E
UNA SOMMOSSA
Negli anni immediatamente
successivi alle guerre risorgimentali la vita di Vercelli scorreva tranquilla.
La città era amministrata con burocratica oculatezza da ristretti gruppi aristocratici
borghesi, eletti da quelle poche centinaia di cittadini che allora avevano
diritto di voto. Erano conservatori o progressisti, clericali o anticlericali, maggioranza o minoranza, ma sempre parte di
una élite, ben separata dal ceto popolare.
Allora a Vercelli parlavano
italiano solo i forestieri e i conferenzieri; tutti i vercellesi parlavano in
dialetto, ma anche il dialetto, come tante altre cose,
non era uguale per tutti: vi erano quelli che dicevano “lu” e “le”, ed erano i
più, e quelli che dicevano “chiel” e “chila”. Questi ultimi appartenevano alla
classe più agiata e per la gente comune erano “cui ca parlu bin”.
Dopo il 1879 qualche piccolo
sciopero veniva segnalato qua e là, ma erano episodi
sporadici ed isolati, che non turbavano l’ambiente. Il popolo pareva accettare
di buon grado quello stato di cose, insieme ai magrissimi salari con cui era
remunerato il suo lavoro. Apparenza. In realtà era ormai latente,
ma reale, un forte e diffuso senso di malcontento, che solo l’inerzia
psicologica derivante da secoli di regime assolutistico, teneva ancora
sommerso. Un giorno però, per una causa futile, quasi da nulla,
l’insoddisfazione popolare uscì allo scoperto, improvvisamente, rabbiosamente,
manifestando, sia pure per poche ore, la sua esistenza. Ecco il fatto.
Il 2 giugno 1882 muore
Garibaldi. Domenica 11 giugno, alle ore 20 come di consueto, la banda del
reggimento incomincia a suonare in piazza Cavour la
così detta “ritirata”, ponendosi in marcia verso la caserma, seguita, come
sempre, da un codazzo di ragazzi e ragazze. Dal pubblico che fa ala si alza
qualche voce a chiedere che sia suonato l’inno di Garibaldi, che già era stato
suonato giovedì. Alla voce di pochi si uniscono altre voci,
poi tante voci; ma la banda marcia imperterrita e non suona l’inno. Allora le
voci diventano urla, quindi esplode un tumulto che rapidamente si diffonde
ovunque. I pacifici vercellesi questa volta scendono in strada gridando e
agitando drappi rossi; vi sono scontri fra gente e i soldati con feriti e contusi.
Infine le truppe della guarnigione riescono ad occupare il corso ed altre zone
importanti della città e la folla si scioglie.
Il lunedì seguente però gli
incidenti si rinnovano con maggiore asprezza, sempre a causa dell’inno non
suonato e che non si vuol suonare. Si teme il peggio. Soldati e carabinieri
paiono impotenti. Le autorità civili, stralunate, non riescono a capire ciò che
sta succedendo: ieri avevano promesso di far suonare l’inno dalla banda
cittadina, oggi hanno paura che l’inno esalti gli spiriti e non lasciano uscire
la banda. Dopo si giustificheranno appigliandosi ad un cavillo giuridico: per
far suonare l’inno occorreva un atto deliberativo del consiglio comunale,
convocato nei modi e nei termini di legge! Intanto sindaco, giunta municipale,
Associazione Generale degli Operai si affrettano ad affiggere manifesti
invitando alla calma; lo stesso fanno fare alle varie
società di mutuo soccorso, quella dei cappellai, dei muratori, dei calzolai e
via elencando. Ci si rivolge “specialmente ai capi officina perché colla loro
autorità contribuiscano al mantenimento della tranquillità cittadina”. A tarda
sera, così come spontaneamente era esplosa, l’ira popolare si placa e il giorno
dopo la città riprende il suo volto consueto, come se nulla fosse accaduto.
E’ chiaro che l’inno suonato
giovedì e non più suonato domenica è stata la causa
accidentale dello sfogo spontaneo di un antico e profondo malumore, che negli
anni successivi diverrà a poco a poco cosciente opzione politica e sindacale.

Una storica fotografia del notaio Andrea Tarchetti: Vercelli 30 maggio 1906.
Sciopero.
La crescita
dell’organizzazione operaia e contadina non sarà però tanto facile, pur essendo
il terreno vercellese potenzialmente fertile; da una parte dovrà superare una
tenace opposizione borghese, dall’altra dovrà superare una mentalità egoistica,
diffidente, timorosa, abituata ad un atavico servilismo. Chi, dopo la sommossa
dell’82, cercò di affrettare i tempi si trovò in
solitudine. Pochi giorni dopo i moti, uscì il giornale
In effetti, le masse popolari
vercellesi prendono coscienza della loro forza con lenta gradualità e si
organizzano sindacalmente e politicamente a mano a mano che si modificano le
condizioni generali del Paese e per merito di alcuni uomini generosi che si
consacrano ad esse con fervore di apostoli.
Già nel 1882 vi fu un
rilevante progresso politico con il miglioramento della legge elettorale, che
ampliò il numero dei votanti: l’età fu abbassata da
Nel vercellese in
particolare, negli anni che vanno dall’82 al 90, incominciò ad avere riflessi
politici sensibili il fiorire del cooperativismo e delle società di mutuo
soccorso, che ora operavano secondo una concezione più attiva e più ampia
dell’assistenza e della solidarietà.
In questi stessi anni il
figlio dell’on. Luigi Guala, l’avv. Mario Guala, rinunciando a brillanti
prospettive di carriera, dedicò la sua giovane vita a diffondere l’idea
cooperativa fra i lavoratori, convinto che la cooperazione fosse un modo
pacifico e possibile di elevazione morale e materiale del popolo nell’ordine e
nella tranquillità sociale; poi tentò di organizzare i contadini, soprattutto
per difenderli dalla concorrenza della manodopera emiliana. Propagandò le sue
idee, talora con giovanile veemenza, dalle colonne del Don Bicciolano, giornale
da lui fondato nell’ottobre 1879, che visse con alterne vicende fino al 1882, e
quindi con Il Lavoro, altro suo giornale durato dal 1888 fino al 1893.
Quando quest’ultimo uscì, venne definito “improntato a puro e pretto
socialismo”, ma fu un giudizio eccessivo. Il Guala non fu socialista e meno che
meno un “marxista”, e i suoi giornali rispecchiarono fedelmente le sue
convinzioni; furono però i primi giornali vercellesi ad occuparsi con serietà e
competenza giuridica del lavoro dal punto di vista dei lavoratori.
Il Guala morì nel
Saggio edito in Scriviamo un libro insieme, Borgosesia 1982, pp.59-63