Una predica inutile

Il Sesia o la Sesia?

 

A questo interrogativo diedi già una risposta molti anni fa con un breve saggio, ma ora sento la necessità di ritornare sull’argomento[1]. L’uso di attribuire al nome del fiume Sesia il genere maschile è infatti cresciuto in questi ultimi anni molto e fastidiosamente, soprattutto per chi è nato ed è vissuto accanto alle sponde di questo stupendo e serpeggiante corso d'acqua, ed ha imparato a chiamarlo come gli hanno insegnato i suoi genitori.

La Regione Piemonte (sulla cui piemontesità è lecito nutrire qualche dubbio) ha creato l’Ente parco lame del Sesia, con sede ad Albano; lodevole istituzione, ma con una denominazione che dà una convalida burocratica e autorevole a quello che, secondo me, è uno sbaglio. L’Ente parco sicuramente tutelerà la bellezza e le caratteristiche naturali del territorio che gli è stato affidato, ma contribuirà a diffondere una denominazione errata.

Ad accreditare il genere maschile del nome del nostro fiume è poi intervenuta, purtroppo, la prosa pur eccellente e accattivante di alcuni scrittori. Ricordo, fra gli altri, Ugo Ronfani (La toga rossa, Torino, SEI, 1974); un romanzo molto gradevole, ispirato dall’amore per Vercelli e per il paesaggio offerto dal “dolce piano”, ma che ha il solo neo di denominare il bel fiume di Vercelli “il Sesia”. 

Merita però soffermarsi su quanto scrive Sebastiano Vassalli (La chimera, Torino, Einaudi, 1990 - Premio Strega 1990, p.4):

Da lassù, dalla sommità della chimera, per un percorso tortuoso e in più punti scavato nella roccia viva, discende a valle il fiume Sesia, che nel linguaggio delle popolazioni locali ha un dolce suono femminile: la Sesia …

Bella e giusta constatazione, ma per tutto il romanzo il bravo autore chiama il nostro fiume “il Sesia”. Eppure riconosce che “le popolazioni locali” lo chiamano “la Sesia”; allora, se ciò è vero, com’è vero, né lui né altri hanno il diritto di cambiargli genere. Il genere dei nomi degli idronimi è determinato dalla consuetudine locale, né potrebbe essere diversamente[2]. Da chi può ricevere nome un fiume se non dalla gente rivierasca, che se lo tramanda da tempi immemorabili?

Rimane comunque per me incomprensibile perché alcuni valenti scrittori abbiano preferito per il fiume Sesia il genere maschile. Senza dubbio non per motivi storici o grammaticali; probabilmente per motivi fonetici o per motivi psicologici, che però sfuggono alla mia fantasia. Forse solo un abile psicanalista saprebbe trovare una convincente spiegazione.

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Quando è nata la brutta abitudine? Certamente in tempi relativamente recenti.

 

 

Cerchiamo ora di fare in breve la storia del genere del fiume Sesia.

Come nasce la prosa volgare riemerge il nome Sesia, ed è di genere femminile[3]. La prima pianta di Vercelli conosciuta (1547) ha una sintetica scheda tecnica in cui, fra l’altro, è scritto Verselli cità in piano… Lo fiume deto Servo et la Sexia da una parte la bagnano…[4] Nel 1580-81 Michele de Montaigne compie il viaggio in Italia accompagnato da una persona che ne redige il diario; di Vercelli scrive: “Vercelli, 10 miglia (da Novara), città del duca di Savoia, ancora essa in piano, e lungo della Zesa, fiume il quale varcammo in barca”. Possiamo citare poi altri importanti autori: Giovanni Botero (1607) scrive “la Sesia” e così pure Francesco Agostino Dalla Chiesa (1635). La prima opera storica scritta in Piemonte in lingua italiana, attorno al 1630, è la Cronaca di Saluzzo di Gioffredo della Chiesa che ricorda “il fiume de la Cesia”. Anche per gli storici vercellesi del sec. XVII e XVIII la Sesia non è mai di genere maschile. La medievale Sicida era ormai diventata “la Sesia”, e così rimase nel corso dei secoli.

Quando arrivarono i francesi di Napoleone, venne creato il Département de la Sésia; nel 1871 fu fondato il giornale “la Sesia”, che felicemente dura; Jacopo Durandi, Carlo Cattaneo e i due massimi storici di Vercelli, Vittorio Mandelli e Luigi Bruzza scrivono “la Sesia” e così i migliori scrittori vercellesi: Giovanni Faldella, Achille Giovanni Cagna, Eugenio Treves e, pur non essendo vercellese, anche Salvator Gotta.

E’ nel secolo XIX che incomincia a fare la sua apparizione “il Sesia”.

Per la sua importanza ricordiamo lo storico Carlo Dionisotti. Nel tomo primo delle sue Memorie storiche della città di Vercelli, pubblicato nel 1861, dopo aver citata “la Sesia” (p. 7), prosegue menzionando il fiume sempre con il genere maschile: “il Sesia”; però nel secondo tomo, pubblicato nel 1864, l’autore si ravvede e cita il fiume sempre con il genere femminile: “la Sesia”. In seguito “il Sesia” farà qualche sporadica comparsa in scrittori piuttosto modesti. Giulio Cesare Faccio, che nei suoi primi scritti cita il fiume Sesia al maschile, successivamente lo citerà sempre al femminile. Solo in questi ultimi anni il mal vezzo si è inspiegabilmente accentuato ed ha contagiato anche alcuni bravi autori.

A questo punto concludo con la bella testimonianza di uno dei massimi poeti e scrittori italiani: Gabriele d’Annunzio (Al Re giovine.  Le laudi, II, Elettra).

 

Ricordati del figliuol vinto

che cavalcò quel giorno

tra la Sesia e il Ticino

verso il bianco maresciallo.

Rifioria l’itala primavera

tra i dolci fiumi …

 

Il Sarvo e il Cervo.

 

Il maggiore affluente della Sesia, il Cervo, per tutto il Medioevo e fino verso la metà del secolo XVII era chiamato Sarvum, poi in italiano, Sarvo o Servo[5]. Come si sia passati da Sarvo a Cervo, nome di un nobile animale, vissuto nelle foreste dell’Europa centrale e settentrionale, ma mai vissuto nel Biellese e nel Vercellese, rimane un insondabile mistero.

Con un bel volo di fantasia mi piace supporre che il primo che scrisse “Cervo”, cambiando il nome al torrente, sia stata una pia persona ispirata da qualche antica tradizione simbolica religiosa. “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te o Dio”[6]. In età medievale il cervo, il cui simbolismo giunge da tempi remoti celtici e pagani, è protagonista di varie leggende ed entra anche nella letteratura. Sarebbe bello poter credere che il torrente, che nasce dal lago della Vecchia e muore nella Sesia, abbia ricevuto il suo nome dal mito e dalla poesia; la sensibilità delle popolazioni che attraversa lo avrebbero ampiamente giustificato.

 

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Carlo Antonio Coda, il primo storico biellese, incomincia ad usare il nome Cervo in alcuni suoi scritti; anzi, nella sua Historialis relatio civitatis Bugellae (1661) asserisce: Cervus vulgo Servus.

Nel 1766 Jacopo Durandi scriveva “Cervo”; ma nel 1778 Giovanni Tommaso Mullatera poteva far sapere che era ancora in uso il vecchio nome: Due sono li principali fiumi, che per tutto quasi l’ampio giro di questa provincia scorrono. Uno di questi chiamasi il Cervo, scritto da alcuni il Servo … Poi il nome Servo o Sarvo sparì definitivamente per far luogo a Cervo. Solo nel dialetto biellese è rimasto tenacemente radicato il nome Sarv, e pure in quello vercellese si continua dire Serv[7].

Nella lingua italiana il nome Sarvo è ancora usato, ma molto di rado e solo per ricollegarsi idealmente ad un passato che sembra ricordare meglio la realtà perenne di un torrente tanto temuto e tanto amato. Così quando nel 1877 venne ultimata la mulattiera che collega Piedicavallo a Gaby attraverso il colle della Vecchia (m. 2186), sul versante valdostano del colle furono incise sulla roccia le immagini di due donne che si tendono le braccia e si salutano: “ Guten Tag” , “Buon giorno”; poi quella di sinistra  chiede: “Figlia del Sarvo perché sotto i tuoi passi si spianarono i dirupi?” Al che la figlia del Sarvo risponde: “Per abbracciarti sorella, o figlia della Lys…    

 

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                                                                           Foto R. Ordano

 

Ottobre 2009

In Divagazioni storiche di questo stesso sito si trova l’articolo La Sesia continua a fluire

 

 

 

 

 

 

 



[1] Rosaldo Ordano, La Sesia, il Cervo e dintorni, Vercelli 1980, pp. 7-11.

[2] Per i nomi propri dei fiumi le grammatiche, quanto al genere, seguono di massima le regole dei nomi comuni, per cui quelli terminanti i –o sono maschili e quelli in –a femminili. La Sesia quindi anche in base a questa regola è femminile. Nella realtà però le eccezioni sono infinite e le stesse grammatiche rimandano all’uso locale e tradizionale.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

[3] Nell’antichità il nostro fiume era chiamato Sessites (Plinio, III, 20, 4) e più tardivamente Sessis  (Ennodio, Carm. I, 1, 39), “con forma che forse era più vicina al linguaggio del popolo” afferma giustamente L. Bruzza (Iscrizioni antiche vercellesi, Roma, 1874, p. LXVI).  Suppongo che in tutto il Medioevo nel linguaggio locale e popolare il fiume non sia stato chiamato Sicida, nome usato invece nel linguaggio colto, bensì Sesia, sulla scia del nome antico. Di qui Seso, il nome medievale di Borgosesia. Il primo autore che in lingua italiana  cita la Sesia credo che sia Fazio del Uberti (sec. XIV) nel Dittamondo : “E così ricercando quel paese/ passammo Sesia, Novara e Vercelli …”  (Del Dittamondo non v’è edizione critica e l’unica edizione attendibile è quella milanese del 1826 del Silvestri.  Il passo citato si trova nel libro III, cap. V, a p. 217).

[4] Gianni De Moro, Per l’immagine urbana vercellese nel Cinquecento. Una pianta di Giovanni Maria Olgiati del 1551 in “ Boll. Storico Vercellese”, 1987, n.1, pp. 27- 30. Per la sua corretta datazione si veda  Doriano Beltrame, “La fabbrica” della cittadella in Vercelli nel secondo Cinquecento. Alcuni disegni significativi in“ Boll. Storico Vercellese”, 1994, n.2, pp. 41- 62.

[5] Sull’argomento ho già scritto in:  Rosaldo Ordano, La Sesia, il Cervo e dintorni, pp. 51-54.

Il Sarvo (Cervo) lo troviamo citato, per la prima volta credo,  in un diploma di Berengario del 26 gennaio 913.

[6] Salmo 42. Così nel testo della Bibbia concordata; ma in quello della Vulgata: Quemadmodum desiderat  cervus ad fontes aquarum, ita desiderat anima mea ad te, Deus.

[7]  E non si potrebbe dire diversamente; occorre infatti  avvertire che nel dialetto biellese il Cervo e il Sarvo  sono indicati dalla stessa parola (Sarv) , così  pure in quello vercellese (Serv).