LA MARCOVA
   Alla vana ricerca di un paesaggio perduto

 

E’ indubbio che il paesaggio del basso Vercellese come lo vediamo oggi non ha nulla in comune con il paesaggio che avremmo potuto vedere nel Medioevo1.

Oggi abbiamo davanti agli occhi una pianura assolutamente piatta, con rari alberi, ben ordinata, geometrica, scandita da una scacchiera ininterrotta di risaie e di campi, separati da un reticolo di canali, rogge e fossi: terra d’acqua e di cielo, dicono i poeti.

E’ però un paesaggio tutto artificiale, non dovuto all’azione della natura, ma costruito lentamente dalle fatiche secolari dell’uomo, dal suo accanimento agricolo, dal suo bisogno di sfruttamento estremo delle risorse della terra. E’ una creazione storica, sviluppatasi attraverso molteplici rimaneggiamenti, che i geografi sogliono definire “paesaggio umanizzato”. Gli unici elementi che sono rimasti abbastanza immutati nel tempo sono la Sesia, il Po e pochi altri corsi d’acqua di origine naturale, come la Stura, la Bona e la Marcova con alcuni suoi affluenti: la Gardina, l’Acquanera, il Lamporo e il rio Sanguinolento (ormai ridotto ad un esiguo ruscello), i cui nomi appaiono già quasi tutti in documenti del secolo X2.

Nel Medioevo l’irrigazione del basso Vercellese era assicurata da queste e da altre rogge, che venivano alimentate dalle acque dei fontanili e dalle acque di scolo raccolte da colatori naturali.

Fino al XV secolo non abbiamo notizie sicure di opere idrauliche compiute in questa zona, anche se la crescita della popolazione e il lento progredire dei dissodamenti, ha portato ad un maggiore utilizzo dell’acqua sia a scopo agricolo, sia come forza motrice per azionare i mulini.

Sicuramente in quei lontani tempi l’acqua occupava una centralità nella vita delle campagne e il suo utilizzo era governato da una saggezza atavica e comportava, oltre a conoscenze tecniche, una puntuale conoscenza del territorio, del clima e dei ritmi stagionali.

Lambita dall’acqua della risaia appare la piccola e graziosa chiesa del Molinetto. Al suo fianco scorre un fossatello: la Gardina, che nasce pochi chilometri più a monte. (Foto R. Ordano).

 

La Marcova

Dopo la Sesia, il Cervo e l’Elvo, la Marcova è uno dei più ragguardevoli corsi d’acqua del Vercellese, le cui origini non sono in montagna ma in pianura, dove nasce e dove muore. All’irrigazione dispensa ben 15 metri cubi di acqua al secondo, che non è poco3. Per ragioni irrigue parte della sua acqua è stata deviata nella Bona, una delle maggiori rogge vercellesi, che un tempo nasceva solo da sorgenti naturali4.

Attorno al nome di Marcova sorgono alcuni problemi: innanzi tutto come definirla? torrente? roggia? colatore-irrigatore? 

 Durante il suo fluire tranquillo e zigzagante dalla regione di Livorno Ferraris, dove nasce, alla Sesia, dove sfocia sotto Terranova, cambia sovente il nome, talora scambiandolo con quello dei suoi affluenti, mettendo così in difficoltà i disegnatori delle carte topografiche e non soltanto loro. Da un punto all’altro del suo percorso (ma anche da una carta topografica all’altra) viene chiamata Acquanera, Lamporo, Gardina,  Mussa, Cavone Borlino, Lamporasso e Marcova. Il nome di Marcova è poco frequente prima di Tricerro, mentre appare più sovente dopo, divenendo finalmente stabile negli ultimi chilometri, prima della foce.

Oggi però, mentre stanno inesorabilmente sparendo i dialetti e gli usi locali, sta crescendo la tendenza a semplificare: infatti i pescatori dilettanti che, nonostante gli inquinamenti, ancora osano frequentare le sponde della Marcova e dei suoi affluenti, usano ormai prevalentemente solo poche denominazioni: Acquanera, Gardina, fino al così detto ponte della Gardina, presso Tricerro; poi Marcova dal ponte della Gardina alla foce.                                             

 

 

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  Lamporo: il nome della confusione e degli imbrogli 

Due pescatori vercellesi stanno pescando da qualche ora, uno sulla sponda destra, l’altro sulla sponda sinistra di un fosso. Rompendo un lungo silenzio, quello della sponda sinistra dice: “Ieri tua moglie mi ha detto che hai portato a casa parecchi chili di carpe.”

Dopo un po’ risponde l’altro: “Si è vero.”

“Dove le hai pescate?”

 Di nuovo silenzio.

Passa un po’ di tempo, poi, mentre il pescatore della sponda destra  sta raccogliendo i suoi attrezzi per andarsene, quello della sponda sinistra gli chiede: “Non vuoi proprio dirmi dove le hai pescate?”

Risposta: “Nel Lamporo.”

- Che bastardo! – dice tra sé il pescatore della sponda sinistra scuotendo la testa e continuando a pescare…

 

Il rio Sanguinolento attraversa con incredibile tortuosità il bosco della Partecipanza di Trino, tra gli ostacoli dei tronchi, tra gli intralci dei rami, talora occultandosi tra ombre profonde. (Foto R. Ordano).

 

Discorrendo del complesso Gardina - Acquanera - Marcova è necessario soffermarsi sul nome di Lamporo. Questo nome, che si trova esclusivamente nel basso Vercellese, ha avuto, non si sa perché, una straordinaria fortuna ed è stato fonte d’inverosimili equivoci topografici e storici. Lamporo non soltanto è il nome di un piccolo comune posto fra Crescentino e Livorno Ferraris, ma è anche il nome di molti corsi d’acqua vercellesi. Nel Medio Evo era detto Amporius ed è già reperibile in documenti del X secolo5, mentre il nome di Lamporo (Lamporius o Lamporus), cioè nella forma attuale, appare più tardivamente nel secolo XIV.

Purtroppo, quando nei vecchi documenti si legge il nome di Lamporo, non sempre è facile identificare topograficamente il corso d’acqua cui si riferisce, a causa degli innumerevoli casi di omonimia. Ne ricordo solo qualcuno: in luoghi differenti la Marcova è chiamata Lamporo o Lamporasso; Lamporo è chiamata tutta o in parte la roggia Mussa; non solo, ma in alcune carte topografiche il nome della roggia Acquanera è sostituito con il nome di Lamporo6; Lamporasso si chiama una roggia che s’immette nell’Acquanera (Marcova) presso Lucedio; ancora si chiama Lamporo il primo tratto della roggia Bona e Lamporo è anche il nome della roggia che arriva a Vercelli nel rione Cappuccini, dove poi defluisce nella Sesia.

 La polla di un fontanile. Nel Medio Evo i fontanili erano le uniche fonti idriche costanti che alimentavano i corsi d’acqua che nascevano nel basso Vercellese; ad essi si aggiungevano le acque dei colatori (Foto R. Ordano).

 

Le riflessioni di un pescatore dilettante

 Camminando lungo la Marcova o lungo i suoi affluenti naturali (come molte volte ho fatto per cercare un posto adatto alla pesca) sono sempre rimasto colpito dall’ininterrotta sinuosità dei loro alvei, che pur si snodano in una piana molto uniforme; s’incontrano poi alcune repentine, strane e inspiegabili deviazioni del corso di questi rivi, che, ogni volta che le osservo, mi meravigliano.

 Mi sono pertanto fatta l’opinione che i corsi d’acqua naturali del Vercellese, salvo qualche eccezione, conservano alquanto gli alvei che si sono scavati in tempi remoti, quando la campagna non era come la vediamo oggi, ma la sua conformazione era del tutto diversa e lo scorrere quieto delle acque era deviato, non tanto dall’attività dell’uomo, ma da ostacoli naturali che oggi non esistono più.

Si tratta comunque di una realtà topografica complessa, dove è quasi impossibile capire se vi furono rimodellamenti anche artificiali dei corsi di queste rogge e se vi sono stati riutilizzi delle reliquie di vecchi meandri da parte dell’uomo o da parte della natura. La stessa Marcova in qualche tratto ha abbandonato più volte il suo alveo per cause naturali o meno, come è testimoniato dalla presenza delle “Marcove morte”7. Una cosa è sicura: questi corsi d’acqua, il cui nome è stato conservato nei secoli, sono i relitti di un paesaggio che non esiste più.

La Gardina a Tricerro, dove ormai ha assunto l’aspetto di un torrente (Foto R. Ordano)

 

Il  paesaggio perduto

Ricomporre l’aspetto di un paesaggio della nostra pianura a distanza di molti secoli è un’impresa quasi impossibile. Eventi alluvionali a noi sconosciuti, ma relativamente frequenti per la condizione idrogeologica e climatica del Vercellese, hanno di certo provocato erosioni, sedimentazioni, modificazione dei suoli, spostamenti di alvei e mutamenti nella vegetazione. Tutto ciò, insieme all’opera dell’uomo, ha lentamente ma inevitabilmente trasformato il territorio. Oggi sappiamo com’è il Vercellese, poiché lo vediamo, ma non sappiamo com’era nel Medioevo. La ricerca storica può solo darci la misura della diversità fra ora ed allora, ma non può restituirci la visione di una realtà tanto lontana nel tempo.

Nel decimo secolo gran parte della bassa vercellese era ancora allo stato selvaggio, quasi tutta ricoperta da foreste, qua e là inframmezzate da incolte praterie e da sterili gerbidi, con pochissime aree coltivate. I diplomi imperiali concessi al vescovo di Vercelli nei secoli X e XI ne testimoniano l’esistenza: la selva di Palazzolo (silva palazolasca); la selva di Lucedio; la grande foresta che copriva tutto il territorio compreso fra la Stura e la Bona (inter Baonam et Sturam); la foresta “pubblica”, che dalla strada di Roncarolo (forse presso Lignana) si estendeva alla roggia Bona e giungeva fino a Lucedio e alla corte Sulcia (presso Tricerro?), dove sarebbe esistita la silva Salsa8, nonché altri boschi ricordati in vari documenti del secolo XI.

La foresta era il paesaggio consueto e psicologicamente dominante per i Vercellesi di quei tempi. Era un ambiente misterioso, pieno d'oscuri pericoli, dove si celavano le belve e i criminali, ma era pure un ambiente di rifugio per gli oppressi, per i perseguitati e per gli eremiti. In quell’economia primitiva la foresta era anche una fonte di vita, che consentiva d’integrare le scarse risorse agricole: in essa si esercitava la caccia, si raccoglieva il miele selvatico, si trovavano le ghiande e le foglie con cui si nutrivano gli animali. Dalla foresta veniva tratta la legna per gli usi domestici e il legname, allora indispensabile per costruire, poiché le dimore costruite con muri di pietra o di mattoni, se venivano costruite, erano certo rare.

Nel dodicesimo secolo, con l’aumento della popolazione, con il conseguente aumento delle terre coltivate, con il progresso tecnico dell’agricoltura e con la diffusione del mulino ad acqua che comportò  opere di canalizzazione, l’aspetto del paesaggio incominciò lentamente a modificarsi. Sia però chiaro che queste modificazioni agricole non avevano nulla che in qualche modo potessero anticipare il paesaggio attuale, caratterizzato dalla coltura irrigua9.

Una quercia sopravvissuta all’accanimento agricolo (territorio di Costanzana).All’orizzonte s’intravedono le colline del Monferrato dove sta tramontando il sole: dal paesaggio vercellese sta ineluttabilmente sparendo la vegetazione arborea originaria (Foto R. Ordano).

 

Il caso del territorio di Caresana

La nutrita documentazione che ci è pervenuta ci consente di esemplificare e di comprendere come la campagna caresanese dovesse apparire alla fine del secolo XII10. Si tratta di un esempio che, pur tenendo conto delle caratteristiche delle varie località, può essere esteso a tutto il Vercellese e può quindi essere sufficientemente indicativo delle immense differenze esistenti fra il paesaggio attuale e quello medievale.

Il territorio di Caresana, che appariva tutt’altro che uniforme e piatto, era caratterizzato da piccole alture e da piccole depressioni indicate come “monti” e “valli”; troviamo infatti frequente le espressioni mons, dossum montis, costa, così come troviamo nominate parecchie “valli”, cui molte volte veniva dato il nome del proprietario del terreno: vallis Berardi, vallis Bollani, vallis Formaglaria, vallis Germana, vallis de Truco ecc.; rilucevano inoltre le acque di alcuni piccoli laghi: lacus Gazii, lacus Tortoranus, lacus Biscarius e lacus Novus; nemmeno mancavano le paludi e gli acquitrini, denominati mortum o morticium: mortum Gazi, mortum Carisiane, ecc.

In quel tempo erano pochi i campi, le vigne e i prati; il territorio caresanese era soprattutto dominato dalle foreste: la più importante era il Gazum11, che probabilmente era chiamato anche “selva regia”12; tra i boschi si aprivano poi numerose radure di gerbidi e di selvaggi roveti. Nel bel mezzo della campagna densa di verde serpeggiavano silenziose la Marcova e la Siccidella (così era chiamata la roggia Bona prima di immettersi nel fiume, altrove detta anche Baona13). Solo ad occidente la visione del paesaggio si trasformava, aprendosi ed illuminandosi allo scorrere della Sesia, con il suo perenne divagare, con le sue ampie anse, con i suoi estesi ghiaieti e con le sue acque, allora limpide e incontaminate.

 Quali alberi formassero a quell’epoca le foreste della piana vercellese non possiamo sapere con certezza, ma facilmente possiamo ipotizzare che fossero costituite da latifoglie. Nelle umide e misteriose ombre verdi si ergevano alte e grandiose le querce secolari, ma non dovevano mancare neppure gli ontani, i frassini, le betulle e forse qualche castagno. La documentazione poi ci attesta anche la presenza di numerosi boschi di carpini, di noccioli e di salici; questi ultimi crescevano soprattutto dove vi era terreno acquitrinoso. Ad esempio a Caresana il fondo della Valle Gallaria, prima che fosse bonificato e coltivato era inondato e vi crescevano i salici14. Frequenti erano gli olmi, isolati o a gruppi (…ad ulmos) e i noci; i noci erano per lo più soggetti a coltura (“campi di noci”) oppure, quando erano soli, servivano anche come punti di riferimento (...ad nucem putanam, ad nucem de Cervis).

Inutile dire che questo povero tentativo di ricostruire con le testimonianze documentarie un frammento di paesaggio medievale, vale soltanto a dimostrare quanto quel paesaggio fosse diverso da quello che noi oggi vediamo; come poi lo vedessero in realtà i Vercellesi del secolo XII, nonostante le nostre ricerche e la nostra fantasia, non lo sapremo mai.

Il bosco della Partecipanza di Trino in primavera con una bella fioritura di anemone nemorosa. Questo bosco può farci immaginare (ma ci vuole un po’ di fantasia) quello che poteva essere l’aspetto di una foresta medievale della pianura vercellese, anche se ormai è infestato da piante non autoctone e soprattutto dalla gaggia (Robinia pseudo-acacia), originaria dall’America Settentrionale (Foto R. Ordano).

 

Il pericoloso  sonno della memoria

Oggi tutto il Vercellese è coltivato, ma con una coltura costretta dalla spirale della competizione imprenditoriale ad essere oppressiva, ad usare in modo esasperato la chimica e la macchina, e ad eliminare qualsiasi ostacolo naturale, si trovi esso nel terreno, nella vegetazione o negli animali.

Anche i corsi d’acqua naturali sono stati in qualche modo guastati e alterati, oltre che inquinati. L’aumento della terra coltivata e poi lo sviluppo della risicoltura hanno modificato profondamente l’idrografia del basso Vercellese; nuove acque sono state fatte defluire da altre zone, antiche rogge e fossi sono stati quasi fatti sparire per alimentare nuove canalizzazioni. Superfluo in questa situazione dare spazio alla retorica ambientalista; purtroppo le aziende agricole, se non vogliono andare al fallimento, devono difendersi dalla concorrenza per salvare i loro conti economici; ma intanto la natura viene giocoforza strumentalizzata e vessata.

Il problema della conservazione della natura è gravissimo e deve essere affrontato e risolto con urgenza; tuttavia non può essere affrontato e risolto a livello locale e neppure a livello nazionale, quando l’economia, come si suole dire, va rapidamente “globalizzandosi”, imponendo all’intero mondo le sue ferree leggi di mercato.

Congiunto a questo problema v’è quello altrettanto grave della  dimenticanza dei paesaggi precedenti e della nostra facile assuefazione alle modificazioni ambientali. Lo svanire della memoria, il perdere la coscienza del passato, ci rende impotenti a restituire alla natura ciò che le abbiamo sottratto e ciò che continuiamo a sottrarle con rapidità crescente.

Senza ricorrere all’erudizione storiografica o a particolari strumenti d’osservazione, possiamo vedere con i nostri occhi le alterazioni dell’ambiente che sono tantissime, anche nella flora e nella fauna. Ad esempio le persone un poco avanti con gli anni dovrebbero ricordare come durante la stagione estiva nei campi e ai bordi delle risaie, insieme ai papaveri rossi, fiorissero i fiordalisi azzurri, bellissimi, ormai totalmente scomparsi; le nostre campagne poi erano invase da migliaia e migliaia di libellule, grandi predatrici di zanzare e di moscerini. Non vi era punta di ramo o punta di palo su cui non si posassero le “libellule tremule” di pascoliana memoria. I bambini alzavano bastoncini attendendo che vi si posassero le immancabili libellule e nell’attesa cantavano filastrocche; lo scrittore vercellese Giovanni Faldella lo ricorda:…cruda bambina, che erige una pertica invitando a posarvisi le libellule:”Signorine e signorone! Venite sul mio bastone”15.

Oggi i bambini vercellesi hanno mai visto volare le libellule?

Aprile 2003

 

La Marcova  prossima a sfociare nella Sesia (Foto R. Ordano).

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N O T E

1 – Ci riferiamo soprattutto al paesaggio geografico, in cui ciascun elemento costitutivo viene considerato non tanto nel suo mutevole apparire, ma nel suo carattere specifico.

2 – Nel diploma di Ottone III del 7 maggio 999 (M.G.H., Diplomata regum et imperatorum Germaniae, II, Ottonis III diplomata, Hannoverae, 1893, doc. 323) sono menzionati gli idronimi Stura, Acqua Nigra (Acquanera), Amporius (Lamporo) e Gardina. La Marcova è già attestata in un documento 30/11/987 in D. Arnoldi, G. C. Faccio, F. Gabotto, G. Rocchi, Le carte dello Archivio Capitolare di Vercelli, vol. I, Pinerolo 1912 (BSSS 70), doc. 16; il rio Sanguinolento è attestato già in un documento del 10/11/1183 in P. Cancian, L’abbazia di S. Genuario di Lucedio e le sue pergamene, Torino 1975, doc. 7. Il rio Sanguinolento, che appare in molte decine di documenti medievali, un tempo era un importante corso d’acqua, mentre oggi è poco più di un rigagnolo.

Nel citato diploma di Ottone III del 999 si menziona un “Fossato asinario” di molto problematica individuazione, che qualche studioso ritiene che segni “tuttora in parte il confine fra Fontanetto e Montarucco e quindi si immette nel cavo Magrelli” (F. Panero, Due borghi franchi padani, Vercelli, 1979, p. 25).

3 – Inquinamento dei canali d’irrigazione e di scolo delle risaie del Vercellese, Milano 1971, p. 5. Così viene descritta la roggia Marcova: “è un colatore-irrigatore, iscritto al n.8 dell’elenco delle acque pubbliche della provincia di Vercelli. Nel suo lungo percorso, dalla Colombara (Livorno F.) al fiume Sesia nei pressi di Terranova Monf., assume nomi diversi secondo le zone attraversate…”

4 – Inquinamento dei canali cit., p. 5. Così viene descritta la roggia Bona: “ Si tratta di un colatore-irrigatore, iscritto al n. 14 dell’elenco delle acque pubbliche della provincia di Vercelli, che diparte dalla roggia Gardina nei pressi di Tricerro…lungo il suo percorso, relativamente breve, vengono derivati 6,5 mc/sec. di acqua a fini irrigui…” La menzionata roggia Gardina, dopo Tricerro, viene chiamata Marcova.

5 – Il primo documento conosciuto che lo nomina è il diploma di Ugo e Lotario del 25 [luglio] 933 (L. Schiaparelli, I diplomi di Ugo e di Lotario, di Berengario II e di Adalberto, Roma 1924, doc. XXXV). Sia detto per inciso, alcuni studiosi che si occupano del Vercellese in questo periodo storico, interpretando quanto sta scritto nel citato diploma del 7 maggio 999 (…id est a Monte Regis usque Acquam Nigram sicut currit Ampori…) credono che l’Acquanera e il Lamporo fossero allora due rogge diverse. Può darsi; ma avrebbe potuto essere anche un’unica roggia con due nomi diversi, proprio com’è oggi.

6 – Così in I.G.M. 1:50.000, F. 136 edizione 1974 e nella Carta Tecnica Regionale RAST, versione 1 – 1999.

7 – Ad es. Arnoldi, Faccio, Gabotto, Rocchi Le carte cit., Vol. I, doc.149 (19 luglio 1153) …campus Loterij vie Balzole usque ad Marcovam mortuam.

8 – Si vedano i diplomi: M.G.H., Ottonis III diplomata cit., doc. 323 e doc. 384 (1/11/1000); M.G.H., Conradi II diplomata, Hannoverae et Lipsiae, IV, 1909, doc. 84 (7/4/1027).

9 – Ancora all’inizio del secolo XVIII il Vercellese era coltivato solamente per i due terzi; il resto era coperto da boschi e da gerbidi. La parte coltivata era dedicata soprattutto ai cereali (46%), poi ai prati e alle vigne; solo il 7% era riservato alle risaie (Pietro Monti, L’irrigazione nel Vercellese, Vercelli 1978, p. 9).

10 – Chi volesse approfondire la situazione di Caresana e del suo territorio fra il sec. X e il sec. può vedere H. Groneuer, Caresana. Eine oberitalienische Grundherrschaft im Mittelalter. 987-1261, Stuttgart 1970 e la recensione di G.Tabacco in BSBS, 1971, pp.617-622. Per tutta l’esposizione che segue ci siamo avvalsi di D.Arnoldi, G. C. Faccio, F. Gabotto, G. Rocchi, Le carte dello Archivio Capitolare di Vercelli, vol. II, Pinerolo 1914 Vol. II, doc. 481 (4 giugno e 31 agosto 1187), dove è anche spiegato il significato della parola mortum: …piscari potest in omnibus aquis que sunt in curte Carisiane, preter in aqua que vocatur mortum…; doc. 487 (4 maggio 1188); doc.490 (14 ott. 1188); doc. 513 (4 sett. 1190); doc. 502 (14 giugno 1193).

11 – Veniva talvolta concesso di asportare tantum de lignaminis buschi Gazi quantum sibi necesarium fuerit ad focum faciendum et ad casas et clausuras faciendas… Arnoldi, Faccio, Gabotto, Rocchi, Le carte cit., Vol. II, doc. 400 (14 gennaio 1181).

12 – Si veda Arnoldi, Faccio, Gabotto, Rocchi, Le carte cit., Vol. II, doc. 395 (ottobre 1180).

13 – Arnoldi, Faccio, Gabotto, Rocchi, Le carte cit., Vol. II, doc. 502 (14 giugno 1193). L’idronimo Siccidella è stato usato anche per altri corsi d’acqua. Ad es. presso Vercelli, dove ancora oggi esiste la “Sesietta” (Arnoldi, Faccio, Gabotto, Rocchi, Le carte cit., Vol. I, doc. 284 del 15.2.1173).

14 – Un testimone interrogato de fundo vallis Gallerie dicit quod fundus erat inundatus aque et ibi erant salices et modo est campus… Arnoldi, Faccio, Gabotto, Rocchi, Le carte cit., Vol. II, p. 247.

15 – G. Faldella, Donna Folgore, Milano 1974, p. 60.

 

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Nel basso Vercellese tutto il paesaggio è “umanizzato” con una sola eccezione: dove scorre il fiume. In alcuni tratti la Sesia, con i suoi numerosi meandri e con i suoi vasti ghiaieti, ci può ancora offrire la visione di un paesaggio naturale (Foto R. Ordano).