DUE CASTELLI INESPUGNABILI PER ARTE

E PER NATURA

 

"... Vintebbio a mezzo giorno, et Bornate

 a tramontana,con le ruine dei luoro antichi

 castelli  ambi posti sopr'eminenti sassi..."

Vercellino Bellini

 

Dopo una rapida salita per un viottolo ombroso ci si trova di fronte a quello che fu il castello di Vintebbio. Al momento in cui lo vedo i suoi resti sono stati in gran parte liberati dalla vegetazione con molto impegno: un impegno che ha portato a sterminare edere che da tempo immemorabile vegetavano su quelle rovine. Purtroppo la lotta ingaggiata dagli operatori culturali contro questo vegetale non è ancora cessata e temo che la loro devastazione cesserà solo quando tutte le edere del castello saranno fatte morire e le loro ultime foglie rinsecchite voleranno via al transito del vento.

Sono pensieri che mi fanno guardare con spirito compassionevole e infinita tristezza quei rami d'edera che s'intricano e s'aggrovigliano nella loro vita di silenzio e ora sembrano presagire la prossima fine; e qui, paiono celarsi nelle buche e nelle crepe come grosse serpi spaventate, e là, paiono tentare un abbraccio estremo e ancor più forte a quelle mura a cui sono avvinghiate da sempre.

Osservo che è stato segato al piede un secolare tronco di edera di mai veduta grandezza; ma se per ora non è stato reciso completamente, è solo grazie a qualche sasso che ha fatto arretrare la lama della sega. Uno strazio e uno scempio inutili. Perché in questa primavera si vuole uccidere la meravigliosa creatura, che estende a ventaglio il suo denso e vivente verde sul grande muro medievale? Perché non si ha pietà per questo miracolo della natura? Perché questa barbarie? Ma tant'è. Siamo alla fine di un marzo ventoso e poter rimirare violette, anemoni e primule che osano ancora fiorire nei pressi di quelle rovine ridona un po' di conforto.

Il castello di Vintebbio.

 

La congerie dei ruderi appare imponente, tumultuosa e ferrigna, però non ci restituisce l'immagine di quella che fu nel Medioevo questa fortificazione ormai tutta diroccata, la quale, lo si constata visibilmente, dovette subire diverse e radicali modifiche nel corso dei secoli.

Gran parte dell'antico castello è ora a terra, ridotta in cumuli di pietre, però le mura che rimangono erette sono ancora poderose e altere; costruite con i ciottoli rotondi e levigati del greto della vicina Sesia, hanno lo spessore medio di un metro e mezzo, e superano i sedici metri di altezza dove forse si erigeva il mastio. A guardarle, passandoci sotto, si ha una impressionante visione di forza e d'inaccessibilità.

Edificato a cavaliere sulla cima di un poggio, per tre quarti protetto naturalmente da pendii rupestri, dirupati e scoscesi, v'è da credere che un tempo questo castello fosse forte, minaccioso, inespugnabile. Un po' più lontano era altrettanto robusto il castello di Bornate. Come il comune di Vercelli abbia saputo espugnarli tutti e due, senza defatiganti assedi ed aspri assalti, è l'argomento di questo breve scritto.

*     *     *

Prima che fossero fondati i borghi di Gattinara, Serravalle e Borgosesia, il paesaggio di quel territorio era in tutto diverso da come oggi ci appare. Vi si estendevano grandi selve e brughiere, mentre le vigne, i prati e i campi erano pochi, attorno a sparuti villaggi. Soltanto le acque della Sesia e del Sessera scorrevano pure e scintillanti, dove, un po' meno pure, scorrono tuttora, incontrandosi presso Bornate, di fronte al monte Fenera, allo sbocco del torrente Strona di Valduggia.

In quel luogo si formò un piccolo centro abitato, in seguito difeso da un castello, che gli venne costruito accanto sopra un'altura impervia. Questo castrum divenne un punto strategico di considerevole importanza, quando il giovane e aggressivo comune di Vercelli pensò di espandersi a settentrione, entrando in conflitto con Novara e Romagnano.

 All'epoca del fatto che stiamo per narrare, i signori di Bornate erano personaggi di tutto rispetto, variamente legati da obblighi di vassallaggio, di fedeltà  e di alleanza con il vescovo di Vercelli, con la potente famiglia dei signori del Castello e con il conte Ottone di Biandrate. Il comune, che ben conosceva tutti i vantaggi che gli potevano derivare se avesse avuto libero accesso in quel luogo, altrettanto bene conosceva tutti i guai che gli sarebbero piovuti addosso se avesse realizzato i suoi desideri, mettendosi dalla parte del torto con l'impiego della prepotenza. La  sorte però (non sapremmo dire se con qualche spintarella o meno) accorse a dare una mano ai Vercellesi.

Un bel giorno un certo Pietro Auricio o Pietro Enrico, che dir si voglia, venne a trovarsi in terra di Bornate con un salvacondotto del marchese di Monferrato Bonifacio. Chi fosse costui non si sa: un malvagio? un agente provocatore? un menagramo? È però difficile pensare che fosse uno che se ne andava semplicemente badando ai fatti suoi. Ad ogni modo i signori di Bornate lo fecero catturare e lo tennero prigioniero. Perché? Anche i motivi della cattura non si conoscono. Si rifiutò di pagare qualche pedaggio? sbeffeggiò qualcuno? era lì apposta per farsi imprigionare?  Questo Pietro, che girava da quelle parti formalmente sotto la tutela del marchese di Monferrato, in realtà era un cittadino vercellese e tanto bastò per offrire al comune di Vercelli un ottimo pretesto per chiederne la liberazione, per lavare l'offesa ricevuta e quindi per intervenire senza tanti complimenti, mandando i suoi uomini nelle terre di quei signori a fare  scorribande  con incendiis et maleficiis. Ora i Vercellesi potevano sperare di avere buoni argomenti per convincere i signori di Bornate ad accettare accordi che li lasciassero usare liberamente il loro castello. E la speranza non mancò di realizzarsi.

 Finalmente - era l' 8 aprile 1190 - prima dietro la chiesa di Bornate e poi nella torre maggiore del castello, i consoli del comune di Vercelli poterono definire patti di pace e di alleanza con i signori di Bornate, i quali, fra l'altro, s'impegnarono a lasciare ai Vercellesi libero accesso al castello (per loro si riservavano forcias turrium) e ad aiutarli in guerra, specialmente contro Romagnano e Novara. Successivamente, il 24 maggio, tali patti furono solennemente riconfermati, prima nel castello di Bornate e poi nel castello vercellese del monte San Lorenzo, sovrastante il Gattinarese. Così il comune di Vercelli riusciva ad insediarsi alla confluenza fra il Sessera e la Sesia, alle porte della Valsesia e della regione dei laghi.

" La congerie dei ruderi appare imponente, tumultuosa e ferrigna..." (Foto R. Ordano).

 

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Verso il 1200 la strada che correva lungo la sponda destra della Sesia, a partire dalle mura di Vercelli fino alle colline di Gattinara, era saldamente in mano del comune di Vercelli; inoltre, come si è visto, lo era anche il castello di Bornate; però prima di arrivare a Bornate  la strada passava  sotto lo scabroso poggio su cui si ergevano le forti mura del castello di Vintebbio, in una strettoia un po' inquietante fra il castello e i meandri sassosi della Sesia.

 A quel tempo Vintebbio era sotto la giurisdizione del vescovo di Vercelli, ma alcuni signori, suoi vassalli, ne avevano il dominio effettivo: una situazione che non garantiva al comune vercellese la piena sicurezza di avere sempre disponibile quella strada, indispensabile per fare le sue guerre contro Novara, e che gli permetteva di aggirarla e di contrastarla nella zona Cusio - Verbano. I rapporti con il vescovo di Vercelli, infatti, non erano costantemente idilliaci, come quando - tredici anni prima - avevano costruito insieme il castello di S. Lorenzo, e non era neppure lontano il tempo, come stavano forse intuendo i politici vercellesi, in cui vescovo e comune sarebbero venuti a trovarsi l'uno contro l'altro armati.

Su ciò che avvenne in quel torno di anni fra i possessori di Vintebbio abbiamo un po' di documentazione, ma, come il più delle volte accade, i documenti servono ben poco per farci comprendere la realtà di una vicenda lontana di secoli, anzi, nel nostro caso, più vengono studiati e più la verità resta oscura.

 Il castello di Vintebbio era allora una sorta di consortile, gestito da un gruppo di signori, di cui non sappiamo bene per quali legami vassallatici fossero interessati a quel luogo. Costoro, all'improvviso, si misero a litigare furiosamente fra di loro, passando a vie legali (querimoniis et appellationibus) e, quello che è peggio, a vie di fatto.  Alcuni di loro erano di Gattinara, mentre di Vintebbio era un certo Stafo, personaggio alquanto ambiguo, che qualche anno prima Enrico VI aveva messo al bando dell'impero e che allora pareva muoversi nell'orbita del comune di Vercelli. Motivo della lite sembra che fosse il possesso dei diritti signorili sul castello.

La questione avrebbe dovuto riguardare solo i proprietari del castello e il vescovo di Vercelli, loro signore, invece, non si sa come e non si sa perché, vi si trovò immischiato anche il comune di Vercelli, che, proteggendo vigorosamente Stafo e suo figlio Cona ed esercitando fortissime pressioni sul vescovo, diventò subito il maggior protagonista della vicenda; anzi, prendendo in mano il bandolo dell'aggrovigliata matassa, riuscì in poco tempo a pacificare i litiganti, togliendo loro l'oggetto stesso della lite, cioè il castello, poiché alla fine ne diventò il vero ed unico padrone; lo constatiamo il 12 febbraio 1204, quando Stafo giurò solennemente di custodire tutto il castello (totum castrum) "per l'onore e per l'utile" del comune di Vercelli.

Poco tempo dopo il castello di Vintebbio dovette dare ancora qualche preoccupazione a Vercelli. Anche in quella circostanza non è chiaro ciò che successe. Forse il nostro Stafo pensò di fare il furbo e, dopo aver estromesso i vecchi comproprietari dal castello con l'aiuto del comune di Vercelli, si illuse di poter imbrogliare lo stesso comune e di restare solo e tranquillo a fare il castellano di Vintebbio; le cose invece andarono non come egli  avrebbe desiderato. Dopo il 1207 lui e suo figlio vennero fatti uscire per sempre dal castello e dalla storia vercellese; per contro un documento del 1213 ci fa sapere che il castello di Vintebbio era custodito da delegati del comune di Vercelli, il quale ancora nel 1230 vi teneva una guarnigione di sette uomini più il castellano, che prudentemente veniva cambiato ogni anno.

Libera e sicura tutta  la strada a destra della Sesia, il comune di Vercelli poté presto penetrare in Valsesia, dove nel 1217 tutti gli uomini da Riva Valdobbia (de Petris Zumellis) a Varallo, a Seso - l'attuale Borgosesia - giurarono la cittadinanza vercellese; quindi, nel 1222 - 1223, poté dilagare anche sulla sponda occidentale del Lago Maggiore, facendo cittadini vercellesi gli uomini di Pallanza, di Intra, della Val Vigezzo e delle valli ossolane. È il fugace momento della massima espansione politica di Vercelli.

Luglio 1995

 

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N O T A

La monumentalità dell'edera del castello di Vintebbio aveva già impressionato circa centoventi anni fa Severino Pozzo (Il comune di Serravalle Sesia, Biella, 1875, p. 25), il quale, visitando le rovine del castello, così scriveva:  " non si hanno che quattro muri coperti d'una bellissima edera comune che col suo fusto arrampicante e colle foglie coriacee forma una bella tappezzeria verde la quale si scorge in lontananza e fa un contrasto colle nude pareti della roccia". A quella stupenda edera non fu insensibile A.B. (Angelo Biglia) che osservava: ..."e certo se mancasse il verde dell'abbraccio dell'edera [la muraglia] sarebbe già da tempo completamente rovinata, sgretolata dall'acqua" (Florindo Piolo, Storia del comune di Serravalle Sesia, Grignasco, s.d., p. 159). Nello stesso libro ancora Angelo Biglia consacrava alla bellezza di quell'edera le due terzine di un sonetto bello e impeccabile (Il castello di Vintebbio, p. 155):

 

... ora sui resti di sue mura infrante

ride nel rigoglioso vegetare

l'edera verde e cuopregli le spalle

 

E sulla cima, al vento, verdeggiante

l'ultima fronda manda a salutare

l'azzurro cielo e la ridente valle.

 

In un'ode saffica, dedicata ancora al castello di Vintebbio, questo bravo poeta serravallese (meritevole di essere maggiormente conosciuto) riprende il tema dell'edera:

 

Crescono rovi, adesso, fra le mura

crescono ortiche e già l'edera verde

(simbolo dell'amor ch'eterno dura)

tutto rinverde.

 

Il tronco di Hedera helix, cui ho accennato, è stato segato per quattro quinti e nella sua parte maggiore ho potuto misurargli una larghezza di un metro e diciotto centimetri, mentre dove è stato in parte tagliato ha la misura di un metro e sette centimetri.

 

 

*    *    *

Bornate viene menzionato già nel dubbio diploma di Ottone III del 7 maggio 999.  

Le vicende che portarono i Vercellesi e i signori di Bornate a concludere patti di alleanza sono desunti dall'atto dell'8 aprile e 24 maggio 1190 (I Biscioni 1/3, doc. 640).  Per difendere Bornate, più che incastellare il vecchio villaggio, si preferì costruire una fortificazione su un'altura delle vicinanze, dove si trova ancora qualche rudere; lo lascia supporre il citato documento del 1190: actum retro ecclesiam Bornati iuxta montem castri Bornati.

Il primo documento in cui troviamo ricordato Vintebbio è il diploma di Federico I del 17 ottobre 1152, dove Vintebium cum suis pertinenciis viene confermato alla chiesa vercellese. L'antico villaggio di Vintebbio doveva essere molto vicino alle mura del castello, se un documento del  7, 8 settembre 1207 (I Biscioni, 1/3, 618) ci fa sapere che i consoli del comune di Vercelli si trovavano iusta villa Vintebii, ante castrum Vintebii. Oggi, né con il materiale che ancora affiora dal terreno nella zona del castello, né con l'ausilio di fonti archivistiche, siamo in grado di ridisegnare la situazione edilizia di Vintebbio all' inizio del XIII secolo. Si possono solo formulare ipotesi, che però non rientrano negli scopi di questa "briciola".

Per una conoscenza migliore e più ampia delle vicende riguardanti il tempo e il territorio, oggetto di questo scritto, si veda nel Bollettino Storico Vercellese, l'ottimo saggio di G. Andenna, Presenze signorili, iniziative politiche e gruppi vassallatici nella bassa Valsesia tra XII e XIII secolo. Sul passaggio del castello di Vintebbio al comune di Vercelli segnalo i seguenti documenti editi ne I Biscioni, e precisamente: 2/1, 2 (31 genn. 1201); 1/3, 619 (13 ag. 1201);  1/3, 620 (29 ott. 1203 e 12 febb. 1204); 1/3, 621 (25 genn. 1204 e 4, 6, 8 febb. 1204); 1/3, 623 (2 febb. 1204);  1/3, 618 (7 e 8 sett. 1207); 1/3, 625 (8 sett. 1207);  1/3, 626 (10 sett. 1207); 1/3, 617 (11 sett. 1207);  2/1, 8 (18 giu. 1213); 2/1, 9 (4 dic. 1230).

Non conosciamo i motivi per cui Stafo di Vintebbio con altri signorotti, fra cui Raineri di Vintebbio, venne messo al bando dell'impero; ma è probabile, che, come Florio di Gattinara, avesse fatto scorrerie nei territori di Romagnano e di Novara, per conto del comune di Vercelli (Cfr. G.C. Faccio, Il libro dei "Pacta et conventiones" del comune di Vercelli, Novara, 1926, doc. 48 del 4/12/1191).

I giuramenti che i Valsesiani prestarono per assumere la cittadinanza vercellese si leggono in C. G. Mor, Carte Valsesiane fino al secolo XV, Torino, 1933, docc. 29, 30; mentre, per quanto riguarda la presenza vercellese nella regione occidentale del lago Maggiore, si rinvia ancora a I Biscioni, 2/1, 97 (14, 19 e 29 giu. 1222); 2/1, 103 (28 dic. 1222); 2/1, 94 (2 genn. 1223); 2/1, 108 (9 genn. 1223); 2/1, 76 (11 febb. 1223).

 

*      *      *

I castelli di Bornate e di Vintebbio furono smantellati dagli spagnoli nel 1557 (cfr. S. Pozzo, Il comune di Serravalle Sesia, Biella, 1875, pp. 111). Le mura ancora in piedi del castello di Vintebbio sono quanto è stato risparmiato dalle cariche esplosive spagnole e, almeno all'apparenza, sono resti molto robusti ( trent'anni fa, quando li vidi la prima volta, non avevano un'apparenza diversa). Rimasi perciò attonito quando, in conseguenza delle forti piogge dei primi di novembre del 1994, lessi su La Stampa (8.11.94) del "crollo dei ruderi del castello di Vintebbio". Una notizia successiva però è stata più confortante per i ruderi del castello, anche se altrettanto paurosa: "A Vintebbio l'amministrazione comunale [di Serravalle Sesia] sta facendo rimuovere con finanziamenti propri un masso pericolante (una ventina di metri cubi di granito compatto) caduto insieme con parte della recinzione del castello trecentesco (sic) e bloccato a metà dal tronco di un albero: con una spesa di 50 milioni sarà anche costruita una barriera in cemento per contenere eventuali ulteriori smottamenti" (La Stampa, 11.11.1994). In rapporto alla modestia orografica del luogo (non siamo in alta montagna) il pezzo di roccia "caduto" è considerevole. Con la fantasia cerco di immaginare l' immane blocco di granito che precipita (chissà da dove?!) con spaventosa energia cinetica, fermato da un albero (chissà quanto robusto?!) che fortunatamente si trova sulla sua traiettoria.

Il 31 marzo 1995 ho fatto una visita al castello di Vintebbio e non l'ho trovato mutato da come lo vidi altre volte. Ho notato però un ponteggio attorno ad un muro e qualche arnese per lavori edilizi, il che mi dà qualche preoccupazione per la sorte di quei ruderi secolari e anche per quella dei poveri contribuenti. Leggo infatti su Opere (febbraio 1995, p.24), rivista dell'Assessorato regionale ai beni culturali, che sono previsti finanziamenti "sul castello di Vintebbio, che sta per crollare..."

 

Quei rami d’edera “paiono celarsi nelle buche e nelle crepe come grossi serpi spaventate.”  (Foto R. Ordano).

 

Quei rami d’edera “…paiono tentare un abbraccio estremo e ancora

più forte a quelle mura a cui sono avvinghiate da sempre”.

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