IL CORNO RAPITO

 

Al primo pallido chiarore dell’alba di un piovoso sabato autunnale (era il 18 novembre 1553) Vercelli, allora capitale del ducato sabaudo, dormiva ancora sonni sereni, ben protetta dalle sue robuste fortificazioni. Tutto pareva consueto e tranquillo, quando un portello delle mura cittadine prospettanti verso il Cervo venne segretamente aperto. Fuori, nella semioscurità, attendevano silenziosi parecchi uomini armati, che, con gran cautela e prospero successo, attraverso quel portello poterono penetrare in città per farvi poi dilagare i loro compagni d’arme, tutti militanti sotto le bandiere gigliate di Francia, al comando di Carlo Cossè, conte di Brissac.

Coloro che avrebbero dovuto difendere Vercelli, colti di sorpresa, furono scompigliati e travolti. Il trambusto fu indescrivibile. Il luogotenente generale degli Stati sabaudi Renato di Challant venne fatto prigioniero insieme al capitano Cristoforo Duc, maggiordomo del duca. Vi furono morti, fra cui Luchino di Bagnolo e Luigi di Chatillon, signore di Chatelard e braccio destro del luogotenente generale. Il castello, pur poderoso, capitolò subito e senza gloria: il suo comandante Tommaso Valperga, spaventato e con poca esperienza bellica, non fu in grado di organizzarne la difesa. Il colonnello Battista Isola con il presidente del senato Cassiano Dal Pozzo e pochi altri riuscirono invece a rifugiarsi nella Cittadella che, messa rapidamente in stato di difesa, non venne occupata.

I francesi rimasero pochissimo in città: solo il tempo di saccheggiarla per bene. Poi, il 20 novembre, sapendo che stavano confluendo verso Vercelli forti contingenti di truppe imperiali, prudentemente si ritirarono con il loro bottino.

Fra il tanto che gli uomini del Brissac asportarono da Vercelli non vi fu la Sindone, anche se l’avevano bramosamente cercata con l’empia speranza di mercanteggiare poi un lauto riscatto; infatti, come ben sappiamo, essa venne fortunosamente e astutamente salvata dal canonico primicerio Giovanni Antonio Costa. Riuscirono invece a sottrarre il celebre e prezioso corno di liocorno, che con altri preziosi era custodito nel castello, forse patrimonio personale delle duchesse di Savoia. Boyvin du Villars, segretario del conte di Brissac, afferma che egli stesso portò via il corno del liocorno e ne dà persino le misure (...la Licorne  que j’emporteray sur mon dos, ayant 8 pieds et demy & un poulce de haut). Un bel corno davvero! Si credeva infatti che fosse il più grande e il più bello mai visto in Europa ed a quel tempo aveva un valore inestimabile.

Quando questo strano oggetto sia venuto in possesso dei Savoia non sappiamo. Il colonnello Isola, chiedendo in seguito al Brissac di restituirlo “per un honesto precio”, lo elenca insieme alle “cose antiquissime dell’Ill.ma casa de Sauoya”. Naturalmente il celebre e magico corno non venne restituito.

La dame  à la licorne (Da gli arazzi d’Aubusson. Sec. XV – Parigi, Musée de Cluny)

 

Il liocorno, detto anche unicorno o alicorno, era una bestia leggendaria in forma di cavallo o di capra, con un lungo corno sulla fronte, barba di caprone e coda leonina. Dall'antichità e fino alle soglie  dell'età moderna attorno alla sua immagine mitica s’intrecciarono favolosamente poesia, religione, incantesimo e mistero. Nel Medioevo e nel Rinascimento ebbe varie interpretazioni simboliche: fu considerato il simbolo del Salvatore (“E ci ha rizzato il corno della salute, nella casa di Davide, suo servitore” Luca, I, 69), ma soprattutto fu il simbolo della castità e della purezza; nell'iconografia infatti è spesso raffigurato in braccio ad una fanciulla. Lo incontriamo non soltanto nei bestiari medievali (si trova già nel Physiologus, il primo bestiario conosciuto), ma anche nella letteratura e nell’arte: dal romanzo cortese ai poemi cavallereschi, dalla decorazione di cattedrali alle miniature dei codici, dalla numismatica (moneta di Ferrara della fine del sec. XV) alle pitture di Raffaello (La dama con l'unicorno) e del Domenichino (Fanciulla del liocorno).

Al corno del liocorno si attribuiva un potere purificatore e magico, in grado di risanare le acque inquinate, ma soprattutto di allontanare le malattie e il malocchio. Per questo era venduto a peso d'oro ed era ricercatissimo.

Nato dall’immaginazione dell’uomo e vissuto solo nella sua mente come una fiaba, il liocorno fu utilizzato da imbroglioni di suprema improntitudine per compiere truffe surreali, come quella di vendere il suo corno. Come vendere le penne delle ali dell’arcangelo Gabriele! Una cosa è certa: tutti i corni di liocorno che si trovavano qua e là per l’Europa, non erano che grosse bidonate.

Al di fuori del mito e della leggenda, cosa potessero essere in realtà questi corni non è facile sapere, anche perché forse non avevano tutti la stessa origine. Probabilmente erano denti di narvalo (Monodon monoceros), la cui forma cilindrica spiralata si adattava benissimo all’immagine che si aveva del liocorno e del suo lungo corno.

Verso della medaglia coniata dal Pisanello nel 1447 per Cecilia Gonzaga. E’ opera di straordinaria bellezza, ricca di simbolismo. Una “vergine dal petto esile, dal collo di cigno, dalla capellatura raccolta indietro a guisa di borsa grave” (G. D’Annunzio, Il fuoco) è seduta su una riva erbosa e accanto a lei giace un liocorno; in alto riluce la falce della luna. Qui il liocorno è emblema di purezza e di castità. Nel 1444 Cecilia si era chiusa per sempre in monastero, dove morì a 25 anni.

 

Torna al sommario

 

Il traditore e la sua atroce fine 

Colui che il 18 novembre 1553 introdusse i francesi a Vercelli fu un certo Merlo da Pontestura, già servitore di Silvio Tizzone, che abitava a Vercelli, d’intesa con un suo cugino, pure da Pontestura, il quale militava con i francesi. Era convenuto che ad operazione conclusa il Brissac avrebbe versato ai due cugini diecimila scudi ciascuno. La vicenda però si tinge fortemente di giallo. Secondo quanto scrive il Boyvin, il Merlo sarebbe stato ucciso involontariamente dal proprio cugino, a causa dell’oscurità, mentre gli correva incontro per abbracciarlo nel momento dell’ingresso dei francesi in città. Per il Boyvin e certamente per il Brissac la morte del Merlo costituiva un risparmio di diecimila scudi, e la storia del cugino che per sbaglio ammazza l’altro che voleva abbracciarlo sembra un po’ sospetta e certamente non del tutto vera. Da un rapporto del colonnello Isola sappiamo infatti che il Merlo fu catturato vivo anche se mortalmente ferito e privo di conoscenza. Perché allora i francesi quando se ne andarono lo abbandonarono a Vercelli, sapendo che sicuramente sarebbe stato giustiziato? La risposta starebbe nei diecimila scudi che gli erano dovuti per la sua collaborazione? Quale sia la verità non lo sapremo mai. Il Merlo morì in carcere e, come riferisce ancora il colonnello Isola, “il corpo di quel traditor del Merlo fu apicato per un piede, et poi scuartato, et li quarti messi, attaccati per le strade, et il medesmo si farà de tuti gli altri quali troveremo colpevoli” (G.Ferraris, La Sindone salvata a Vercelli, Torino 1960, p. 45, n. 49).

 

Gli ebrei "lasciati in camisa"...

Pochi sanno che nei due giorni che i francesi rimasero a Vercelli si misero anche a caccia degli ebrei, ritenuti particolarmente ricchi. Una testimonianza narra di una guardia “occupata in numerar denari di la ransione d’un povero hebreo lo qual insieme con gli altri hanno lasciato in camisa...”(Ferraris, La Sindone, cit. p. 44, n. 47).

Un’altra testimonianza merita di  essere riferita per la sua vivace freschezza. Il teste, un cestaio, racconta che quando aveva tredici anni era a Vercelli durante i giorni dell’occupazione francese, e trovandosi “...vicino alla piazza grande, nella contrada di S. Marco, li fu dato da un francese un gran schiaffo, per il quale se li gonfiò la massella dritta grandemente, et questo perché avendoli uno di loro dimandato doue stavano li hebrei, esso deponente, che non sapeva che li hebrei fossero i giudei, rispose che non sapeva chi fossero li hebrei, né dove stessero”(Ferraris, La Sindone, cit. p. 19).

                                                                              Marzo 1999

 

In questo sito nella sezione Antologia storica si trova l’articolo Il ghetto di Vercelli: una gloria della citta’.

 

N O T A  

Sul colpo di mano compiuto il 18 novembre 1553 dai francesi su Vercelli siamo molto documentati. Ne hanno scritto in parecchi, e, fra i più vicini all’avvenimento, ricordiamo il segretario del maresciallo del Francia conte di Brissac, F. de Boyvin du Villars, Mémoires, Paris, 1629, I, pp.346-358; Giovanni Battista Modena Dell’antichità e nobiltà di Vercelli che, fra l'altro, scrive: i Francesi... pigliorno un corno d’alicorno che era della Duchessa. (Biblioteca Civica di Vercelli, Ms. A-36, p. 192); G. Cambiano, Historico Discorso, MHP, SS. I, col.1113. Pieno di inesattezze C. Dionisotti, Memorie storiche della città di Vercelli, I, Biella 1864, p. 283.  Di fondamentale importanza per il nostro racconto è G. Ferraris (La Sindone, cit.), soprattutto per la documentazione esplorata negli archivi di Vercelli e nell’Archivio di Stato di Torino.

Sull'unicorno si vedano: O. Shepard, La leggenda dell'unicorno, Firenze 1984; M. Restelli, Il ciclo dell'unicorno. Miti d'Oriente e d'Occidente, Venezia 1992.

 

 

Torna al sommario