LUNASSI

Una chiesetta
fra una manciata di case e poche viuzze scabre; un
esiguo paese quasi sperduto fra monti e boscaglie: Lunassi.
Confesso che fino a quando non mi cadde sotto gli occhi l’opuscolo di Giuseppe Bonavoglia (Ricerche
storiche su Lunassi, Tortona 1987), quasi ignoravo l’esistenza di
Lunassi, paese minuscolo nella valle del Curone. Per alcuni secoli la storia
della sua gente non è stata diversa da quella di tante altre popolazioni delle
vallate degli Appennini o delle Alpi: la storia, il più delle
volte grama e amara, di chi fu costretto a dare l’addio ai propri cari,
per cercare altrove, se non la fortuna, almeno il pane della sopravvivenza. Nel
secolo XVIII e nella prima metà del secolo XIX il dolore del distacco era poi
accresciuto dall’estrema carenza dei mezzi e delle
possibilità di comunicazione disponibili per la povera gente, menomata anche
dall’analfabetismo. Bastavano talvolta poche centinaia di chilometri per
separare incolmabilmente le persone e far sì che i genitori ignorassero la
sorte del figlio e la moglie quella del marito.
Sui movimenti migratori vi è una bibliografia immensa:
ma né gli studi né le statistiche riusciranno mai a farci conoscere i drammi
vissuti da tante creature umane obbligate a disgiungersi dalle proprie radici.
Solo poche volte ci è data la possibilità di conoscere
qualche singolo caso, come quello che viene palesato dai documenti
dell’archivio parrocchiale di Lunassi. E’ la tristissima vicenda di una moglie
che per oltre tre anni attese notizie del marito Agostino Cavallero, partito
come tantissimi lunassesi, in cerca di lavoro. La poveretta riuscì ad
interessare alla sua disgrazia la curia di Tortona, la quale poté reperire qualcuno che sapeva della fine di Agostino: era
morto già da tre anni, nel gennaio 1743, all’ospedale di Vercelli. Un certo Conca, egli stesso ricoverato in quest’ospedale,
testimonia di avere visto “nell’alba degli infermieri dell’Ospedale portar via
il di lui cadavero involto in un lenzuolo, e li suddetti dell’Ospitale mi
dissero che l’avevano portato nella chiesa sotterranea dell’Ospitale chiamata
la chiesa delli dieci otto”. Un altro teste, Carpo Firpo di Lunassi, afferma di
aver trasportato Agostino all’ospedale “con un cavallo” e prosegue raccontando
che un giorno, all’alba, ritornò all’ospedale per visitare il compaesano, ma,
dice, “andandoci incontrai gli infermieri di detto ospedale che portavano un
cadavero nella chiesa detta di dieciotto ma seguitai,
senza averli parlato, il mio viaggio dentro di detto ospitale cercando il letto
dove detto Agostimo lo aveva lasciato…Giunto al detto letto non ritrovai più
l’Agostino, ma il letto vuoto…” seppe poi dal Conca che il cadavere in cui
s’era imbattuto era proprio quello di Agostino.
Così, dall’archivio di una parrocchia di una valle
appenninica ci giunge il ricordo settecentesco dei “diciotto” (i disdôt),
luogo lugubremente noto ai Vercellesi, poiché fino a quando l’ospedale non venne trasferito nella sede attuale, dalla cuntrà di disdôt, dove vi erano le camere
mortuarie, partivano i funerali di coloro che erano morti all’ospedale.
Mi sono soffermato su quest’episodio perché mi pare
quasi simbolico delle meste vicende che colpirono molte famiglie costrette alla
separazione dalle necessità della vita.
Lunassi e Vercelli singolare e sorprendente
accostamento.
Scorrendo le tavole statistiche che il Bonavoglia ci presenta, l’attenzione è richiamata da una tavola che
riguarda le emigrazioni; da essa si arguisce che la meta dei Lunassesi in cerca
di lavoro era soprattutto la lontana terra delle risaie. Molti dei loro figli
nacquero nel Vercellese: a Collobiano, Olcenengo, Casanova Elvo, Albano,
Salasco e nella stessa Vercelli.
In tutti i tipi d’emigrazione, o permanente o
temporanea, avvengono inevitabilmente interazioni sociali e culturali. Gli
spostamenti di popolazione, sia attraverso emigrazioni pacifiche e sia
attraverso invasioni, hanno contribuito alla formazione etnica e culturale di
molte nazioni. Il fenomeno, tanto determinante per
l’evolversi delle civiltà, è sempre stato oggetto di studi, specie per quanto
riguarda i suoi aspetti più imponenti. Credo però che meriti studiarlo anche su
una microcomunità, laddove sussistano certe condizioni favorevoli, com’è il
caso di Lunassi.
Lunassi, al tempo in cui i suoi abitanti abbandonavano
la loro verde valle per il limo della risaia, era formato all’incirca di una
ventina di famiglie; indagare come questa comunità abbia accettato o meno gli usi, i costumi, il linguaggio e il rapporto
sociale con i Vercellesi, con cui furono a contatto per circa tre secoli, è
auspicabile, non certo per motivi folclorici, ma per avere un “modello” utile
per approfondimenti più generali dei problemi sociali e culturali determinati
dalle migrazioni interne.
Questo saggio è stato edito in Rosaldo Ordano, Briciole di storia vercellese, Vercelli 1992, pp. 167-170