo floreale, pure romano; una lapide funeraria attribuibile al VII-VIII secolo; un sepolcro di cremati a fianco della chiesa, con un corredo di vasi, lucerne e monete di Augusto, Tiberio, Nerone, Tito e Settimio Severo; tombe di inumati nell’area più antica della chiesa, fra cui un grande sarcofago d’epoca incerta3. Quello che rimane dell’iscrizione romana, pur essendo poco, è molto significativo: sono nominati un certo Optatus pontifex e un certo Secundus Augur, cioè due dignità sacerdotali pagane; inoltre il tipo e la perfezione della scrittura fanno supporre che sia stata incisa fra gli anni di Augusto e quelli di Claudio. La lapide funeraria invece ricorda un sacerdote cristiano, il presbiter Candidianus, che alcuni autori ritengono vissuto in età longobarda.

L’insieme di tutte queste attestazioni ci induce alla convinzione che il luogo dove oggi sorge la chiesa di S. Maria di Naula sia stato consacrato al culto dei morti e al culto del divino da tempi immemorabili. Ivi hanno officiato prima i sacerdoti degli dei di Virgilio e poi i sacerdoti di Cristo; ivi sono stati compiuti i riti delle sepolture pagane e poi i riti delle sepolture cristiane; ivi da duemila anni si diffonde una luce di sacralità che invita ad elevare il pensiero ai supremi misteri della vita e della morte.

Lapide romana trovata a Naula, dove sono ricordati un pontifex e un augur.

 

Lapide longobarda trovata a Naula, dove è ricordato il presbiter Candidianus.

 

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Testimone superstite di tempi lontani

Una delle prime impressioni che riceve chi si avvicina alla chiesa di S. Maria di Naula è l’estrema povertà delle sue murature, fatte un po’ con ciottoloni annegati senza ordine nella malta, un po’ con ciottoli disposti frettolosamente a spina di pesce, un po’ con materiale misto di pietre e mattoni. Non vi è traccia delle decorazioni scultoree, che solitamente corredano i templi romanici; gli unici fregi sono grossolani archetti. E’ una chiesa povera, costruita da poveri, la quale però, se ripensata nell’ambiente delle sue origini appare avvolta da un fascino particolare, divenendo un punto di riferimento eccezionale per ricreare il passato vissuto nel Medioevo dalla sua gente.

Le testimonianze archeologiche raccolte a Naula e nei dintorni ci fanno supporre che in età romana la popolazione vivesse con una certa agiatezza derivante da una buona organizzazione agricola del territorio. Poi, con la caduta dell’Impero Romano e con le invasioni barbariche vi fu un forte calo demografico, le campagne inselvatichirono, le foreste e le brughiere occuparono tutti gli spazi, lasciando poche radure agli spauriti abitanti e alle loro coltivazioni. La fame divenne una caratteristica tragica e permanente della condizione umana; vi fu un immiserimento del pensiero e una caduta verticale della cultura. Si guardino e si confrontino le due scritture lapidarie, quella dell’Optatus pontifex e quella del presbiter Candidianus e si potrà avere la misura dell’enorme differenza fra le due civiltà di cui sono figlie.

Quando nel secolo XI fu costruita la chiesa romanica di Naula, il territorio della pieve era vastissimo, quasi tutto selvaggio, con pochi abitanti4. I diplomi imperiali del secolo X ci fanno sapere che in quel tempo vi era a Naula un insediamento di arimanni. Chi fossero costoro non sappiamo bene; probabilmente erano persone meno miserabili di quelle con cui convivevano, ma in definitiva, anch’essi era povera gente.

 

Un’architettura esorcistica

Estremo avamposto del cristianesimo vercellese di fronte alle solitudini della Valle Sessera e della Valsesia, la chiesa venne eretta con mezzi modestissimi, forse da costruttori locali. Mura rozze, tempio disadorno, però sicuro rifugio spirituale per chi, fra aspre lande, oscure foreste, paludi mortifere e una Sesia aggressiva e vagante, cercava disperatamente i segni dell’amore divino per sfuggire alle sventure della vita e alle paure del mondo delle tenebre.

La temuta presenza delle orride forze diaboliche ci è rivelata da com’è stata costruita la chiesa. Chi la osserva non tarda ad accorgersi che nella sua struttura e in alcuni particolari presenta strane irregolarità: le due navatelle laterali infatti sono di diversa lunghezza, i muri non sono paralleli ed hanno un andamento alquanto disordinato, al centro della facciata, accanto alla bifora è stata contemporaneamente aperta una finestra più piccola, inoltre l’abside centrale ha tre finestrelle disposte in modo decentrato, due vicine ed una più lontana. E’ evidente che i costruttori hanno avuto cura di creare disarmonie.

La ricerca dell’asimmetria non è però un’insolita bizzarria di coloro che hanno edificato la chiesa di Naula. Altre asimmetrie, più o meno evidenti o più o meno sottili (che in alcuni casi passano inosservate) si riscontrano in molte chiese romaniche delle nostre campagne. Ad esempio in S. Pietro di Tronzano, in S. Maria di Arelio (Borgo d’Ale), in S. Michele di Balocco, in S. Secondo di Magnano, nella pieve di Lenta, nel nartece di S. Nazzaro Sesia e in edifici sacri campestri. Vi è solo da rimarcare che nel tempio di Naula le asimmetrie sono più evidenti che altrove.

La spiegazione di queste anomalie architettoniche, esistenti nelle piccole chiese sorte in mezzo a terre in gran parte incolte, fra popolazioni rarefatte, indigenti, tribolate dalle malattie, affamate da ricorrenti carestie e terrorizzate da incubi, si trova la paura infinita del demonio: presenza reale e terribile per i cristiani di allora e tanto più angosciante quanto più insidiosamente invisibile. Le asimmetrie hanno infatti uno scopo esorcistico; il maligno è razionale e logico: “Forse tu non sapevi ch’io loico fossi”, disse il diavolo portando all’inferno Guido da Montefeltro (Inf. XVII, 122-123). La simmetria come simbolo visivo della logica – ars diaboli – poteva essere veicolo d’infestazione satanica. Nel Medioevo era credenza diffusa che la tentazione demoniaca fosse accerchiante (chiudesse in un cerchio come in un oscuro incantesimo) e che il geometrico fosse usato dal diavolo per impedire le evasioni delle anime catturate; la rottura della simmetria architettonica aveva lo scopo d’impedire al demonio l’esercizio delle sue arti malefiche5.

 

Un sacro fortilizio

E’ ovvio che queste asimmetrie non si trovano nelle chiese cittadine, dove le regole della simmetria architettonica vengono rigorosamente rispettate. Qui la paura del magico e del demonio è meno ossessionante e non si attribuiscono funzioni esorcistiche all’architettura; ci si limita a disseminare qua e là, fra gli ornamenti dei capitelli o altrove, appropriate raffigurazioni scultoree che ammoniscono i fedeli a non scordare le forze del male. V’è anche da osservare che l’architettura romanica nata entro la cerchia urbana o per grandi edifici abbaziali, cioè in ambienti più sicuri, più ricchi e più colti, ha potuto fruire di una ricerca estetica più serena e raffinata, che è mancata al romanico campestre, situato talvolta in luoghi remoti, dove gli uomini vivevano in balia perenne delle forze possenti e imprevedibili della natura. Oltre la soglia delle loro dimore, al di là dei loro campicelli, essi vedevano la macchia intricata in cui si annidavano in agguato il lupo e la vipera oppure spiavano le oscurità del bosco con i suoi rumori inquietanti e sommersi, con l’angoscia delle sue ombre ghermenti. Per costoro vi era l’assillo di darsi uno spazio sacro ben chiuso in solide mura, dove trovare protezione dalle tenebrose potenze infernali e dove poter implorare la salvezza o piangere la loro miseria al cospetto di Dio. Così come altre chiese di campagna, fu eretta S. Maria di Naula, esempio ragguardevole di romanico rustico. Meglio di tante pagine di erudizione storiografica, la sua bellezza semplice sofferta ci ricorda la gente che le è vissuta accanto in secoli lontani e oscuri.

Naula sotto la luna (Foto R. Ordano).

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NOTE

1 – Cod. Vat. 4322, f. 34 v. Per l’antichità delle pievi che compaiono nelle liste del secolo X o XI si vedano: G. Ferraris, La romanità e i primordi del Cristianesimo nel Biellese, in “Il Biellese e le sue massime glorie”, Biella 1938, p. 95; F. Cognasso, Novara nella sua storia, in “Novara e il suo territorio”, Novara 1952, p. 45; Aldo A. Settia, Strade romane e antiche pievi fra Tanaro e Po, in “Boll. St. Bibl. Subalpino, LXVIII (1970), pp. 16-17 e pp. 92-94.

2 – P. Verzone, L’architettura romanica nel Vercellese, 1934, p. 36

3 – Così Vittorio Viale (Vercelli e il Vercellese nell’antichità, Vercelli 1971, p. 61) sintetizza le notizie dei rinvenimenti archeologici: “Su un’area quasi doppia della chiesa attuale, vi si ritrovarono circa a m. 1,90 di profondità i muri di una costruzione absidale (pagana o cristiana ?) della cui antichità dettero conferma, oltre alle strutture, l’abbondante materiale romano (marmi, pietre, fittili e vasi), che vi fu ritrovato. Sul fianco destro della chiesa venne in luce un sepolcreto di cremati, i più in olle deposte entro cassette di tavelloni, con il solito corredo di vasi, lucerne, vetri e rare monete (medi bronzi di Augusto, Tiberio, Nerone, Tito, ma anche Settimio Severo). Tombe molto tarde di inumati si scopersero entro l’area della costruzione più antica, e fra esse un gran sarcofago ora posto all’ingresso della chiesa.

Nella risistemazione della chiesa vennero rinvenute fra l’altro:

a)                 Framm. Di lastra marmorea (cm. 70´20) su cui in splendide lettere si legge: …O]ptatus pontifex…S]ecundus augu[r…(C.I.L. V, 8937; E. Ferrero, Iscrizioni, p. 138, n.VII), che ci dà probabilmente due cariche sacerdotali di Vercellae.

b)                 Un marmo che reca scolpito a bel rilievo un motivo floreale”.

4 – Nei secoli X e XI le condizioni di vita nelle campagne vercellesi dovevano essere di estrema miseria e i villaggi posti sulla sponda destra della Sesia non facevano certo eccezione; però quelle di Naula, se possibili, dovevano essere ancora peggiori. Nel f. 264 del cod. XV della Biblioteca Capitolare di Vercelli e nel f. 108 del cod. Vat. 4322 si trovano due elenchi di pievi eusebiane, forse della fine del secolo XI o dell’inizio del secolo XII, dove, a fianco del nome di ogni pieve, è indicata la quantità di maiali che dovevano essere offerti al vescovo quale tributo. Poiché è da credere che ogni pieve dovesse corrispondere un tributo proporzionato alla sua potenzialità economica, le cifre che si hanno per ogni pieve sono quindi particolarmente significative. Le pievi esistenti sulla sponda destra della Sesia erano così tassate: Albano, Lenta e Rado, cinque porci l’una; Naula solo due.

5 – La funzione esorcistica dell’asimmetria nell’architettura romanica è abbastanza nota agli studiosi. Ad es. nell’Enciclopedia Cattolica (IV, 1950, p. 1426 alla voce “Demonio” di E. Castelli: “L’accentuazione dell’asimmetria nell’architettura di costruzioni sacre romaniche si deve, oltre che ad esigenze di carattere estetico, alla credenza che il diabolico tendesse al geometrico. Il geometrico è ciò che non comporta evasioni. Era opinione comune nel medioevo che la logica fosse ars diaboli”.

 

Saggio edito più ampiamente in Boll. Stor. Vercellese, 1991, n.36, pp. 135-148.

 

Madonna in trono che allatta il bambino. Pur nel suo infelice stato di conservazione è l’unico affresco non mediocre della chiesa di S. Maria di Naula (Foto R. Ordano)

 

In questo sito nella sezione Fra la Sesia, la Dora e il Po vi sono gli articoli:

Una chiesa del silenzio: S. Maria di Arelio e Una chiesa del mistero: S. Maria dei campi di Lenta.

 

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