DAL SILENZIO DEL TEMPO E DELLA STORIA
UN MASSACRO DI EBREI A
VERCELLI
Per
raccontare questo cupo e sanguinoso fatto seguirò quasi pedissequamente il
documento in cui si trova descritto. Non è un gran bel modo di esporre, ma
credo che, almeno in questo caso, sia il migliore per aiutare ad avvicinarci ad
una verità confusa, se non inafferrabile. Intendiamoci: il testo è chiarissimo;
i notai sono precisi fino alla noia; ma, come qualche volta accade, i documenti
servono più a mistificare o a nascondere il vero, che non a rivelarlo. Spero
solo che il lettore duri la fatica di leggere quel poco che io ho durato la
fatica di scrivere.
Il documento in questione, che leggo in un fascicolo manoscritto
corroso dai secoli, è un lungo atto notarile, che ne contiene un altro e
ambedue sono rogati nel 1446. Eccone il resoconto molto succinto.
Alle nove del mattino del 4 ottobre, in quel di Caresana, in un prato
di Matteo Craveti, si raduna un gruppetto di persone. Sono Giovanni Matteo
Avogadro di S. Giorgio, lo stesso Matteo Craveti e Vercellino Perroto di
Bioglio, questi due abitano a Caresana; vi convengono pure Bongiovanni Craveti
di Coggiola, un tempo residente a Caresana, e il notaio Agostino de Mosso. I
primi tre sono lì come testimoni e in loro presenza il notaio traduce in lingua
corrente al Bongiovanni il testo latino di un atto notarile che era stato
rogato a Vercelli il 10 settembre, alle tre pomeridiane, sotto il portico della
casa di Stefano Calvi. Alla stesura di questo atto erano presenti il canonico
Antonio Buronzo, i nobili Bartolomeo Leria, Raineri Avogadro di Valdengo e
Gerolamo Scutario di Biella, in qualità di testimoni. Qui il notaio Francesco
Pettenati raccolse l'agghiacciante confessione di Luchino Craveti, già abitante
a Caresana e fratello di Matteo: eccola.
Costui dichiara che si è recato a Ginevra, dove, in presenza di alcuni
membri del Consiglio Ducale, accusò il nobile Iacopo Avogadro di Collobiano, detto Comalla, dell'uccisione
degli ebrei dimoranti a Vercelli, in una casa sita nella parrocchia di S.
Lorenzo. Ora, invece, pentito, vuole liberarsi la coscienza rivelando
spontaneamente la verità, cioè la piena innocenza di Iacopo Comalla. Giura
pertanto sulle Sacre Scritture, che non fu il Comalla ad uccidere quegli ebrei,
ma lui soltanto con i suoi complici. Il Comalla quindi non fu né partecipe né
fautore di tale delitto, e in nessun modo può essere ritenuto colpevole.
Confessa inoltre Luchino che andò a Ginevra a dichiarare il falso su
istigazione del nobile Riccardo Avogadro di Villarboit, il quale promise di
fargli revocare il bando, condanna che gli era stata inflitta per il massacro
degli israeliti.
Ascoltato in mezzo al prato quanto gli ha letto il notaio, Bongiovanni
Craveti, anch'egli spontaneamente e anch'egli per liberarsi la coscienza,
conferma e loda quanto ha dichiarato Luchino suo parente, con il quale aveva
partecipato all'uccisione degli ebrei e alla rapina dei loro beni.

Ebrei
al rogo. Silografia dal Chronicarum
liber di Hartman Schedel (Norimberga,
1443). In questa celebre cronaca, nota in tutta Europa come “Cronaca di
Norimberga”, gli israeliti sono definiti calamitosa gens hebreorum (c.250 v), genus hominum calamitosum (c.277 v.).
Credo che il nostro documento sia degno di una rilettura e di qualche
riflessione. Esso apre un sinistro scorcio sugli Avogadro, il gruppo nobiliare
a quel tempo più potente del Vercellese: sono essi i personaggi eminenti di
questa storia, nella quale compaiono sempre sia fra gli accusati e sia fra i
testimoni.
Sappiamo che Luchino Craveti, dopo aver assassinato gli ebrei, un
giorno, senza che nessuno lo disturbasse, se ne partì, a piedi o a cavallo, per
portarsi oltre le Alpi fino a Ginevra, che è davvero una bella passeggiata. In
quella città, dove allora si governava il ducato, andò a riferire a chi di
dovere che il colpevole della strage degli ebrei era Iacopo Avogadro di
Collobiano; poi, ritornato a Vercelli, folgorato da una repentina crisi di
coscienza, confessò in presenza di alcuni nobili, fra cui Ranieri Avogadro di
Valdengo, che Iacopo Avogadro di Collobiano era innocente, mentre chi aveva
istigato lui alla falsa denuncia, era Riccardo Avogadro di Villarboit. Passate
poche settimane, anche l'altro furfante, Bongiovanni Craveti, egli pure in
preda ad un irrefrenabile desiderio di pentimento, alla presenza di vari testi,
fra cui Matteo Avogadro di S. Giorgio, approvò plaudendo la confessione del suo
complice.
Dove
sta la verità? In ciò che Luchino Craveti ha raccontato prima a Ginevra o in
quello che ha raccontato dopo a Vercelli? O forse la verità è ancora un'altra?
È molto probabile che tutto sia nato da un
perfido imbroglio di alcuni Avogadro e che gli ebrei siano stati massacrati,
oltre che per essere rapinati, anche per offrire ad un Avogadro un buon motivo
per farne incriminare un altro. Uccidere ebrei del resto era meno rischioso che
uccidere cristiani.
* *
*
E Dio creò l'uomo a sua immagine.
Genesi, 1,27
In questa oscura vicenda il
fatto che ai nostri occhi appare come centrale e dominante, non sono le accuse
e i pentimenti di due ribaldi, né i bassi intrighi di qualche nobile Avogadro,
bensì l'eccidio degli ebrei.
Nelle parole dei Craveti, filtrate dalla scritturazione e dalle
formulazioni notarili, questo crimine viene menzionato solo per motivare prima
l'accusa al Comalla e poi la sua discolpa, come se altrimenti fosse
irrilevante. Nelle due scritture non si coglie la neppure minima espressione
che lasci intuire un possibile pentimento o una qualche afflizione per lo
spaventoso delitto perpetrato a scopo di rapina o per fini ancora più ignobili;
anzi, ad esso si fa riferimento in termini generici, persino in contrasto con
la consueta pignoleria notaresca. Da bravi professionisti, i nostri due notai
sono molto accurati nel dare i nomi personali, di famiglia e la paternità dei
protagonisti della vicenda, nonché dei testimoni presenti; sono però
indeterminati e vaghi riguardo gli ebrei uccisi e rapinati. Come si chiamavano?
chi erano e quanti erano questi sventurati? In tutto il documento il
riferimento agli israeliti assassinati mi sembra di una genericità infame, come
se queste creature umane non avessero avuto un nome. La strage degli ebrei
viene menzionata alla stregua di un'uccisione di polli.
Sarebbe però ingiusto riversare la colpa di questa scellerata insensibilità
addosso ai due notai (lasciamo perdere i turpi Craveti), i quali, figli del
loro tempo, si sono comportati come si sarebbe comportata la maggior parte dei
loro contemporanei. La vera colpa infatti ricade su quel tipo di civiltà
cristiana, che, non certo nella sua dottrina teologica o giuridica, ma
sicuramente nella pratica della vita, considerava gli ebrei - abominevoli
deicidi - quasi estranei al mondo degli esseri umani; né allora poteva essere
diversamente per una radicale impreparazione: della cultura religiosa, della
comune educazione, del pensiero. L'indifferenza e la noncuranza che in questo
tragico caso hanno indotto tutti ad ignorare i nomi degli uccisi e a non
pronunciare una sola parola di pietà su un fatto tanto orrendo, insegnano più
di un voluminoso trattato su come allora la maggioranza della popolazione
accettasse e giudicasse quelle piccole comunità di figli d'Israele.
Ora dallo sbiadito manoscritto che mi sta sotto gli occhi, dalla sua
contorta scrittura quattrocentesca, senza sforzo di fantasia, mi sembra di
sentire arrivare le invocazioni e le grida di quelle povere creature, che
stavano per essere finite a colpi di spada o di pugnale nella loro casa e sulle
quali è subito calato il silenzio del tempo e della storia.
luglio 1994

Nel
N O T A
L'atto notarile del 4 ottobre 1446 si trova nell'Archivio Storico del
comune di Vercelli, sez. notarile, Prot. 1 del notaio Agostino de Moxo, da c.
73 r. a c. 74 v. Esso è stato integralmente edito da T. Sarasso, Storia
degli Ebrei a Vercelli, Vercelli, 1974, pp. 157 - 158. Nell'edizione citata
è stata omessa inavvertitamente la trascrizione del nome di un testimone
all'atto del 4 ottobre ( et Vercellino
Perroto de Bedulio, filio quondam Iohannis), da noi invece menzionato.
In questo sito nella sezione Antologia storica si trova l’articolo Il ghetto di Vercelli: una gloria della città.