IL BEATO AMEDEO IX
Quando il 29
gennaio 1465 morì il duca di Savoia Lodovico,
gli successe Amedeo IX per diritto di primogenitura.
Amedeo era un
bel principe, alto, snello, biondo, dai lineamenti regolari. Aveva però nessuna
voglia di reggere il ducato. Soffriva di epilessia, cercava di non affaticarsi
e di sfuggire anche le minime preoccupazioni: insomma amava vivere tranquillo.
Infatti lasciò subito alla moglie Iolanda, figlia primogenita del re di
Francia, ogni responsabilità.
Erano tempi tristi per lo stato sabaudo, tormentato da insubordinazioni
e disordini, con le finanze in sfacelo, insidiato dagli stati confinanti e
soprattutto dalla Francia, la quale lo considerava quasi una sua appendice. Ad
Amedeo tutto ciò pareva non interessare; egli viveva appartato, privo di
volontà, come se la sorte dei suoi disgraziati sudditi non lo riguardasse; anzi
la sua abulia e il suo disimpegno furono le principali cause dei guai cui
andarono incontro la moglie e il ducato. I suoi fratelli erano convinti che non
dovesse essere una donna, Iolanda, ad avere la reggenza ed il governo dello
Stato, ma loro. Soprattutto Filippo, conte di Bresse, detto non per nulla “il
Senza Terra”, guidò le ostilità, ora occulte ora palesi, a seconda delle
circostanze, contro la cognata. L’inazione di Amedeo IX divenne presto la
peggior sventura che potesse capitare allo Stato. Ognuna delle due parti in
dissidio intrigava con le potenze straniere alla ricerca di protezione e di
aiuto, non importava se faceva entrare nelle terre ducali soldatesche infide,
se procurava lacerazioni, sconvolgimenti, instabilità di governo e una sempre
maggior perdita di autonomia e di prestigio. Nel 1471 si giunse anche ad una
specie di guerra civile. Per un certo tempo Filippo riuscì persino ad avere il possesso fisico del povero
Amedeo, e ne usò il nome per impartire ordini a tutto lo Stato. Nell’agosto,
dopo complicate trattative, i contendenti riuscirono a rappacificarsi e il duca
di Savoia fu riconsegnato a sua moglie. Iolanda però, sempre diffidente,
preferì stabilire la sua residenza a Vercelli, sotto la protezione del duca di
Milano Galeazzo Sforza, i cui domini iniziavano già dall’altra sponda della
Sesia.
A Vercelli si
spense il duca Amedeo e gli ambasciatori milanesi scrissero allo Sforza: “morì
una nocte che nissuno se ne avide” (1). Era la notte del 30 marzo 1472.
Effettivamente fu una morte improvvisa, tanto che nessuno pensò a fargli fare
testamento. Iolanda aveva avuto dal
futuro beato parecchi figli ed era ancora incinta. Filiberto, il maggiore dei
figli, che aveva sei anni, fu il nuovo duca, e ricevette il giuramento di
fedeltà il 4 aprile.
Pochi anni
dopo, per opera di alcuni letterati di corte, incominciò ad essere tessuta la
mistica apologia della vita e della
morte di Amedeo IX; soprattutto si insisteva sui prodigi che sarebbero avvenuti
per la sua morte, annunciata al mondo per più giorni da una stella comata sparsis crinibus.
Quando si
entrò nell’atmosfera devozionale della Controriforma, altri biografi
ritornarono con maggiore fantasia e con più fervida compunzione sul tema della
morte di Amedeo, come il Morozzo, il quale seppe egregiamente dipingere
quell’oleografico quadro con cui sarà per sempre raffigurata la dipartita del
principe sabaudo.
Rileggiamolo:
“Ritrovandosi in Vercelli, fu assalito da grave infermità la quale
havendo per divina rivelazione conosciuto che sarebbe mortale, ringraziò
E’ una suadente prosa, che forse convincerebbe anche noi, se non
conoscessimo quella più sintetica e realistica degli ambasciatori di Milano
presso la corte sabauda: “morì una nocte che nissuno se ne avide”.

Amedeo IX dona il collare dell’Annunziata ai poveri.
Il quadro è fastidiosamente enfatico e di tipico gusto controriformista (Olio
su tela di Daniele Seiter, 1638 – Duomo di Vercelli).
L’ uso delle monete per
accendere
l’immaginario collettivo
Non è nel
limitato disegno di questo scritto approfondire come l’odore della santità si
sia diffuso intorno alle spoglie mortali di Amedeo IX; molto più modestamente
invece si vuole porre in luce come il ricordo, la fama e perciò stesso la
venerazione del beato principe siano state vigorosamente alimentate, al momento
giusto, mediante il mezzo singolare ed efficacissimo dell’emissione di adatti
tipi monetari, usati come mass media.
All’inizio
del sec.XVII la corte sabauda, incoraggiata dall’ambiziosissimo Carlo Emanuele
I, incominciò a muoversi per ottenere il riconoscimento popolare e quindi
quello ufficiale della santità dell’ultimo duca che si era chiamato Amedeo;
nome che nel 1587 Carlo Emanuele I aveva imposto al suo secondogenito insieme
con quello di Vittorio. Nel 1609 infatti il cardinal Stefano Ferrero, vescovo
di Vercelli, diede l’avvio alle pubbliche iniziative facendo trasferire con
solenne cerimonia il corpo del futuro beato in una cappella della sua
cattedrale ed esponendolo alla venerazione del popolo. Nello stesso anno la
zecca di Torino incominciò a battere una moneta d’argento da 9 fiorini recante
sul rovescio l’effige di Amedeo IX e la scritta: BENEDIC. HAEREDITATI.TVAE.
Questa
coniazione durò due anni, poi venne ripresa nel 1616 e nel 1618, probabilmente
sempre dalla zecca di Torino, ma con il rovescio sensibilmente variato: la
testa del beato appare nimbata e all’esergo è posta la scritta B.AMEDEVS. Si
sono osate aggiunte significative che vogliono anticipare i tempi. Anche se manca
la sanzione apostolica, per i Savoia, per i loro funzionari e per i loro
sudditi Amedeo IX è un beato.
Il vescovo di
Ginevra, Francesco di Sales, con energico zelo aveva frattanto dato l’avvio al
processo di canonizzazione, mentre il Ranzo e il Bellarmino, nel 1610 e nel
1619, avevano fatto stampare le loro apologetiche “vite” di Amedeo, che
serviranno di modello a tutte le pie biografie che del beato duca verranno in
seguito scritte.
Attorno alla venerata
memoria di Amedeo IX nacquero molteplici iniziative, ma certamente la più
popolare, la più pubblicitaria, quella che riuscì ad introdurre il suo nome e
il suo ricordo in tutte le case e in tutte le menti, fu la sua raffigurazione
sulle monete. Nel 1619 e nel 1620 la zecca di Torino proseguì la coniazione del
“beato Amedeo” da 9 fiorini,
mantenendo, con qualche variante, sempre il medesimo tipo di rovescio; negli
stessi anni si affiancò ad essa la zecca di Vercelli. Anche qui si battè
l’ormai notissimo pezzo da 9 fiorini, però con un rovescio di diversa fattura e
di più elevata ispirazione estetica. Circondata dalla solita iscrizione
BENEDIC.HAEREDITATI.TVAE., la figura del beato molto ben modellata appare con
il capo raggiante e lo scettro nella mano destra, mentre con il braccio
sinistro si appoggia allo scudo su cui è incisa la nota frase:
FAC.IVDITIVM.ET.IVSTIT.DILIG.PAVP.ET.DOM.DAB.P.IN.FINI.VEST
(3). Ora viene pure
divulgata la leggenda fatta fiorire attorno alla sua morte.

Rovescio del “Beato Amedeo”,
moneta da nove fiorini battuta a Vercelli nel 1620. La testa di Amedeo è
raggiante e il suo braccio sinistro si poggia ad uno scudo dove sta incisa la
famosa frase che, secondo i suoi pii biografi, avrebbe pronunciato poco prima
di morire (la moneta ha
Nel 1620 la
zecca di Vercelli coniò una moneta da 3 fiorini, riproducente esattamente la
raffigurazione del suo multiplo. Successivamente lo scudo da 9 fiorini continuò
ad essere battuto a Torino negli anni 1624 e 1628, e a Vercelli nel 1629,
conservando e l’una e l’altra zecca, sia pure con qualche variante, i tipi
caratteristici dei loro coni.
Vittorio
Amedeo I succeduto al padre nel 1630, rinnovò radicalmente il sistema monetario
del suo stato sulla base della riforma introdotta da Emanuele Filiberto:
conseguentemente fece ritirare dalla circolazione gran parte delle monete
d’argento e dei loro spezzati battuti sotto Carlo Emanuele I, fra cui i “beati Amedei”. A sua volta però,
nonostante il generale mutamento di tipi e leggende, non abbandonò il tipo del “beato Amedeo” e lo usò come rovescio di una delle sue più comuni monete:
il 5 soldi di cui si conoscono molti esemplari non datati o con la data del
1632. Si tratta di un pezzo in mistura che al rovescio riproduce il tipo del “beato Amedeo” così com’era stato
raffigurato sul 9 fiorini di Vercelli.
Fu l’ultima
moneta sabauda raffigurante Amedeo IX; ma ormai la fama della sua santità era
divenuta popolare. Innocenzo XI infine, chiudendo il processo di canonizzazione
iniziato da S. Francesco di Sales, il 3 marzo 1677 ne confermò solennemente il
culto.
2 - C.G.Morozzo Vita e virtù del Beato Amedeo, Torino
1686, p.207
3 - Queste parole che sogliono chiamarsi il
testamento del B. Amedeo riecheggiano quelle di Isaia (56,58)
Sulla vita di
Amedeo IX, tralasciando le opere troppo apologetiche, si possono vedere:
F.Gabotto, Lo Stato sabaudo da Amedeo
VIII ad Emanuele Filiberto, Torino 1892; E. Colombo, Iolanda duchessa di Savoia, in “Miscell. di storia italiana”, XXXI,
1894, con molta documentazione; F. Gabotto, Nuovi
documenti sulle ribellione di Filippo Senza Terra nel 1471, Pinerolo 1898;
M.C.Daviso di Charvensod, La ribellione
di Filippo Senza Terra, in “Rivista Storica Italiana”, LII, 1935, pp.
127-200; id., La duchessa Iolanda,
Torino 1935.
Per quanto riguarda
le raffigurazioni monetarie di Amedeo IX, rinvio al mio scritto Amedeo IX nella monetazione sabauda del sec.XVII, in “Bollettino
Numismatico”, I (1964), 5, pp.3-6.
Edito
in R. Ordano, Briciole di storia, Vercelli 1992, pp. 85 - 93