LA LIBERAZIONE A VERCELLI
I
giorni dell’odio e della vendetta
…
Sine ira et
studio
Tacito (Annales 1, 1, 3)
Nella primavera del 1945 le armate
alleate sfondavano la Linea Gotica, ultimo sistema difensivo germanico in
Italia, e le loro potenti colonne corazzate irrompevano e dilagavano in tutta
la pianura padana ormai senza incontrare ostacoli. Il 21 aprile entravano in
Bologna, il 22 occupavano Ferrara e raggiungevano il Po, varcandolo su largo
fronte. I tedeschi, in rotta definitiva, si ritiravano precipitosamente verso
la Germania e di conseguenza per gli abbandonati e disorientati fascisti
della RSI era giunta l’ora del “si salvi
chi può”. I partigiani quindi poterono entrare nelle città padane quasi senza
combattere, cercando, di anticipare l’arrivo degli anglo-americani per potersi
attribuire il merito della “liberazione”.
Così avvenne anche a Vercelli[1].

Ermenegildo Bertola, presidente del CLN provinciale
A
Vercelli la Repubblica Sociale Italiana incominciò a fare sentire tutta la sua
durezza quando, nell’ottobre 1943, giunse a Vercelli come capo della Provincia
(non amava essere chiamato prefetto) il fanatico Michele Morsero. S’iniziò
allora una crudele persecuzione ai renitenti alla leva militare colpendo anche
le loro famiglie; ma soprattutto si diede la caccia ai presunti antifascisti,
commettendo inenarrabili infamie. Nell’albergo Bel Giardino s’insediò l’Ufficio
Politico Investigativo (UPI), che per investigare usava di preferenza la
tortura. Inevitabilmente alle violenze fasciste si contrapposero ben presto le
violenze antifasciste: nacque così la guerra civile. Una guerra che ha
disseminato morti, non solo fra coloro che la combattevano, ma anche fra coloro
che avrebbero voluto rimanere in pace. Soprattutto sui giovani aleggiava
l’incertezza della loro sorte.
Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.
G. Ungaretti
All’inizio del 1945 l’astio tra gli
uomini della RSI e i partigiani biellesi e vercellesi era cresciuto ai massimi
vertici della ferocia; e questo soprattutto per colpa dei loro capi, che
avevano perduto ogni senso morale e di umanità, per i quali uccidere,
torturare, corrompere i giovani, farne assassini o mandarli allo sbaraglio non
disturbava la loro coscienza. Le due parti ormai facevano raramente prigionieri
e soltanto a scopo di scambio; gli avversari che cadevano nelle loro mani
venivano trucidati, quasi sempre dopo essere stati torturati. La brigata nera
di Vercelli Bruno Ponzecchi aveva adottato
l’eloquente motto: “La pietà l’è morta!”
Uno degli ultimi più disumani episodi
avvenne ai primi di marzo a Salussola,
dove in risposta all’attacco ad un autocarro di fascisti, furono catturati una
ventina di partigiani, che, prima di essere assassinati, vennero orribilmente
martirizzati e dei loro corpi venne fatto uno scempio atroce[2].
Questo spiega, ma non giustifica, gli episodi di malvagità e di sangue che
furono perpetrati in seguito, quando erano definitivamente finite le operazioni
belliche, ma non la sete di vendetta. Durante la guerra civile era stato
accumulato un odio selvaggio; nei giorni della liberazione fu consumato.

Il comandante
partigiano Silvio Ortona (Lungo)
I partigiani entrarono a Vercelli alle ore 17 del 26
aprile.
Il loro ingresso era stato concordato con
Michele Morsero, il capo dei fascisti vercellesi, che nello stesso giorno e
nella stessa ora lasciò la città con i residui gruppi dei suoi fedeli[3]. Per
Vercelli la guerra era finita; ma la pace che seguì fu “una pace piena
d’ombre”, giusta le significanti parole di Tacito.
Dopo la liberazione Vercelli doveva
essere governata dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) della Provincia,
costituito da brave e oneste persone[4], ma
che per parecchi giorni, nonostante la sua buona volontà, non fu mai in grado
di gestire la situazione. Il CLN non si stancava di proclamare che “ogni provvedimento
di emergenza riguardante la libertà e l’incolumità di ogni cittadino è di
esclusiva spettanza delle autorità già legalmente costituite”, ma tutti i suoi
proclami avevano la stessa efficacia della grida di manzoniana memoria[5]. In
realtà in quei giorni chi comandava e decideva della vita e della morte erano i
capi partigiani, Silvio Ortona
(Lungo) ma soprattutto Francesco
Moranino (Gemisto), un uomo privo scrupoli morali[6].
Il
comandante partigiano Francesco Moranino (Gemisto)
Furono fatti sparire per sempre molti
individui, quasi tutti prelevati a casa loro nel cuore della notte; vennero
fucilati lo spietato capo della Provincia Michele Morsero, l’operaio idraulico
Angelo Mazzucco, podestà di Vercelli (che non aveva mai fatto male a nessuno) e
l’insegnante di ginnastica Amedeo Giovi; poi
uno sbrigativo tribunale partigiano emise sentenze di morte per numerose
persone, fra cui il vicequestore Emilio Aquilini, il comandante dei vigili del
fuoco Ivo Donnari, il fotografo Luigi De Fabianis, il medico dr. Renzo Cammelli, il veterinario dr.
Vittorio Sandri, l’impiegato comunale Angelo Zarino, il commerciante Lorenzo Verro, il giornalista Pio Zerbinati, l’infermiere Italo Ravetti, il ferroviere Antonio Carasso,
Eusebio Rastelli, Pietro Corbellaro,
Lorenzo Barone e molti altri. I processi si celebrarono al mattino del 28
aprile e le sentenze vennero eseguite nello stesso pomeriggio mediante
fucilazione. I processi furono una farsa macabra e le fucilazioni un
assassinio. L’inattesa presenza e l’attività di questo tribunale partigiano
provocò un amaro sconcerto e un avvilimento nel CLN provinciale che, per
impartire giuste punizioni, il 27 aprile aveva nominato un suo tribunale
formato da uomini di legge e da cittadini integerrimi, ma evidentemente non
graditi a Ortona e a Moranino. In
quei giorni si uccisero colpevoli ed innocenti e qualcuno approfittò di
quelle turbolenti circostanze anche per compiere le sue vendette personali o
per liberarsi di qualche scomodo concorrente.

Michele
Morsero, prima di essere fucilato
E’ penoso e difficile ricordare tutte le scelleratezze
che furono perpetrate. Nelle rogge vercellesi sovente si vedevano transitare
cadaveri. L’episodio più drammatico ebbe luogo il 12 e il 13 maggio
all’Ospedale Psichiatrico di Vercelli, dove, nonostante le accorate
implorazioni e le lacrime di don Francesco Manzo, cappellano del manicomio, un
gruppo di prigionieri (i più dei quali erano giovani neppure ventenni),
prelevato da un campo di concentramento di Novara, venne massacrato a mazzate,
mentre un altro gruppo venne fatto stendere a terra con le mani legate con filo
di ferro e schiacciato varie volte sotto le ruote di due autocarri; quello che
rimase dei loro corpi maciullati venne gettato nella roggia Vassalla. Altri
prigionieri furono assassinati a Larizzate ed alcune decine a Greggio sul ponte
del Canale Cavour; poi i loro cadaveri furono buttati dentro il canale.
Quante persone furono uccise nel Vercellese in quelle
poche giornate? Difficile fare il conteggio. Secondo alcuni storici ben 700[7], ma
credo che la cifra sia sicuramente e fortunatamente eccessiva.

Moranino e Ortona in una sfilata di garibaldini ( foto Baita)
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Le giornate della liberazione furono però offuscate da
momenti di apprensione. Si seppe infatti che contingenti tedeschi provenienti
dalla zona di Torino e dalla Valle d’Aosta si erano riuniti e stavano
dirigendosi verso la zona di Vercelli - Novara, con il desiderio di poter
tornare sani e salvi in patria[8]. Del resto che altro potevano fare o
sperare? Ad un certo momento però il
loro cammino venne ostacolato in tutti i modi. Perché? Non era preferibile che
questi tedeschi se ne andassero quietamente e al più presto? Purtroppo Moranino voleva appagare la sua delirante vanità facendosi
bello della loro resa, senza curarsi di eventuali pericoli per la popolazione.
Queste truppe tedesche erano ottimamente armate e bene addestrate al
combattimento; se aggredite o semplicemente molestate potevano reagire, come
hanno del resto fatto, con gravi conseguenze anche per gli incolpevoli
cittadini. Si toccarono poi le vette dell’assurdo e dell’insensato quando
vennero inviate alcune delegazioni a parlamentare con i tedeschi, ma non per
accordarsi per un transito sicuro e pacifico dei loro reparti (e così sarebbero
state risparmiate molte decine di vite umane), bensì per chiederne la resa. Una
richiesta assolutamente stupida: infatti è sempre il più debole che si arrende al
più forte, e non viceversa[9].
A sua giustificazione il Moranino
assicurava di avere ricevuto dal suo Comando Regionale l’ordine di fermare la
colonna per impedire che giungesse a Milano. Se il Moranino
avesse coltivato il latino avrebbe potuto rispondere al suo Comando Regionale
che ad impossibilia
nemo tenetur (nessuno è
tenuto a fare l’impossibile); ma se avesse coltivato il latino forse i suoi
comportamenti sarebbero stati più saggi.
Ad ogni modo in un primo tempo la colonna tedesca si
era spostata senza trovare eccessivi ostacoli da parte della popolazione o da
parte dei partigiani, forse memori dell’antica saggezza che invita a fare ponti
d’oro al nemico che fugge. Tutto invece cambiò quando il 27 -28 aprile i
tedeschi giunsero a Cigliano, Borgo d’Ale e
Saluggia, zona di pertinenza del comando
partigiano di Vercelli, il quale non avendo il coraggio e tanto meno la forza di affrontarli
apertamente, ma volendone a tutti i costi la capitolazione, cercò in ogni
maniera di molestarli e di arrestarne la marcia facendo demolire i ponti e
facendo ostruire le strade, cospargendole anche di chiodi antipneumatici a tre
punte. Venne richiesto pure l’intervento dell’aviazione alleata, ma questo fu
un rimedio peggiore del male, perché alle ore 19,30 del 30 aprile, nel
rione Sant’Antonio di Borgo d’Ale, i caccia bombardieri colpirono alcuni camions carichi di munizioni, che esplosero provocando
purtroppo la morte non solo di molti tedeschi, ma anche quella di tredici
civili, danneggiando poi in modo irreparabile numerose case. Tutto ciò produsse
sicuramente un’amara collera fra i tedeschi, che non comprendevano i motivi di
tanto accanimento contro la loro marcia di ritirata verso la Lombardia.

Il
colonnello Richard Ernst che comandò l’
assalto a Santhià
Il 29 aprile comunque i tedeschi erano giunti a Crova
e a Tronzano, senza che accadesse nulla di particolarmente grave; solo a
Santhià, che era gremita di partigiani, alcuni incoscienti spararono sui
tedeschi, i quali, già irritati per tutti gli ostacoli frapposti al loro
cammino, reagirono con estrema spietatezza. Si posero immediatamente in ordine
di combattimento, presero d’assalto la città e si gettarono alla caccia dei
garibaldini, ricercandoli anche nelle cascine circostanti; la loro brutalità
barbarica non risparmiò neppure molti cittadini inermi ed innocenti. Alla fine
purtroppo si dovettero piangere una cinquantina di morti, fra partigiani e
civili[10].
Frattanto in un freddo primo maggio (aveva anche
nevicato), mentre a Vercelli si stava celebrando la festività, giunse come un
fulmine la notizia che ora la colonna tedesca stava dirigendosi verso la città.
Ben sapendo ciò che era accaduto a Santhià vi fu un grande panico. Il CLN
riunito in tutta fretta decise di non opporre nessun tipo di resistenza, anzi
invitò i partigiani e i dirigenti antifascisti a nascondersi o a fuggire. Per
buona sorte nello stesso giorno il comando germanico si arrese ai reparti
avanzati della Quinta Armata Americana, i cui carri armati nella notte
entrarono in Vercelli, liberandola definitivamente dalla paura e dai tedeschi.
Un mio ricordo. Erano circa le 11 di sera del 1°
maggio e stavo passeggiando fra Porta Milano e Porta Casale . Ad un certo
momento sentii un grande fracasso e subito dopo vidi arrivare dei poderosi
carri armati, che in parte si diressero verso corso Carlo Alberto (l’attuale
corso Libertà), mentre altri si fermarono in corso Palestro. Da uno di essi un
giovane soldato mi salutò, tutto festoso: “Ciao, ciao!” Seguì un breve dialogo:
“Da dove vieni?” gli chiesi. E lui ridendo: “Dal Minnesota; vuoi del cioccolato
o della marmellata, amico?”
[1] Si veda Rosaldo Ordano, La Vita politica ( Cronache Vercellesi 1910-1970), Vercelli 1972, pp. 190-199. Ho ritenuto opportuno ritornare sull’argomento anche per meglio chiarire alcuni episodi, di cui sono stato in parte testimone (nel 1945 ero un dirigente della federazione giovanile socialista e collaboravo con il CLN provinciale con modeste mansioni organizzative). Questo mio nuovo scritto vuol essere un doveroso contributo alla storia di quegli anni. La storia, scrisse Tucidide, è “un’acquisizione per le generazioni avvenire”.
[2] Si è scritto che i partigiani uccisi erano tutti biellesi, ma non è così. Fra di essi vi era anche Gerardo Salis (Palmiro), un giovane di Asigliano Vercellese, le cui spoglie mortali ora riposano in pace, fra la sua gente, in quel cimitero,
Su ciò che avvenne a Salussola esiste una nota riservata del 4 aprile 1945 del commissario di PS di Biella al capo della provincia [Morsero] in cui si descrive realisticamente il fatto, che produsse “una viva impressione” sulla popolazione, la quale per due giorni ha potuto osservare i cadaveri insepolti e seviziati: “rotture di gambe, braccia, naso, ecc.” Si veda Domenico Roccia, Il giellismo vercellese, Vercelli 1949, pp.119-120.
[3] L’orrenda fine di questo gruppo di fascisti guidati dal Morsero è descritta con veridicità in Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, Milano 2003, pp. 78-84.
[4] Lo presiedeva il prof. Ermenegildo Bertola e ne erano membri: dr. Carlo Reviglio della Veneria per il PLI., Vittore Domiglio per il PCI, Pierino Bausardo per il PSUP, rag. Giovanni Celoria per il Pd’A, ing. Edoardo Castelli per la DC,
Nino Baltaro e Pierino Graglia per il Corpo Volontari della Libertà, dr. Anna Marengo per il Gruppo difesa della donna,
Sergio Mauri, per il Fronte della gioventù, Domenico Facelli, per i Sindacati operai e impiegati, Giuseppe Ferraris per il Sindacato braccianti ed Eliseo Michelone per il Comitato difesa contadini.
[5] Ancora l’11 maggio, cioè sedici giorni dopo la liberazione, in un manifesto del CLN provinciale, si leggeva: “La popolazione è a conoscenza dei gravi fatti avvenuti in special modo nelle ore notturne dei passati giorni. E’ nostro dovere pubblicamente dichiarare che essi non furono né inspirati, né ordinati, né comunque tollerati dalle Autorità. E’ assolutamente necessario che tali azioni, operate da persone isolate o da gruppi di persone, debbano del tutto cessare e subito… Ed è appunto per ossequenza a questo nostro inflessibile intendimento che ogni azione extra legale, offendente la umanità e la dignità nazionale, deve aver fine”..
[6] E’ opportuno ricordare che fra il CLN provinciale e il Moranino le relazioni non erano delle migliori. Per motivi, che non è qui il caso di narrare, il Moranino si dimise da comandante di piazza, riuscendo furbescamente a far nominare in questa carica Carlo Gasparro (Spartano), che era il vice comandante della XII divisione Garibaldi, cioè un suo subordinato Alcuni episodi possono far comprendere la figura morale di questo capo partigiano. Francesco Moranino (Gemisto) nel 1956 fu condannato all’ergastolo in contumacia (era fuggito in Cecoslovacchia) per aver fatto sopprimere i membri della missione Strassera; la condanna venne confermata in appello nel 1957. Per motivi politici, venne graziato dai presidenti della Repubblica Gronchi, che commutò la pena in dieci anni di reclusione, e Saragat, che lo graziò definitivamente.
Emanuele Strassera era un agente alleato (sbarcato da un sottomarino USA sulla costa ligure). Aveva il compito di informarsi sulla situazione della lotta partigiana in Piemonte per riferirne agli agenti alleati in Svizzera; a collaborare con lui lo Strassera arruolò quattro partigiani. Giunta nel Biellese la missione Strassera si apprestava a raggiungere la Svizzera, ma il 26 novembre 1944, a Portula, tutti i componenti della missione furono assassinati da un gruppo di partigiani inviati dal Moranino. Successivamente le mogli di due dei membri della missione uccisi, le quali stavano indagando sulla fine dei loro mariti, il 9 gennaio 1945 vennero freddate con un colpo alla nuca.
Ai partigiani di Moranino è da attribuirsi anche l’assassinio, avvenuto il 19 ottobre 1944, di sei giovani operai toscani che erano stati trasferiti nel Biellese, insieme con lo stabilimento della Piaggio di Pontedera (PI). Questi operai non si occupavano di politica, ma pensavano esclusivamente al loro lavoro; perché vennero uccisi non si sa. A ricordo di questo crimine a Pontedera è stata posta una lapide nel cimitero ed è stata intitolata una via: Via Caduti di Biella.
[7] C. Simiani, I giustiziati fascisti dell’aprile 1945, Milano 1949, p. 120; G. Zandano, La lotta di liberazione nella provincia di Vercelli 1943-1945, Vercelli 1957, p. 164. E’ una cifra che non corrisponde alla realtà. Nel 1972, in occasione di una mia ricerca storica, con l’aiuto di alcune persone che furono protagoniste degli eventi del 1945, ho calcolato che i fascisti, o presunti tali, uccisi nel Vercellese nei giorni della Liberazione non superano le 250 - 300 persone, ma, trattandosi di vite umane, è pur sempre una cifra agghiacciante.
[8] Non si devono confondere questi reparti germanici con la 34ª Panzer Division del gen. Hans Schlemmer proveniente dalla Liguria, che durante la sua marcia di ritirata fece i massacri di Collegno e di Grugliasco. Questa divisione si arrese il 3 maggio alle truppe alleate, presso Torino.
[9] Ortona e Moranino imposero al CLN di Vercelli di mandare a convincere i tedeschi ad arrendersi ai partigiani le massime autorità della diocesi (la sede arcivescovile era allora vacante, altrimenti avrebbero mandato l’arcivescovo!); e così il 28 aprile venne inviata a Cigliano, al comando germanico, una delegazione, molto autorevole ma poco persuasa, formata da mons. Pietro Aragnetti (vicario generale della diocesi, che la capeggiava), mons. Giuseppe Ferraris, fratel Felicissimo e Pierino Bausardo. Sia Bausardo, sia mons. Ferraris, mi dissero che i tedeschi (meravigliati di veder arrivare quei religiosi) trattarono i rappresentanti del CLN con fredda cortesia, e, dopo aver chiesto i motivi per cui veniva ostacolato il loro trasferimento verso il Brennero, affermarono che mai si sarebbero arresi ai “banditi”, come loro chiamavano i partigiani; inoltre assicurarono che avrebbero proseguito la loro marcia pacificamente, a meno che non fossero molestati, e se si fossero dovuti arrendere, si sarebbero arresi solo agli anglo-americani, certi che loro trattavano i prigionieri secondo le convenzioni internazionali.
La delegazione del CLN fu però ritenuta poco convincente; così il Moranino, la sera dello stesso giorno, inviò una seconda delegazione, questa più risoluta, formata dai comandanti partigiani Marchisio (Ulisse), Germano (Gandhi) e Tempia(Gim), a chiedere ai tedeschi la stessa cosa, ma ottennero la stessa risposta.
Per ogni evenienza il CLN teneva costantemente informato della situazione Cino Moscatelli, un comandante partigiano tanto valoroso quanto assennato, che auspicava che quella colonna tedesca fosse lasciata andare via e in fretta, per il bene di tutti, intanto non poteva andare lontano, poiché da un’ora all’altra sarebbe arrivato l’esercito americano.
La resa generale delle truppe tedesche in Italia era vicina. Il 29 aprile, a Caserta, i rappresentanti del gen. Vietinghoff, comandante le truppe tedesche in Italia, firmarono la resa incondizionata a partire dalle ore 13 del 2 maggio.
Sugli spostamenti dei reparti tedeschi dal 27 aprile al 1° maggio nell’alto vercellese e sulle operazioni compiute in quelle circostanze dai partigiani è nata una letteratura alquanto fantasiosa, basata su testimonianze opinabili.
[10] Sulla strage di Santhià vi sono parecchi racconti, ma non molto affidabili; il più attendibile (anche se non concorda in tutto con le testimonianze che ho personalmente ascoltato) è quello di Ezio Manfredi, Terrore a Santhià, Vercelli, 1972.