"LE LOCUSTE, ALTRI DICONO CAVALLETTE "

Un inconsueto processo penale

Avrò avuto non più di dodici anni e ricordo ancora, come fosse avvenuto ieri, il mio primo incontro con le cavallette. Era un pomeriggio di un'afosa estate e mi trovavo a giocare in un prato incolto, riarso, popolato di sterpi, fiancheggiante uno sterminato greto ciottoloso, in fondo al quale  luccicava la Sesia. Batteva un gran solleone. Ad un tratto vidi una cavalletta, poi un'altra, poi dieci, cento, mille, che saltavano qua e là, che volavano, che sciamavano, che stridevano, provenienti chissà da dove. Recidevano l'erba con tagli netti, la inghiottivano insaziabili.

Per la mia giovanissima età allora non m'interessava tanto sapere se quei voraci insetti stessero recando danni alle coltivazioni, quanto osservare con curiosità quanto stava accadendo. Non so se quelle cavallette possano avere fatto notizia: probabilmente era soltanto una piccola invasione che riguardava una striscia di territorio lungo la Sesia. Sicuramente non fu un flagello da tramandare alla storia, come altre volte purtroppo avvenne.

Si sono narrate storie terribili sulle cavallette, o locuste, che dir si voglia. La più antica sta scritta nella Bibbia. Come tutti sanno è l'ottavo dei dieci flagelli divini che colpirono l’Egitto: "Esse [le locuste] coprirono la faccia di tutto il paese e il paese ne fu oscurato e divorarono tutta l'erba del paese e tutti i frutti degli alberi che la grandine aveva lasciato. Nulla di verde restò negli alberi e nell'erba dei campi in tutto il paese d'Egitto (Esodo, 10, 15)."

A quella prima invasione ne seguirono tante altre, anche in Italia, e qui non voglio certamente farne il catalogo. Ricordo soltanto quella che nel 1542 colpì parte dell'Europa e l'Italia settentrionale. Le cavallette si mossero allora in sciami sterminati, desolando i luoghi dove, per giorni e giorni, passavano; il loro transito produceva la distruzione integrale dei raccolti, la rovina per i coltivatori e carestia e fame per tutti. Scrive Ludovico Antonio Muratori: Erano alate, e più grandi delle solite a vedersi, perché lunghe un dito; volando adombravano il sole per lo spazio di uno o più miglia; e dovunque passavano, facevano un netto di tutte le erbe e ortaglie...Venuto poi il verno, perirono esse locuste, ma infettando l'aria con il loro fetore; e guai chi non ebbe cura di seppellirle.

In conseguenza di tanto flagello, che colpì duramente pure le campagne vercellesi, a Vercelli avvenne un fatto ricordato da parecchi storici locali per la sua singolarità e che oggi può fare sorridere, se non proprio ridere: ma ogni tempo ha le sue insensatezze su cui ride (o piange) il tempo successivo. Quasi certamente anche noi oggi facciamo cose che faranno stare allegri i nostri posteri, fra cinquecento o mille anni o magari anche prima; però il pensiero della sventura che aveva colpito quei nostri lontani progenitori fa spegnere ogni sorriso.

Nell'estate del 1542 nel Vercellese la gente era disperata per l'invasione delle cavallette: lo era il popolo e lo erano le persone istruite, clero compreso. Tutti si sentivano impotenti e disorientati di fronte a ciò che stava succedendo. La conseguenza fu una pubblica follia e il Tribunale diocesano non trovò di meglio che istruire un processo penale contro quei malefici insetti. Gli atti di quel processo ormai sono divenuti irreperibili e giustamente lo storico Giuseppe Ferraris opina che possano essere "stati fatti scomparire ad arte per sottrarre dal ridicolo la Curia diocesana..."

Narra lo storico Giovanni Battista Modena:

1542 tornorno le locuste altri dicono cavallette in Vercelli et Piemonte, che quando da terra si alzavano oscuravano il sole. Vennero di levante et nel venire daneggiorno Brezza, Verona, Mantua, et altri lochi di Lombardia et Veneziano. In Vercelli vi fu fatto un processo criminale contro citate et in contumacia datoli uno procuratore, et questo processo fu fatto dal vicario del Vescovo come che esse locuste fossero sacrileghe che rovinavano i beni della Chiesa et furno condannate ad anegarsi nel Po et Sesia et altri fiumi et così fu fatto et io ho veduto il processo rogato a Giulio de Quinto cancellier del vescovato. Dicono che solamente di miglio fu il danno di cento milla scudi.

Le locuste per nulla intimorite dalla severa sentenza del tribunale vercellese che le condannava a morte per annegamento, proprio l'anno dopo ritornarono nel Vercellese a danneggiare i seminati; una mano anonima, infatti, annotò su un vecchio codice: Reverse sunt locuste de anno 1543 in mense agusti et steterunt per totum [...] et maximum damnum intulerunt seminatis...

Febbraio 1998

 

N O T A

L'invasione delle cavallette, che nel 1542 colpì buona parte dell'Europa, è tristemente famosa: la ricordano storici (ad es. L. A. Muratori,  Annali, Venezia, 1846, t.10, col. 557) ed entomologi (ad es. P. Zanghi, Delle cavallette e del modo di distruggerle, Palermo, 1859, p. 51)

Il passo citato di Giovanni Battista Modena si trova nella sua opera Dell'antichità e nobiltà della città di Vercelli, Ms,  Bibl. Civica (Coll. A.36, f. 190).

 La notizia è  menzionata, fra gli altri, da Carlo Dionisotti, Memorie storiche della città di Vercelli, II, Biella 1864, pp. 281-182 (il Dionisotti descrive anche la grande invasione delle locuste del 1364, op. cit. pp. 244-245) e più ampiamente da Giuseppe Ferraris, Gualdi e gazzi... Novara, 1988, pp. XIII-XIV, il quale scrive: "Ritengo che al Modena si debba credere anche perché cita con precisione il nome del cancelliere della Curia che rogò gli atti processuali, il notaio Giulio Avogadro di Quinto. Risulta infatti, indipendentemente dalla notizia, che egli fu addetto alla Cancelleria della Curia di Vercelli dal 1529 al 1547 almeno".

L'annotazione relativa al ritorno delle locuste nel 1543 è contenuta nel foglio di guardia del piatto inferiore della legatura del terzo codice dei Biscioni.

 

*   *   *

In passato non furono infrequenti le azioni religiose o giuridiche contro le bestie nocive. E’ documentato che in alcuni luoghi, per difendersi dall’invasione delle locuste o delle lumache che infestavano le coltivazioni, erano organizzate processioni, nel corso delle quali le autorità religiose maledivano o scomunicavano gli animali invasori. Più sorprendenti, ma altrettanto documentati, sono i processi in cui furono incriminati e condannati animali (Si veda: E.E. Payson, Animali al rogo: storie di processi e condanne contro gli animali dal Medioevo all’Ottocento, Roma 1989).

 

 

Torna al sommario