LA STORIA OSCURA

Presenze massoniche vercellesi fra Settecento ed Ottocento

 

Studiare la massoneria del secolo XVIII e del principio del sec. XIX è estremamente difficile, sia per la scarsità delle fonti documentarie, sia per la loro interpretazione. Il prof. Terenzio Sarasso, primo direttore del Bollettino Storico Vercellese, è stato anche il primo a studiare la storia della massoneria vercellese (si veda: La Libera Muratoria vercellese del '700, in "Bollettino Storico Vercellese", 1977, n. 9). Alla sua compianta memoria è dedicato questo scritto.

Terenzio Sarasso

 

Nel Vercellese la libera muratoria si è diffusa molto tardivamente. Nello Stato Sabaudo la prima loggia massonica fu istituita nel 1749 a Chambery con il titolo Saint Jean des trois Mortiers dal marchese Joseph François Noyel de Bellegarde, gentiluomo di camera di Carlo Emanuele III. Almeno dieci anni prima questo signore era stato iniziato alla massoneria in Inghilterra e dalla Gran Loggia di Londra aveva ricevuto la patente che lo autorizzava ad aprire logge in Savoia ed in Piemonte. Solo nel dicembre del 1765 dalla loggia di Chambery venne formata a Torino la celebre loggia Saint Jean de la Mystérieuse, che nel Settecento fu la più importante del Piemonte; per la verità però questa loggia fu cronologicamente preceduta dalla loggia castrense Saint Jean de la Constante Amitié del Savoia Fanteria di stanza a Casale Monferrato, che era stata insediata all'inizio dello stesso anno.

Non si ha notizia che nel secolo XVIII siano state istituite logge massoniche a Vercelli.

Alcuni vercellesi però parteciparono all'attività di logge piemontesi, e, per quel poco che ci è dato sapere, erano ufficiali dell'esercito sardo appartenenti a famiglie nobili, fra le più in vista. Troviamo due membri della famiglia Avogadro di Quinto iscritti nel 1771 nella loggia torinese Saint Jean de la Mystérieuse. Facevano parte della stessa loggia Michele Benso di Cavour, avo di Camillo, e Gaetano Pugnani, primo violino della cappella del re, uno dei violinisti più ammirati d'Europa e maestro del famoso violinista vercellese Giovan Battista Viotti. Anche il Viotti, seguendo il suo maestro, divenne massone.

Vittorio Amedeo III.

In un primo tempo“…il re sapeva, approvava e taceva…”

 

Intanto Casale Monferrato era diventata il centro massonico più importante del Piemonte. Nel 1789 vi era attiva, oltre alla loggia militare Saint Jean de la Constance Amitié del Reggimento Savoia Fanteria, la loggia di adozione (ossia femminile) la Parfaite Harmonie patentata il 4 maggio dello stesso anno dai Trois Mortiers; poi nell'aprile 1790 venne fondata la loggia Saint Jean de la Candeur, che, almeno formalmente, apparteneva alla tradizione massonica inglese, essendo stata costituita in forza delle patenti del 15 aprile dello stesso anno, rilasciate dalla Grande Maîtresse Loge des trois Mortiers di Chambery (du vrai regime anglais), la quale dal 1752 era divenuta gran loggia (le grandi logge hanno facoltà di istituire logge nel territorio in cui esercitano la giurisdizione massonica, e nella fattispecie la Gran Loggia di Chambery affermava di avere giurisdizione su tutto lo Stato Sabaudo).

Nella loggia di Casale La Candeur troviamo i vercellesi Gioachino Avogadro di Quinto, capitano del Savoia Cavalleria, il conte Giuseppe Alciati e Francesco Arborio Mercurino di Gattinara.

Sarebbe interessante capire quali fossero i veri rapporti fra la massoneria  e lo Stato Sabaudo. Sicuramente il re sapeva,  approvava e taceva. Erano massoni molti patrizi che frequentavano assiduamente la sua corte e molti fedelissimi ufficiali dell'esercito; nel 1773 la Gran Loggia di Londra concesse al conte Gabriele Asinari di Bernezzo, che era maestro di palazzo del re, il titolo di gran maestro provinciale per il Piemonte. Per quanto poi riguarda le varie condanne papali inflitte alla massoneria (fu scomunicata la prima volta da Clemente XII nel 1738), pare che nessuno se ne curasse, considerando che non erano rare le presenze di sacerdoti in loggia.

Soltanto quando gli eventi derivanti dalla Rivoluzione Francese incominciarono ad incalzare paurosamente, Vittorio Amedeo III, temendo che nelle logge si coltivassero troppo le idee di libertà, proibì la massoneria con editto del 20 maggio 1794 e in effetti, alla fine di quell’anno, nel suo Stato almeno ufficialmente non esisteva più nessuna loggia attiva.

 

La prima loggia vercellese

Contrariamente a quanto avveniva in Piemonte, in Francia la Libera Muratoria era rigogliosissima prima e dopo la Rivoluzione a tutti i livelli sociali; Napoleone stesso ne favorì la diffusione. Quando i Francesi s'insediarono in Piemonte non mancarono di dare un forte impulso al suo sviluppo.

Bisogna però osservare che durante gli anni della Rivoluzione francese la massoneria settecentesca si era profondamente e rapidamente trasformata; quella che apparve nei primi anni dell'Ottocento infatti era molto diversa. La prima raccoglieva soprattutto aristocratici e dalla seconda metà del secolo era impegnata prevalentemente in ricerche spiritualiste, esoteriche ed occultistiche, e il più delle volte deviava dalla sua legge istituzionale, cioè dagli "Antichi Doveri" del 1723; la seconda invece, culturalmente erede dell'Illuminismo, raccoglieva soprattutto borghesi ed oltre a praticare più vivamente la filantropia era interessata in modo speciale ai problemi che riguardavano la formazione morale dell'uomo e i suoi rapporti con la società.

Passato il Piemonte nello stato francese, nel 1806-1807 venne riattivata a Casale la loggia La Candeur (patentata dal Gr. Oriente di Francia il 26 febbraio 1807), nella quale, oltre a vecchi esponenti dell'aristocrazia monferrina, ora figuravano anche molti borghesi, fra cui il vercellese Paolo Cassinis, direttore delle Poste.  

A Vercelli la prima loggia massonica fu ufficialmente aperta il 28 giugno 1810, anche se in realtà esisteva già da qualche tempo. Il giorno dopo diede notizia dell'avvenimento il Journal de Verceil in un breve articolo posto bene in evidenza in testa alla prima colonna della prima pagina. L'inaugurazione della loggia vercellese dovette essere un fatto importante nel mondo massonico, se è vero che cette circonstance avait attiré un assez grand nombre d'étrangers.

Che questa loggia fosse veramente la prima che ebbe Vercelli pare trovare conferma nello stesso articolo, che esordisce affermando: Une Société très-répandue sur la surface de l'Empire, mais nouvelle pour cette ville, y a été installée hier. Vi è poi nell'articolista la preoccupazione di spiegare che le persone poco o male istruite possono farsi una falsa idea di una loggia, "che invece dagli spiriti saggi viene guardata con interesse".

Lo storico Carlo Dionisotti riferisce la notizia della fondazione di questa loggia seguendo quanto scrive il Journal de Verceil: "Il 28 giugno 1810 fu insediata in Vercelli una loggia di Frammassoni. La società fedele al principio fondamentale della sua istituzione consacrò detto giorno ad opere di beneficenza, rimettendo al comitato di beneficenza di Vercelli duecento lire, e facendo distribuzioni di commestibili ai prigionieri". In più il Dionisotti ci fa conoscere il titolo della loggia (Cœurs unis) e il suo motto (Eodem ardore fulgent).

Essendo allora il Piemonte annesso alla Francia (la Sesia segnava il confine dello Stato), la loggia vercellese dipendeva sicuramente dal Grande Oriente di Francia.

La loggia ebbe sede nella sala capitolare dell'abbazia di S. Andrea, ciò che ancora molti anni dopo faceva infuriare il buon sacerdote oblato don Paolo Gualino, il quale, descrivendo le condizioni dell'insigne monumento durante il periodo francese, esclamava: "...e per colmo di raffinatissima empietà nell'interna Cappella dei rev. Padri, la società massonica (nemica degli altari e dei troni, alla cui distruzione lavora accanita da un secolo) dipintala a tal turpe fine, radunavasi allora per le notturne sue conventicole ed orge!"

 

Regolamento della loggia Cœurs unis

(Coll. Cristiano Ferrabino).

 

La loggia Cœurs unis ebbe vita breve ma lasciò un'impronta duratura nella vita cittadina. Quasi sicuramente cessò la sua attività con l'entrata delle truppe austriache a Vercelli (6 maggio 1814) e con la conseguente restaurazione della monarchia sabauda e del vecchio ordinamento politico ed amministrativo. La massoneria fu subito  rigorosamente proibita e molti massoni piemontesi si diedero alla cospirazione, andando ad alimentare quelle società segrete di carattere liberale e patriottico, che avrebbero partecipato attivamente al Risorgimento italiano. Per queste associazioni clandestine le logge massoniche rappresentarono un modello di riferimento organizzativo e rituale.

Rimane un impenetrabile mistero ciò che avvenne dei massoni vercellesi. Una cosa però è certa: non tutti ritornarono ad essere sudditi  quieti e remissivi. Probabilmente, già prima della fine del regime napoleonico, l'Adelfia si era insinuata nella loggia Cœurs unis, altrimenti non si spiega come, secondo alcuni studiosi, nel 1818 Vercelli abbia avuto una numerosa presenza di sublimi maestri perfetti, che appartenevano ad un'animosa e combattiva setta segreta derivata dall'Adelfia. È un capitolo di storia arcano e intricato, ancora tutto da studiare, a cui fanno da sfondo gli eventi che portarono ai moti del '21 e alle prime generose lotte risorgimentali contro l'assolutismo e il dispotismo.

 

Conclusione

Non sappiamo valutare quanto nel sec. XVIII la massoneria piemontese abbia potuto influire sulla formazione morale e civile della classe dirigente; forse una parte della nobiltà che frequentava le logge aveva appreso a convivere con il pensiero illuministico e i principi democratici.

La massoneria che fiorì in Piemonte durante il periodo napoleonico ha fatto nascere molti interrogativi. La comune opinione vuole che fosse  asservita al potere politico, ma, almeno per Vercelli e Casale non fu così. Insieme all'ossequio formale e ufficiale a Napoleone, vi era anche adesione reale e genuina al nuovo regime; inoltre è probabile che nascessero proprio in seno a queste logge i primi germi delle società segrete, che non sappiamo quanto fossero antibonapartiste prima della Restaurazione, ma che furono risolutamente antiaustriache poi. Un entusiasmo sincero, totale e senza eccezione era riservato invece alla nascente democrazia americana, che stava crescendo all'unisono con la massoneria di quel paese. "...Il cielo stellato in campo azzurro non era forse sulla bandiera degli Stati Uniti come una volta sui templi massonici?" esclama l'oratore della loggia casalese La Candeur.

Sulla storiografia della massoneria, sulle sette che ne derivarono e sui modi della partecipazione delle società segrete piemontesi alle prime lotte per le libertà costituzionali e per l'indipendenza del Paese, gli storici devono integrare la narrazione dei fatti con molte supposizioni. I documenti sono pochi e quasi sempre inutili, invece i "se", i "forse" e i "probabilmente" sono tanti; di conseguenza non poca parte della verità storica continua a rimanere oscura.

 

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Altri probabili massoni vercellesi

Oltre ai massoni vercellesi già citati, della cui appartenenza alla massoneria siamo certi, trovandosi i loro nomi in documenti massonici ufficiali, conosciamo i nomi di altri personaggi di Vercelli che probabilmente hanno fatto parte della loggia Cœurs unis. Alcuni di questi nomi ci sono suggeriti da Agostino Verona (Vessillo della libertà del 19.12.1861 n. 51), buon conoscitore di quel passato di Vercelli che non gli era troppo lontano, quando i ricordi di certe vicende e persone erano ancora persistenti, anche se la visione dei fatti incominciava a farsi confusa. Ma, oltre a quanto scrive il Verona (che possiede nozioni approssimative della massoneria), vi sono poi altri indizi, su cui qui non è il caso di disquisire, che fanno ritenere che possano essere stati massoni i seguenti personaggi:

Conte Pietro Arborio Biamino di Caresana (1767 - 1811). All'avvento di Napoleone fu nominato sindaco di Vercelli, poi prefetto del Dipartimento della Stura e infine prefetto a Lilla. Da Napoleone venne creato barone dell'Impero. Morì a Bruges.

Felice Ceretti, tipografo. Suo nipote, Giovanni Battista Ceretti, continuatore della tipografia, fu compromesso nei moti del 1821.

Gen. Alessandro De Rege conte di Gifflenga (1774-1842). Fu intrepido ufficiale napoleonico. Alla caduta di Napoleone si trovò coinvolto nella congiura del 1814, tendente ad impedire il ritorno degli Austriaci (Cfr. D. Perrero, Il generale conte Alessandro di Gifflenga e la congiura militare lombarda del 1814, in "Riv. Storica del Risorgimento Italiano, 1896). Fu uno del capi dell'Adelfia e poi dei Sublimi Maestri Perfetti. Dopo i moti del '21, ai quali in effetti non partecipò, venne condannato all'esilio, prima all'estero, poi dal 1823 a Tronzano, suo paese natale. Nel 1839 fu graziato e nel 1841 fu nominato sindaco di Vercelli (Si veda: C. Dionisotti, Notizie biografiche sui vercellesi illustri, Biella 1862, pp. 158-166).

Canonico Innocenzo Fileppi, pronipote dell'omonimo provicario generale del vescovo di Vercelli, che fu anche un noto storico. Nel 1799 fu entusiastico fautore dell'unione del Piemonte alla Francia ed ebbe dal governo francese incarichi di grande rilievo. Morì nel 1819.

Giacinto Martorelli, medico, nato a Vercelli nel 1784; nel 1821 era schedato dalla polizia come "propenso per il sistema liberale" (G. Marsengo - G. Parlato, Dizionario dei Piemontesi compromessi nei moti del 1821, II, Torino 1986, p.100.)

Stanislao Salà, il più intraprendente uomo d'affari di Vercelli durante il periodo francese e della restaurazione. Morì nel 1837.

Alla loggia Cœurs unis erano stati iniziati anche alcuni biellesi, come il medico di Graglia Tommaso Buscaglione, che fu anche amministratore di quel santuario.

 

La splendida sala capitolare dell' Abbazia di Sant'Andrea

 diVercelli fu sede massonica dal 1810 al 1814.

 

L'Adelfia e i Sublimi Maestri Perfetti

La massoneria, come è noto, non può istituzionalmente porsi contro lo stato o contro la religione; perciò nel Settecento e nell'Ottocento quei massoni che volevano partecipare alle lotte politiche o alla cospirazione, non potendolo fare in quanto tali, lo fecero attraverso altre organizzazioni. Così in Francia, alla fine del secolo XVIII o all'inizio del secolo XIX, in seno alla massoneria ebbe origine l'Adelfia, che ne diventò una propaggine occulta e talvolta in opposizione alla massoneria stessa. Un principio fondamentale dell'Adelfia era di penetrare nelle società segrete per avvalersene, onde meglio conseguire i suoi scopi. Prima fu contro Napoleone, poi, caduto Napoleone, fu contro l'Austria. Si diffuse anche in Piemonte e in Lombardia, dove nel 1818, sotto l'impulso di Filippo Buonarroti, si trasformò nella setta dei Sublimi Maestri Perfetti, la quale professava con estremo e risoluto vigore ideali democratici e repubblicani.

La denominazione "Sublimi Maestri Perfetti" deriva dal massonico Rito Scozzese Antico ed Accettato, che incominciava a diffondersi in Europa proprio in quegli anni, per una contaminazione fra il nome degli appartenenti al 5° grado di quel rito (Maestri Perfetti) e quello degli appartenenti al 14° grado (Grandi Eletti Perfetti e Sublimi Muratori). Lo scopo evidente era di camuffare i cospiratori da pacifici massoni e seminare confusione. È necessario osservare ancora che le sette che germogliavano dall'Adelfia o Filadelfia (si chiamava anche così) cambiavano spesso la loro denominazione per meglio mimetizzarsi e sfuggire alle persecuzioni; inoltre i loro adepti erano vincolati a non mettere mai nulla per iscritto. Di qui l'estrema difficoltà incontrata dagli storici per studiare il proteiforme mondo segreto di quei settari e l'influenza della loro azione sugli eventi politici.

Una setta germogliata dai Sublimi Maestri Perfetti fu la Società dei Federati, che si diffuse largamente nell’Italia centro – settentrionale, con una presenza rilevante anche nel Vercellese. Conosciamo qualche nome, forse non fra i più importanti: il notaio Francesco Burocco di Asigliano; il medico Guglielmo Chiocchetti di Asigliano; l'avv. Giuseppe Malinverni, sindaco di Prarolo, condannato a morte in contumacia nel 1821; poi, secondo la polizia, anche Andrea Guasco di Trino.

Antesignani dei moti liberali del 1821 furono quattro universitari vercellesi (Carlo Maoletti di Lenta, Luigi Chiocchetti di Asigliano, Angelo Biandrino di Costanzana e Albino Rossi di Pertengo) i quali, l’11 gennaio dello stesso anno andarono al teatro d’Angennes di Torino con in capo dei berretti rossi con il fiocco nero: i colori della carboneria. Segno indubbio che il movimento settario incominciava a diffondersi nel mondo dell’Università, anche se la scarsità della documentazione ci impedisce di saperne di più.

 Purtroppo nonostante i notevoli studi di Renato Soriga, Alessandro Galante Garrone, Armando Saitta e Arturo Bersano, è sempre impresa ardua per gli storici penetrare nel groviglio delle società segrete che operavano in Piemonte in quegli anni di vigilia risorgimentale.

 

Il conte di Cagliostro a Vercelli

Giuseppe Balsamo, alias conte di Cagliostro, come si sa, fu un avventuriero  di rinomanza  mondiale, un guaritore di talento, un ipnotizzatore e un geniale impostore, ma, a suo modo, fu anche un filantropo; soprattutto conosceva e praticava la difficile arte di creare illusioni. Fu pure massone (venne iniziato a Londra nel 1776 nella loggia "L'Espérance"), nonché fondatore di una strana massoneria egiziana, di cui si proclamava capo con il titolo di Gran Cofto. Ovunque andasse cercava di intrufolarsi in quelle logge massoniche che sapeva dedite all'ermetismo, al rosacrucianesimo o alla teurgia (non rare in quel secolo), dove poteva facilmente far valere le sue capacità istrioniche. Si fece molti nemici, principalmente fra i medici, a cui faceva diminuire la clientela. Imprigionato a Roma nel 1789, fu processato dal tribunale dell'Inquisizione e condannato a morire sul rogo, pena che venne mutata nel carcere a vita absque spe gratiae. Morì dopo soli sei anni di prigionia, forse per l'eccessiva durezza del trattamento.

Vale la pena di ricordare che, attorno al 1780, durante i suoi vagabondaggi per l'Europa, Cagliostro si fermò tre o quattro giorni a Vercelli nell'osteria dell'Amolon rotto. Secondo quanto racconta Agostino Verona (Vessillo della libertà del 19.12.1861) e secondo quanto riconfermano altri autori vercellesi (G. Chicco, G. C. Faccio e F. Vola), questo singolare personaggio fece meravigliare la città per lo sfarzo dei suoi costumi e per le manciate di monete che distribuiva ai poveri, insieme alle boccette di elisir per la guarigione degl'infermi. Si recò a fargli visita persino il comandante della piazza nella speranza di farsi guarire un dolore ad una gamba.

Ovviamente la cronaca non dice se a Vercelli ebbe contatti con massoni locali.  

Settembre 1999

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N O T A

È molto probabile che la prima loggia ad essere stata costituita in Piemonte sia stata la  Saint Jean de la Constante Amitié del Reggimento Savoia Fanteria con patenti del 20 gennaio 1765 della Grande Maîtresse Loge des trois Mortiers di Chambery (T. Vialardi di Sandigliano, Una fronda filofrancese nei reggimenti piemontesi. Contributi per una storia della massoneria in Piemonte, in "Archivi e Storia", 1989, n. 2, p. 161 e p. 174).

Sull'appartenenza alla massoneria di G.B. Viotti, si veda: A. Basso, Musicisti massoni in Piemonte nell'età napoleonica, in "Libertà e modernizzazione. Massoni in Italia nell'età napoleonica", Roma 1996, pp.199-200

Riguardo alla nota pergamena massonica del 16 maggio 1790 relativa alla loggia Saint Jean de la Candeur (Arch. di Stato di Vercelli, Famiglia Avogadro di Quinto, perg. 101), che Terenzio Sarasso descrive accuratamente nel suo citato saggio, è opportuna qualche rettifica. La loggia viene qualificata dal Sarasso "di Rito Scozzese Antico ed Accettato", quando tale rito venne istituito solo il 4 dicembre 1802 a Charleston nella Carolina del Sud (forse il Sarasso voleva riferisi al rito “Scozzese-Filosofico” istituito in Francia attorno al 1776); inoltre la corretta lettura della data massonica del documento è VM.DCC.XC (cioè 5790 e non M.DCC.XC).

Giuseppe Recuperati ritiene che nel secolo XVIII siano esistite logge a Vercelli, ove sarebbe maturata  "una tra le più singolari figure di rivoluzionario piemontese: il cittadino Ranza" (Il Settecento, in "Il Piemonte sabaudo: stato e territorio in età moderna". Storia d'Italia diretta da G. Galasso, VIII, 1, 1994, p. 690). In realtà nessuna loggia massonica è documentata a Vercelli prima dell'età napoleonica.

Renato Soriga, in forza della documentazione a lui nota, data 16 novembre 1809 la fondazione della loggia di Vercelli Cœurs unis; lo stesso autore ci rivela anche il nome del suo primo maestro venerabile, che era il segretario di Prefettura Legard [Liégeard] (R. Soriga, Il primo Grande Oriente in Italia, in "Bollettino della Società pavese di Storia Patria", XVII, 1917, p.109). Credo che il 16 novembre 1809 sia la data dell'iniziale formazione della loggia e il 28 giugno 1810 la data della sua inaugurazione ufficiale e solenne.

Il titolo Coeurs unis, distintivo della loggia, non era una novità: nel 1789, nel Regno Sardo, era esistita a Bonneville una loggia dal titolo Cœurs unis du Mont-Blanc.

                

 

                         

 BIBLIOGRAFIA

La bibliografia massonica è abbondantissima, ma in gran parte poco attendibile (si veda: A. Lattanzi, Bibliografia della massoneria italiana e di Cagliostro, Firenze, Olschki, 1974, pp. 457). Gli studi seri sono pochi. Per questo scritto mi sono avvalso principalmente delle seguenti opere:

[P. Gualino], Brevi cenni storici sulla basilica ed abbazia di S. Andrea Apostolo in Vercelli dal 1200 al 1857, Vercelli 1857, a p. 59.

C. Dionisotti, Memorie storiche della città di Vercelli, Tomo II, Biella 1864, a p. 349.

A. Bersano, Adelfi, Federati e Carbonari. Contributo alla storia delle società segrete, in: "Atti della R. Accademia della Scienze di Torino", vol. XLV, 1909-1910.

P. Maruzzi, Notizie e documenti sui liberi muratori in Torino nel secolo XVIII, in "Bollettino Storico-Bibliografico subalpino" XXX (1928), I-II e III-IV; XXXII (1930), I-II e III-IV.

R. Soriga, Le società segrete, l'emigrazione politica e i primi moti per l'indipendenza, a cura di Slio Manfroni, Modena 1942.

A. Bersano, L'abate Francesco Bonardi e i suoi tempi. Contributo alla storia delle società segrete, Torino 1957.

A. Galante Garrone, Arturo Bersano e la storia delle società segrete, "Bollettino Storico-Bibliografico subalpino" LXVIII(1970), III e IV.

C. Francovich, Storia della massoneria in Italia dalle origini alla Rivoluzione Francese, Firenze 1974.

 T. Sarasso, La Libera Muratoria vercellese del '700, in "Bollettino Storico Vercellese", 1977, n. 9.

F. Cognasso, Vita e cultura in Piemonte dal Medioevo ai nostri giorni, Torino 1983.

T. Vialardi di Sandigliano, Una fronda filofrancese nei reggimenti piemontesi. Contributi per una storia della massoneria in Piemonte, in "Archivi e Storia", 1989, n. 2.

Aldo A. Mola, Storia della massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano 1992.

N. Nada, Il movimento romantico e le società segrete. La preparazione del moto insurrezionale, in "Il Piemonte sabaudo. Dal periodo napoleonico al Risorgimento", Torino 1993.

Libertà e modernizzazione. Massoni in Italia nell'età napoleonica, a cura di Aldo A. Mola (Convegno Internazionale di Studi. Cussanio di Fossano 11-IX-1995, Roma 1996 [specialmente i saggi di Aldo A. Mola, André Combe e Luciano Tamburini]

Su Cagliostro esiste  una vasta letteratura. Cfr. E. Petraccone, Cagliostro nella storia e nella leggenda, Milano 1937. Una breve ma attendibile biografia di Cagliostro si trova in C. Francovich, La tragica fine di Cagliostro, op. cit. pp. 435-475.

  

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Sulla Massoneria vercellese vedi in questa stessa sezione del sito l’articolo Aldo Milano.