GIOVANNI ANTONIO RANZA

 

Chi conobbe Giovanni Antonio Ranza nell’abito talare di professore delle Regie Scuole di Vercelli, o nell’abito laico di tipografo - editore, apprezzatissimo dall’èlite culturale piemontese, mai avrebbe potuto supporre che un giorno avrebbe oscurato la non modesta rinomanza che s’era creata con l’ausilio delle divine muse, divenendo un rivoluzionario famoso, un turbolento vigilato dalle polizie di mezza Europa.

Il coraggio non gli difettava. Quando nel 1777 le autorità decisero di demolire l’antichissima chiesa di S. Maria Maggiore, perché ritenuta troppo decrepita, il Ranza, unico e solo, protestò vibratamente e pubblicamente, scrivendo vari opuscoli su quel tempio che, “dopo aver sostenuto il peso di quattordici secoli, benché ancora capace di durare molti altri, cadde vittima dell’ignoranza”. Erano tempi di oscuro dispotismo e il nostro professore rischiò molto ed incominciò ad attirare su di  sé l’attenzione della polizia.

Esaltato poi dai fatti dell’89, a cinquant’anni di età, con a carico una numerosa famiglia, chiusa la tipografia, abbandonati gli studi eruditi, si diede anima e corpo alla politica.

La sua città gli parve il luogo adatto alle sue prime esperienze di giacobino. Nel 1790 Vercelli era forse uno dei centri piemontesi dove più vivamente fermentava una cultura d’avanguardia e d’opposizione. Alcuni membri delle famiglie Alciati, Avogadro e Arborio erano affiliati ad una loggia massonica di Casale Monferrato, dove, oltre all’esercizio della filantropia, si apprendevano le nuove teorie filosofiche e sociali proposte dell’Illuminismo e dall’Enciclopedia; non solo: alla polizia era pervenuta notizia che in un’antica abbazia presso la città si tenevano “segrete adunanze notturne”. Un club giacobino alla moda francese? Chi vi partecipava? Quasi di certo gli affiliati erano bottegai e professionisti malcontenti della supremazia nobiliare e dell’arretratezza feudale in cui versava la pubblica amministrazione. Sta di fatto che in quell’anno Vercelli fu turbata da alcuni episodi d’insofferenza, che costarono quasi un mese di prigione nel castello d’Ivrea ad alcuni borghesi.

Alla loro liberazione ci furono manifestazioni di giubilo, che diedero al Ranza l’occasione per il suo esordio politico. Esordio infelice. Il Ranza non capì niente della situazione; non capì né quale capacità di reazione avesse ancora il governo, né che il popolo vercellese, anche se progressista in qualche ristretto ceto, era ancora immaturo per un’insurrezione. Alla fine dovette fuggire a Lugano, iniziando una vita avventurosa di idealista entusiasta ed indomito.

Purtroppo tutta l’attività rivoluzionaria del giacobino vercellese fu sempre improntata ad una quasi totale mancanza di senso della realtà, e quindi fu sempre fallimentare. Colto, genialoide, attivissimo e buon oratore, aveva il difetto capitale di essere entusiasta delle proprie opinioni e di considerare pochissimo quelle degli altri; nella velleità di conciliare il giacobinismo con il cristianesimo sovente manifestava idee non sempre ben accette nell’ambiente politico-culturale che lo circondava, in più aveva uno spirito temerario, che si accompagnava ad un carattere irascibile e stravagante. Nell’ottobre del 1790 il governatore di Vercelli lo descriveva come “persona senza giudizio, di testa calda e ardente, di penna e di lingua pungente”.

A Lugano, infatuatosi dell’atmosfera di tranquillità e di libertà in cui vivevano gli svizzeri, credette di poter impunemente propagandare le sue idee rivoluzionarie, e così fu costretto alla fuga per salvarsi dalla prigione.

Conobbe invece per la prima volta la prigione a Nizza, e proprio per merito di quei governanti della Francia rivoluzionaria  che egli tanto aveva ammirato, ma che ora infastidiva con i suoi petulanti opuscoli sulla questione religiosa (era contrario alla libertà dei culti).

Nel 1796, quando il Bonaparte scese in Italia, il Ranza istituì con Ignazio Bonafous la repubblica democratica di Alba, che nel suo concetto doveva essere indipendente, sovrana e alleata della Francia; ma il generale Bonaparte preferì trattare Alba non molto diversamente dalle altre terre occupate; anzi, con il trattato di Cherasco venne stabilito che Alba sarebbe rimasta a Vittorio Amedeo III.

Conclusa la pace tra la Francia e il re sabaudo, il Ranza si rifugiò in Lombardia, dove escogitò un piano di rivoluzione nell’Alto Novarese, onde instaurare una “Repubblica italiana”, ma la congiura tempestivamente conosciuta a Torino e a Milano, fallì miseramente.

Con incrollabile tenacia il Ranza parlava, scriveva e cospirava contro i Savoia, convinto che dovessero cadere per insurrezione di popolo. Eccitava instancabilmente gli emigrati piemontesi, i quali, forse spinti dalla sua propaganda, aggredirono a Milano il rappresentante sardo. Per poco il Ranza non rischiò di essere fatto fucilare da Napoleone, il quale era talmente seccato dagli intrighi del nostro giacobino, che nel corso di un solo anno (1797) per ben due volte (ma per una quarantina di giorni l’una) lo fece rinchiudere in prigione nel castello di Milano. Lasciato libero dovette rifugiarsi a Genova.

Dopo che Carlo Emanuele IV lasciò il Piemonte, il Ranza poté stabilirsi a Torino, dove si affrettò ad auspicare che le nazioni ligure e piemontese si riunissero per dare inizio alla Repubblica italiana; come sempre però fu cattivo profeta, poiché pochi giorni dopo il Governo Provvisorio deliberò l’unione del Piemonte alla Francia ed a quest’idea si convertì presto anche lui.

Superando poi altre vicissitudini ed altro carcere, concluse la sua vita a Torino, polemico ed insoddisfatto; aveva chiesto al Governo un impiego attivo e ricevette invece la nomina ad “istoriografo dell’Università Nazionale”. Dopo dieci anni d’inane attività rivoluzionaria, si trovò rigettato in quel mondo degli studi da cui era tanto clamorosamente uscito.

 

Marche tipografiche dense di simbolismi con cui il Ranza, seguendo un’antica consuetudine, contrassegnava le pubblicazioni della sua tipografia.

 

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NOTA BIOGRAFICA

Giovanni Antonio Ranza nacque a Vercelli il 19 gennaio 1741 da Pietro, proveniente da Oleggio, pizzicagnolo, e da Lucrezia Conti, brianzola. La casa paterna era situata nell’attuale corso Libertà, verso Porta Milano, vicino all’imbocco di via Felice Monaco. Nel 1764 si laureò a Torino e nel 1765 ebbe prima il posto di ripetitore di letteratura nel Collegio delle Province e poi la nomina a professore di umanità nelle regie scuole della sua città. Tenne la cattedra fino al 1771, quando si dimise per sposare Anna Maria Chiaverotti, che gli diede otto figli.

Nell’agosto 1777 fondò la “Tipografia Patria”, unica tipografia vercellese che sia nata con un preciso impegno culturale, caso unico nel Piemonte del secolo XVIII. Sotto la sua guida l’azienda lavorò intensamente fino al 22 giugno 1790, stampando oltre duecento libri ed opuscoli ed affermandosi come una delle migliori tipografie piemontesi. La sua attività editoriale ebbe l’orientamento ideologico tipico dell’illuminismo, opposto a quello conservatore e clericale della tipografia Panialis, che allora stampava a Vercelli. Orgogliosamente diede alla sua tipografia questo motto, a cui, in effetti, fu fedele: Patriae decus et commodum prima lex esto.  Nihil utile quod non est honestum lex altera. La tipografia e la casa del Ranza si trovavano nella piazzetta che oggi ha il suo  nome, a fianco di via Duomo.

In questo tempo fu poeta non mediocre, lodato specialmente per i suoi versi latini. D’ingegno versatile e spinto dagli interessi più vari si occupò anche di storia, di archeologia e persino di agronomia e di idraulica (fece un progetto d’inalveazione della Sesia, che con le sue frequenti inondazioni danneggiava i terreni agricoli); ebbe relazioni con vari eruditi, fra cui una corrispondenza ventennale con il barone Giuseppe Vernazza, allora considerato il maggior dotto subalpino.

Il Ranza era molto inserito nelle idee sociali più avanzate del suo tempo e si diede con passione all’attività politico - rivoluzionaria. Fece circolare scritti di propaganda democratica creando non pochi problemi alle autorità, che gli ordinarono di recarsi ad Ivrea e di mettersi a disposizione di quel governatore, ma, invece di obbedire, il 10 luglio 1791 il Ranza lasciò nottetempo Vercelli e si rifugiò a Lugano. Da allora la sua vita fu un continuo peregrinare. Fuggito dalla Svizzera riparò in Corsica (dove conobbe Filippo Buonarroti, famoso giacobino e cospiratore), quindi si spostò a Nizza e poi in vari luoghi della Liguria, del Piemonte e della Lombardia. Promotore della repubblica di Alba, le aveva dato la bandiera tricolore (rosso, turchino, arancio), che nel 1800 fu scelta come bandiera piemontese. Conobbe il carcere innumerevoli volte. Con l’occupazione austro - russa del ‘99 rimase in prigione a Torino, poi a Vigevano ed ancora ad Alessandria. Pubblicò nel 1792 il Monitore italiano, politico  letterario (è il primo periodico rivoluzionario italiano) che, come venne letto a Torino, gli valse la confisca di tutti i beni. In seguito pubblicò ancora altri periodici. Scrittore molto fecondo, ci lasciò innumerevoli scritti di politica civile ed ecclesiastica, nonché di varia polemica. Tradusse la tragedia Fénélon ossia le monache di Cambrai di M. J. Chénier. Morì a Torino il 10 aprile 1801.

 

Bibliografia essenziale:  T. Vallauri, Storia della poesia in Piemonte, Torino 1841; G. Roberti, Il cittadino Ranza, Torino 1892; G. Roberti, Il carteggio erudito fra Giuseppe Vernazza e Giovanni Antonio Ranza, Torino 1894; P. Hazard, La révolution française et les lettres italiennes, Paris 1910; S. Pivano, Gli albori costituzionali d’Italia, Torino 1913; E. Crovella, Giovanni Antonio Ranza letterato e giacobino, Torino 1928; E. Codignola, Illuministi, giansenisti e giacobini nell’Italia del Settecento, Firenze 1947; D. Cantimori, Giacobini italiani, Bari 1956.

Per un’informazione bibliografica sulle opere del Ranza si veda C. Dionisotti, Notizie Biografiche dei vercellesi illustri, Biella, 1862, pp. 133 - 141.

Edito in : R.Ordano, Figure, Vercelli 1977, pp. 7-10;

 

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