
Il 7 febbraio
1997 ricorre il centenario della morte di Galileo Ferraris. Era nato a Livorno
Piemonte il 30 ottobre 1847. Se fosse possibile compilare una graduatoria dei
vercellesi che maggiormente hanno influito sulla civiltà del genere umano
(penso anche al cardinale Guala Bicchieri che in Inghilterra ha ridato vigore
alla Magna Charta), certamente il
Ferraris dovrebbe essere fra i primi. Spero che il suo centenario sia ricordato
degnamente.
La sua felice
scoperta del campo magnetico rotante diede un impensato e decisivo sviluppo ai
motori elettrici; un altro suo merito, meno noto ma altrettanto gravido di
conseguenze, fu di aver risolto uno dei maggiori problemi dell' elettrotecnica
del tempo: quello di trasportare a grandi distanze l'energia elettrica con il
minimo dispendio (elaborò la teoria completa del trasformatore). Furono
contributi immensi allo sviluppo della nostra civiltà industriale e infatti i
frutti delle sue ricerche vennero furiosamente divorati ed assimilati dal
vortice del progresso.
Sono trascorsi
cento anni dalla sua morte; la scienza e la tecnica hanno cambiato radicalmente
il nostro modo di vivere e di lavorare. Oggi le pubblicazioni e gli esperimenti
scientifici del Ferraris sono ormai relegati alla storia dell'elettrotecnica ed
il suo nome è noto solo agli storici della scienza. La gente di tutto il mondo,
che tutti i giorni e tutte le ore usa distrattamente i prodotti tecnologici che
la mente scientifica di Galileo Ferraris tanto ha contribuito a realizzare, non
ricorda più né l'uomo, né la sua opera.
L'uomo e
l'opera. L'opera fu grande, l'uomo ancora di più.
Ciò che
maggiormente ci colpisce nella sua biografia è che la sua grandezza di
scienziato non fu mai disgiunta da una naturale semplicità, da una serena
saggezza e da una rara vastità di volume umano, per cui egli può essere
additato come un vero maestro di vita. A questo quadro morale pare
corrispondere il quadro fisico. Nella pienezza della sua maturità le
testimonianze concordemente lo ricordano così come realisticamente lo descrive
Edmondo De Amicis: "un bel signore dal volto pallido", dalla fronte
spaziosa, con un volto serio e pensoso, dagli occhi penetranti e luminosi,
accesi talvolta da un lampo geniale, che contrastava con il suo sorriso mite e
dolcissimo.
Da dove veniva
quest'uomo? Come si è formato? Qual è stato il senso ideale e civile della sua
esistenza?
La famiglia
dove nacque era severamente laica, progressista e di ferventi tradizioni
patriottiche. Il padre Luigi, farmacista, era un forte lavoratore, di costumi
moralmente rigidi ed orientati ad un indomito laicismo; il fratello maggiore
Adamo, medico, consacrò la sua esistenza agli ideali umanitari e patriottici;
seguì Garibaldi, si batté valorosamente in molte battaglie e morì combattendo
in terra di Francia, sui campi di Digione; lo zio Antonio, fratello di suo
padre con il quale collaborava in farmacia, era una figura ascetica, e pur
essendo un acceso anticlericale, sapeva coltivare l'ardua virtù della
tolleranza, tanto da essere amico del parroco e da recarsi in chiesa a suonare
l'organo alla domenica. In quest’ambiente, in questa severa scuola di vita si
modellò Galileo Ferraris.
I suoi indiscussi
meriti di studioso e di insegnante sono superati dalla sua umanità, che si era
educata nell'esempio del padre, dello zio e del fratello. La sua grandezza
morale gli impedì di arricchirsi traendo profitto dalle scoperte scientifiche.
Ripetutamente affermò che "la scienza ha ideali più alti dell'utile
materiale", che la scienza e la tecnica devono servire al progresso umano.
Pertanto si rifiutò di brevettare le sue invenzioni, professando il più
assoluto disinteresse finanziario, a cui contrappose sempre la bellezza della
ricerca scientifica. La sua vita era governata dal trinomio indissolubile di
scienza, famiglia, patria. Pochi giorni prima di morire così si esprimeva:
"non a caso il mio pensiero è volato al ricordo dei miei cari. Perché
quella laboriosa, pura, austera, spartana famiglia, che mi ha dato il nome, era
legata coi vincoli della stima, dell'affetto e delle idee ad una assai più
estesa famiglia, la quale copriva tutto questo nostro Paese e ne abbracciava le
intelligenze e i cuori. Il mio pensiero risale con reverenza a quella grande
famiglia, e vi attinge sacri ricordi e radiose speranze".
Era uomo di molteplici interessi. Oltre alle discipline scientifiche coltivava l'arte e dipingeva, coltivava la musica e suonava il pianoforte, coltivava la letteratura e recitava a memoria Schiller e Goethe. Un uomo d'altri tempi, un grande esempio per i tempi nostri.
Edito in Automobile Club , 1997, n.1