Fra gli
ultimi anni del IX secolo e sin oltre la metà del X
secolo anche l’Italia Occidentale subì le distruzioni e le razzie dei “pagani”
(così venivano allora chiamati
indistintamente gli Ungari e di Saraceni). Di quei lontani
eventi ben poco possiamo sapere per la scarsità, la frammentarietà e
l’imprecisione delle testimonianze coeve, per lo più cronachistiche e tutte
dalla parte degli aggrediti. Gli storici ce ne hanno dipinto un quadro che
riflette quasi esclusivamente i ricordi paurosi e ingigantiti di coloro che ebbero i loro monasteri depredati, le loro città
incendiate o i loro vescovi trucidati. Con ciò non voglio negare che le
incursioni saracene o le galoppanti scorrerie ungare non siano state gravissime
calamità e motivo di terrore per le disgraziate popolazioni che le hanno
subite; però il fenomeno, considerato dalla storiografia quasi esclusivamente
sotto l’aspetto della “grande paura”, ci viene
descritto in modo incompleto e forse distorto riguardo alle sue effettive
dimensioni e conseguenze.
Faccio queste
considerazioni mentre rileggo un modesto episodio
riportato dal Chronicon Novelicense e
che traduco, per quanto possibile, letteralmente:
“Un soldato fu un mio prozio che, uscendo dal territorio di Maurienne (1), si affrettava verso la città di Vercelli. Agli aveva certamente udito dell’arrivo dei barbari, ma fu lontano dal credervi, poiché allora erano distinti dalle nostre zone. Adunque, mentre attraversava un bosco nella giurisdizione di quella città, improvvisamente si avventa su di lui un’infinita moltitudine di Saraceni (insiliunt in eum infinita multitudo Saracenorum). Ormai erano giunti nel territorio della Liguria (2). Subito combattono e vicendevolmente si colpiscono; ma pochi non valgono contro una tanto grande moltitudine: si nascondono, però alcuni di loro sono catturati vivi. Così viene preso il mio prozio, insieme con un suo servo, ed infatti padrone e servo sono posti in vendita con i tori. Mentre questo accadeva, avvenne per caso che suo fratello, cioè mio nonno, andando alla curia del vescovo vedesse il servo del fratello legato insieme ad un toro (victum cum tauro); subito inorridisce e gli chiede cosa sia capitato. Di sicuro si racconta che mentre stava venendo in quel luogo fu catturato da esploratori (ab exploratoribus), celando maliziosamente il rapimento del suo padrone, per ottenere la grazia di essere liberato. E così gli diede un indumento di triplice tessuto (tauracem trilicem) (3), di cui era vestito, e liberò dalla prigionia il servo del fratello. Dopo la sua liberazione il briccone rivela che è prigioniero anche il suo signore. Proprio come dice Terenzio: Tutti preferiscono essere buoni per sè piuttosto che per altri. Il fratello poi si dolse fortemente per suo fratello prigioniero però non avendo il necessario (stipendium) per riscattarlo corse dal vescovo della città di nome Ingone, che era suo padrino, affinché gli desse qualche soccorso (aminiculum); ma, non avendo nulla che potesse essere indossato (sed non habens quod induere posset), lo esortò a guardare in tutti i suoi ripostigli se mai trovasse qualcosa da prendere; ma non avendo trovato nulla chiese ai vicini e agli amici, e tutto quello che poté avere ,lo diede per il riscatto del fratello e così lo liberò dalla sventura della morte”.
Non credo
inutile rilevare che in questa circostanza i Saraceni non vollero denaro, ma indumenti. Coloro che si sono occupati di questo
fatto, forse ritenendo strano che un riscatto potesse essere pagato con abiti
persino usati, hanno stravolto il senso delle parole della Cronaca, mettendo per il prezzo del riscatto non i vestiti, ma il
denaro. E’ chiaro che costoro, per una sorta di automatismo
mentale, sono stati inconsciamente fuorviati dall’uso universale che oggi si fa
del denaro, senza troppo riflettere che nel secolo X la poverissima
circolazione monetaria rendeva più agevole pagare con merce, piuttosto che con
moneta (4).
* *
*
Il racconto
che ha come protagonista il nonno e il prozio del narratore, è stato scritto
rozzamente senza fronzoli retorici. Il buon monaco-cronista si è compiaciuto
soltanto di citare, come se lo ricordava, cioè molto
liberamente, un verso di Terenzio, e di fare uscire dal bosco “un’infinita moltitudine di Saraceni”, che è una evidente
esagerazione; ma credo che i fatti narrati siano sostanzialmente veri. Essi sono accaduti durante l’episcopato del vescovo Ingone
(961-978), però non dopo il 972-973, quando i Saraceni, scacciati dal loro covo
di Frassineto, sparirono anche dall’Italia Occidentale.
La presenza
dei Saraceni a nord del Po, nel Vercellese, ha stupito qualche studioso. I
Saraceni hanno risalito le Alpi fino alla Svizzera, con possibilità di fare
scorrerie nelle sottostanti pianure, e probabilmente le hanno fatte nel
Vercellese, anche se non ne abbiamo memoria storica.
Romualdo Pastè ha fatto conoscere una speciale preghiera per la benedizione del
vessillo di S. Eusebio, risalente al X secolo, con la
quale veniva invocata la protezione di Cristo contro le incursioni dei pagani (....a paganorum defende incursibus) (5).
Pensando alla storiografia vercellese si sarebbe indotti a credere che i
pagani, da cui chiede difesa la preghiera, fossero gli
Ungari. Costoro infatti il 13 dicembre 899 piombarono
a Vercelli, trucidando tutto il clero; poi nel secolo X fecero altre scorrerie
nella Pianura Padana. Ricordiamo quella del 924 con l’assedio e l’incendio di
Pavia, dove pare fosse perito, insieme al vescovo di
quella città, anche il vescovo di Vercelli Ragemberto. Invece
i pagani da cui la chiesa di Vercelli chiedeva protezione non erano gli Ungari,
ma i Saraceni (...fugiant Ismahelitae a facie
Ecclesiae tuae...confundantur Saraceni, vincantur et pereant...). Nel testo della preghiera non si
legge nulla che possa alludere agli Ungari, e se si dovesse
giudicare solo in base ad essa si dovrebbe credere che i Vercellesi abbiano
avuto paura soltanto dei Saraceni; ciò sarebbe anche in concordanza con quanto
ha scritto Liutprando, buon testimone dei tempi suoi: “Per quanto la misera
Italia fosse allora oppressa da tanti disastri a causa degli Ungari e dei
Saraceni, nessuna violenza o rovina era peggiore di quella compiuta dagli
Africani”.
Non abbiamo
altre notizie di presenze di Saraceni attorno a Vercelli, oltre a quella
riferita dalla Cronaca di Novalesa.
Tuttavia, se le loro incursioni non sono documentate, non significa che non siano avvenute.
Ancora vi è
da osservare che mentre gli Ungari, compiuta la scorreria, si trasferivano
lontano e trascorrevano anni prima che riapparissero,
i Saraceni invece, che stavano annidati sulle Alpi Occidentali in basi fisse,
costituivano un pericolo permanente per gli abitanti delle pianure limitrofe,
di cui depredavano sistematicamente le risorse fino a ridurle al nulla.
Anche i Saraceni che giunsero nel Vercellese calarono dalle montagne? Fu una scorreria o un’occupazione di lunga durata? Se ne sono andati quando hanno voluto o furono scacciati? E da chi?
La parte più
sorprendente e meno comprensibile del racconto è però ancora un’altra e
riguarda i rapporti fra i Saraceni e la popolazione, che, per quanto lascia
intravedere l’episodio, sono sconcertanti.
In breve: i
Saraceni tendono un agguato e catturano le persone che sappiamo, poi, pare di
capire,, aprono del tutto indisturbati una sorta di
mercato, dove pongono in vendita servo e padrone con dei tori. Il fratello del
padrone passa di lì per caso, s’imbatte nel mercato saraceno, non è spaventato,
non si nasconde, non teme di essere catturato o ucciso, anzi si ferma a
curiosare, scorge il servo di suo fratello legato insieme a
un toro e incomincia a trattare il pagamento dei riscatti, con il seguito che
conosciamo.
Il fatto che
ho raccontato è certo futile e di poco conto, ma basta a mettere
in evidenza il quasi niente che sappiamo dei Saraceni in Piemonte.

Frammento del mosaico pavimentale della basilica romanica di S.Maria distrutta nel sec.XVII (Vercelli, Museo Leone). Rappresenta un duello fra un guerriero bianco ed un guerriero nero fra le misteriose scritte FOL e FEL, che, fino ad oggi, non sono mai state interpretate in modo sicuro. L’antica basilica fu ricostruita in tutto o in parte verso la metà del sec. XII, ma non sappiamo se il pavimento a mosaico preesisteva alla ricostruzione.
(1) Nell’originale il luogo di provenienza è di dubbia lettura: Alcuni autori infatti leggono “Caresana” (ad es. C, Patrucco, I Saraceni sulle Alpi Occidentali e specialmente in Piemonte, in “Studi sulla storia del Piemonte avanti il mille”, Pinerolo 1908, p.427 e nota 3).
(2) A quel tempo il termine “Liguria” si riferiva ad un territorio molto più vasto dell’attuale regione. Ancora nel secolo X Vercelli poteva essere definita geograficamente Ligurum civitas così come la definì nel secolo IV S. Gerolamo.
(3) Non mi è stato possibile accertare cosa fosse il tauracem trilicem; probabilmente era un indumento che ricopriva il busto.
(4) Cercando di ricavare da questo racconto qualche elemento valido per introdurci nella comprensione di un tempo per noi molto caliginoso, ho cercato di tradurre con la massima adesione al testo latino, sacrificando la sintassi italiana e la forma letteraria. Sulla buona versione fatta da G.C. Alessio (Cronaca di Novalesa, Torino 1983, pp.265-267) devo obiettare che non si tratta di denaro al punto in cui traduce: “Il fratello si dolse assai della cattura del fratello suo, ma non aveva più denaro (stipendium) per riscattarlo....”. A quei tempi stipendium non era sinonimo di denaro (si veda Glossarium del Du Cange). Inoltre, da quanto precede, sappiamo che il servo fu liberato con la consegna di un vestito, e da quanto segue, sappiamo ancora che il nonno del cronista si recò dal vescovo per avere aliquid aminiculum, ma non trovando quod induere posset, gli chiese di considerare cuncta sua penetralia. Il verbo induere (vestire) non lascia dubbi. Anche il Patrucco (cit., p.428) aveva scritto, errando “...venne riscattato con denaro raccolto dal vescovo Ingone”. Ad ogni modo la ragione per cui quei predoni abbiano preteso o si siano accontentati di capi di vestiario per liberare i due ostaggi, non è privo d’interesse per penetrare la realtà di quegli oscuri tempi.
(5) Il testo integrale della benedizione è stato pubblicato
dal Pastè per primo in “Archivio della Società Vercellese di Storia e d’Arte”,
II, 1910, pp.249-250; lo ha trascritto dal Cod. Eus. CLV Liber in quo continetur preces et benedictiones etc; a giudizio del
Pastè e di F. Gabotto la benedizione è stata scritta da mano del sec. X. Questa
benedizione ha fatto credere al Pivano che a Vercelli vi fossero milizie
cittadine, le quali, raccolte e benedette dal vescovo Ingone, fecero sparire i Saraceni: “....i Saraceni invadono il
Piemonte e irrompono nelle campagne vercellesi in quelle infinite moltitudini di
cui vedemmo
Breve nota bibliografica
Sulle incursioni dei Saraceni nell’Italia Occidentale: C. Patrucco, I Saraceni nelle Alpi Occidentali e
specialmente in Piemonte, in “Studi sulla storia del Piemonte avanti il
mille”, Pinerolo, 1908; F. Cognasso, Il Piemonte nell’età sveva, 1968, pp.43-47. Sono poche pagine che
sintetizzano efficacemente il succedersi delle penetrazioni saracene in
Piemonte; B. Luppi, I Saraceni in
Provenza, in Liguria e nelle Alpi Occidentali, Bordighera, 1973. Per la
miglior conoscenza dei problemi connessi con questo argomento
si veda l’acuto studio di A. A. Settia, I
Saraceni sulle Alpi: una storia da riscrivere, in “Studi Storici”, 1987, !
(genn.-marzo). Ancora di questo autore, per una panoramica più ampia e
aggiornata sulle aggressioni ungare e saracene e per un confronto sulle loro
diverse caratteristiche: Le incursioni
saracene e ungare, in “Popoli e strutture politiche” (
Edito in Bollettino Storico Vercellese, n. 32, 1989, pp. 129-133