Un capolavoro estetico e simbolico
I MISTERI DELLA BASILICA
Scrivere ancora della basilica di S. Andrea di Vercelli?
Sono tanti coloro che hanno scritto su di essa, copiandosi l’un l’altro e ripetendo le stesse cose; quelle cose che ormai tutti sanno, che si possono leggere sia in libri meticolosamete eruditi, sia in lussuose pubblicazioni divulgative e sia nelle guide turistiche. Sulla sua architettura, sulla sua collocazione nella storia dell’arte e sulle sue vicende storiche sappiamo quasi tutto quello che è possibile sapere. Poco sappiamo invece sullo spirito che ha animato coloro che l’hanno voluta e coloro che l’hanno costruita. Il mondo medievale in cui è sorta è ormai lontanissimo da noi, tanto nella sua realtà quotidiana, quanto nei suoi pensieri e nelle sue esigenze ed aspirazioni religiose. Credo pertanto che possa essere ancora accettabile qualche ulteriore e diversa riflessione su questo tempio, per tentare di accostarsi di più al mondo spirituale di coloro che lo hanno voluto.
* * *
La basilica di S. Andrea è l’edificio storicamente ed artisticamente più importante di Vercelli ed i visitatori non possono non essere affascinati dalla sua bellezza, anche se quasi sempre sono ignari dei valori che rappresenta, strettamente legati agli ideali culturali, religiosi e politici di un mondo perduto, inghiottito dalla storia. Riflettendo però sulle forme della sua architettura, sul suo solenne e proporzionato rapporto fra superfici e volumi, sulle armonie dei suoi colori, sui suoi rosoni, sulle sue sculture ed anche sui suoi minori prodotti artistici, diventerà più facile capire quanto la basilica vercellese sia oggi una vetrina eccezionale del pensiero e dell’arte medievale. Nel corso dei secoli, infatti, la basilica non ha mai subito trasformazioni e rifacimenti importanti ed è giunta a noi così come l’hanno voluta i suoi promotori e i suoi edificatori. Al suo fianco, senza toccare nessuna parte originale della chiesa, venne poi edificata la grossa torre campanaria sul modello dei campanili della facciata.
Non è il caso di ripetere quanto su questo monumento hanno già scritto valenti specialisti di arte e di storia; qui si vuole solo richiamare l’attenzione su qualche aspetto non sufficientemente considerato e su qualche particolare non sufficientemente avvertito. Soprattutto vorremmo invogliare chi ne ha la competenza a penetrare il mondo esoterico espresso da questa basilica, carica di valori simbolici più di qualunque altra chiesa piemontese.
Di fronte alle meraviglie della più bella cattedrale francese lo
storico dell’arte Louis Réau potè scrivere “Notre Divine
Comédie est la cathédrale de Chartres”; facendo le
dovute proporzioni, anche Vercelli ha il suo poema medievale nella basilica di
S. Andrea.
Corre l’anno 1219 quando a Vercelli giungono da lontano i maestri muratori che devono erigere la basilica. Sono stati chiamati da Guala Bicchieri, il più straordinario vercellese di tutto il Medioevo. Essi posseggono una sapienza costruttiva di nuova bellezza e soprattutto conoscono i segreti di una tecnica raffinata, capace di risolvere problemi di statica in Italia ancora poco noti[1]; conoscono infatti il nuovo linguaggio architettonico formatosi da poco nel nord della Francia e che sarà poi destinato a diffondersi in tutta Europa. Così possono erigere un tempio che è il nobile prodotto di un fertile incontro fra tradizione romanico lombarda e innovazione gotica.
Chi sono questi costruttori? Chi è il progettista?
Gli studiosi hanno compiuto studi e ricerche defatiganti per conoscerli; ma, non avendoli scoperti, hanno formulato solo ipotesi, che tali rimangono. In realtà il mistero dei costruttori resta intatto.
Come quasi tutti i maestri muratori che in quel tempo costruivano in
Europa cattedrali e templi, anche i costruttori della basilica vercellese
vollero rimanere anonimi. Conosciamo la loro opera, non i loro nomi[2].
* * *
L’edificazione è stata rapidissima: di una rapidità impressionante. Dovettero lavorare insieme e ben coordinati (da chi?) carpentieri, muratori, intagliatori di pietre, scultori e molti manovali; così dopo soli nove anni il cantiere potè essere smontato e gli ignoti costruttori poterono ripartire per altri luoghi a costruire altri edifici. In tutto il Medioevo vi sono pochi esempi di una tale celerità costruttiva[3].
La celerità tuttavia non ha impedito
che tutto fosse edificato con la maggiore perfezione possibile: basta guardare
l’edificio nel suo complesso ed anche nei suoi dettagli. Ad esempio
osserviamo la tessitura muraria: è perfetta!
“Desta infatti un senso di
altissima meraviglia – scriveva Federico Arborio Mella – scorgerle
oggi ancora [le mura], trascorsi oramai quasi sette secoli, in così
ottime condizioni da reggere il paragone con quante altre d’allora in poi
vennero costrutte da noi e altrove. A Vercelli anzi, pur essendo il S. Andrea
la chiesa più antica costrutta in mattoni, supera grandemente per la
eccellenza dell’apparecchio murario ogni altra costruzione laterizia
posteriore; sicché col S. Andrea non competono certo né il S.
Francesco, né il S. Marco, né il S. Paolo ed il Carmine, né
tampoco il campanile dell’ab. Dal Verme, pur esso un capolavoro di
costruzione”[4].

Muratura della basilica.

Muratura
della torre campanaria costruita qualche tempo dopo.
Accanto alla basilica si erge una grossa torre campanaria che non fu mai troppo amata dai Vercellesi, perché, oltre a vederla ingombrante, la vedevano anche “storta”; tanto che nel 1870-71, quando il Comune con intelligente progetto urbanistico liberò il fianco meridionale della basilica da vecchie costruzioni rendendolo visibile, la torre corse il rischio di essere abbattuta[5]. Per fortuna prevalse il buon senso e questa bella testimonianza del medioevo vercellese (giudicata da FedericoArborio Mella “un capolavoro di costruzione”) poté giungere intatta sino a noi.
Una specie di tradizione vuole che l’abate Pietro Dal Verme (1384-1411) abbia fatto costruire questa torre che s’innalza imponente ed isolata accanto alla testata meridionale del transetto. In realtà la torre venne innalzata prima, anche se non sappiamo quando[6].

La basilica di S. Andrea e la torre campanaria in una stampa del sec. XIX

Parte della planimetria della basilica in cui si vede la
collocazione sgemba del campanile rispetto alla chiesa
I costruttori della nuova torre, che hanno avuto lo scupolo di imitare perfettamente l’architettura delle altre torri della basilica, hanno però voluto infrangere clamorosamente l’armonia del complesso architettonico collocando la nuova costruzione all’angolo nord-est, in posizione sghemba, cioè obliqua rispetto all’asse longitudinale della basilica. Per giustificare l’ anomalia, che rompe la “rigorosa disciplina dell’insieme” venne avanzata l’ipotesi “non suffragata però da nessun dato di fatto, che la massiccia mole sia stata elevata utilizzando le fondazioni di un precedente campanile…”[7] Avrebbero costruita sghemba l’imponente torre per risparmiare sulle fondazioni? Un’ipotesi non sostenibile, misera e sproporzionata alla grandiosità dell’opera.
Rimane intero l’enigma. Il pensiero va alle asimmetrie architettoniche che si trovano sovente nelle chiese romaniche delle nostre campagne. Sono asimmetrie esorcistiche che hanno lo scopo di tener lontana l’infestazione satanica[8]. Con lo stesso intento furono realizzate le asimmetrie dell’abbazia di Staffarda. Non è da escludere che quando si decise di edificare la torre la scelta della sua posizione possa essere stata pensata in funzione anti demoniaca, anche se questa ipotesi è molto debole, considerando che la torre fu costruita probabilmente nel secolo XIV, cioè in tempi ormai lontani da quando la paura del demonio trovava eco nell’architettura.
Nell’architettura medievale si trovano talvolta asimmetrie
impressionanti e apparentemente inspiegabili, che secondo alcuni potrebbero
essere manifestazioni di dolore di fronte a gravi calamità, come ad
esempio la perdita della libertà cittadina. Nel duomo di Notre-Dame di
Strasburgo, la ben visibile mancanza di una guglia, sarebbe l’espressione
di un grande lutto. Seguendo un’opinione corrente scrive Guido Ceronetti:
“Nel progetto di Erwin von Steinbach la cattedrale di Strasburgo aveva
due guglie, come ogni altra cattedrale ogivale, ma l’opera compiuta
è celebre per la sua unica guglia, uno dei misteri di questo testimone
di pietra musicale…E’ possibile che
Tante possono essere le spiegazioni ipotetiche di queste disarmonie architettoniche, ma la verità è irraggiungibile se i committenti e i costruttori hanno voluto che le loro intenzioni e i loro sentimenti fossero noti solo a Dio.
Strasburgo:
la cattedrale di Notre-Dame
Vi è nella basilica una
grande ricchezza di sculture che, escluse quelle dei portali della facciata e
quelle del tiburio (i quattro simboli degli evangelisti), possono sembrare
elementi solo ornamentali, fatti eseguire e collocati dai costruttori secondo
il capriccio del loro gusto. Credo invece che la realtà sia ben diversa
e che i costruttori e gli scultori abbiano realizzato un preciso programma
iconografico accuratamente predisposto dai committenti, forse dallo stesso
Tommaso Gallo, che giunse a Vercelli nel 1219, proprio quando venne iniziata la
costruzione della basilica e dell’abbazia, di cui sarà il primo
abate[10].
Tommaso era il più grande mistico del suo tempo e il più
prestigioso glossatore delle opere di Dionigi l’Areopagita; è
difficile credere che non abbia lasciato nel nuovo tempio i segni del suo
pensiero e della sua cultura, così come è invece facile credere
che abbia voluto mantenere segreta ai posteri la sua compartecipazione
all’edificazione. Egli non era un benedettino, ma una regola benedettina
s’imponeva moralmente anche all’abate Tommaso: Artifices si sint in monasterio, cum omni
humilitate facient istas artes…
Al tempio lavorarono ottimi
scultori, ma se escludiamo le sculture dei portali e poche altre, tutte le
sculture sono state collocate in luoghi quasi nascosti, in ombra o in alto,
come se non dovessero essere visibili se non a chi le avesse volute cercare.
Guardando la basilica non si può non essere ammirati dalla sua architettura austera, rigorosa, geometricamente logica e spiritualmente penetrante e dai tre stupendi portali con le loro lunette, che alcuni storici dell’arte hanno attribuito al più grande scultore del tempo. Nell’arte gotica il portale del tempio prefigura l’ingresso nella vita eterna, il Cristo è come una via, come una porta: Ego sum ianua, “Io sono la porta”. Così si spiega la cura estetica con cui sono costruiti i tre portali della basilica. Sono visioni tanto coinvolgenti da concentrare in sé tutta l’attenzione del visitatore; però non bisogna neppure lasciarci sfuggire ciò che sembra “minore”; oggi infatti sono pochi coloro che, entrando in S. Andrea, dedicano più di un’occhiata distratta a certi particolari, ad esempio i capitelli. Eppure un tempo l’ornamento dei capitelli era un problema di grande importanza, che interessava tutti. Nell’estate del 1357 per la decorazione dei capitelli del duomo di Firenze il responsabile dei lavori, dopo aver indetto gare fra gli artisti, espose i modelli al giudizio del pubblico e alla fine, dopo due mesi, fu scelto il progetto di Francesco Talenti[11].
Coronamenti essenziali delle colonne, i capitelli sono elementi validi per determinare un’epoca, uno stile, ma anche per trasmettere messaggi. Nel periodo romanico i capitelli sono ornati da figure umane; in quello gotico, più evoluto, sono preferiti ornamenti vegetali e geometrici; la loro ricchezza narrativa è più sottile ma non meno intensa. Per noi, che pensiamo in altri linguaggi, rimane godibile solo il fascino dell’arte.
Vi è nella basilica vercellese
un’abbondante varietà di capitelli di grande bellezza e di grande
perfezione, formati in prevalenza da elementi floreali. Ne diamo alcuni esempi.

Tipo di capitello che con molte varianti adorna
prevalentemente l’esterno del tempio.


Il motivo delle tre foglie giunte a cerchio, di forte significato
simbolico,
s’incontra in molte parti
esterne ed interne della basilica.
La basilica ha pochi simboli
religiosi.
Drago con la rara particolarità di avere
l’Agnus Dei è il più frequente.
una delle due teste sulla coda.

Leone. Simbolo medievale del
Aquila. Simbolo dell’Impero.
Comune di Vercelli.
Nell’interno della basilica sono mirabilmente scolpiti i simboli degli evangelisti; poi vi sono poche altre sculture e non si trovano sculture di volti; vi è soltanto un’eccezione: dall’alto del capitello di una colonna del tiburio si affaccia un viso che beatamente sorride. Chi può essere? Chi è stato degno dell’onore di questo ritratto scultoreo? E’ probabile che sia l’effigie di una persona ragguardevole in qualche modo collegata all’erezione del tempio: il cardinale Guala Bicchieri? Ma nella lunetta del portale il cardinale è raffigurato con la barba. Allora l’abate Tommaso Gallo? L’enigma è insolubile. Sul capitello della colonna del tiburio che gli sta di fronte è scolpito un leone, simbolo medievale del comune di Vercelli[12].
Vi è inoltre da osservare che almeno fino al secondo Duecento la rappresentazione di un personaggio era molto tipizzata ed aveva un carattere fortemente simbolico, mentre la somiglianza all’originale era del tutto secondaria; nel caso però di questa scultura si ha l’impressione che si tratti di un vero ritratto. Se è così la basilica vercellese è innovativa anche in questo settore artistico, come si può forse meglio constatare nelle raffigurazioni esterne[13], di cui ora discorreremo.

Forse l’enigma che più incuriosisce e spinge alla ricerca è un disegno inciso con cura sotto una mensola esterna in diretta corrispondenza con la raffigurazione di un volto; il disegno infatti non è posto al centro della superficie della pietra su cui venne inciso, ma in perfetta verticale sotto il volto soprastante, stabilendo così un chiaro legame fra il volto e il disegno.
E’ molto probabile che il disegno rappresenti lo stemma del personaggio raffigurato e ciò potrebbe essere un elemento decisivo per scoprire chi sia o almeno a quale famiglia appartenga; sempre che si riesca a penetrare nei primordi dell’araldica vercellese.

La presenza del demonio,
terrificante personificazione del male
Sono molteplici le raffigurazioni del diavolo, che, nell’immaginario collettivo di quel tempo, è insidiosamente attivo ovunque per tentare i viventi, pronto ad entrare nei loro corpi ed impossessarsi delle loro anime.
Nel Medioevo cristiano il diavolo ha un’operosità costante, ossessiva, fino a divenire un invisibile e torbido protagonista della vita umana. Coloro che hanno ideato e progettato la basilica hanno voluto in molti modi avvertire i fedeli dell’insidiosa onnipresenza del principe delle tenebre.
L’iconografia demoniaca è vastissima. Nelle sculture della basilica vercellese prevale la raffigurazione zoomorfa, un ambiguo incrocio tra uomo e bestia, e quella del “diavolo ridente”. Nelle immagini del primo tipo il maligno è una figura umana che però non riesce a celare le orecchie animali o la barba caprina o le corna o la dentatura ferina; in quelle del secondo tipo il diavolo ha le stesse caratteristiche ma appare ridente o sghignazzante. Ne diamo alcuni esempi.



[Foto Luciano Ordano]
Infernale bocca divoratrice,già presente nella
scultura romanica, in qualche caso rappresentata
mentre sta divorando una persona (ad es.in un
capitello
della chiesa di Saint- Pierre di Chauvigny)
[Foto Luciano Ordano]
In alto, sopra gli speroni mediani della parte occidentale del
transetto un tempo si trovavano le sculture di due severe teste coronate.
Alcuni studiosi credono di sapere che esse rappresentano i re Filippo Augusto
di Francia ed Enrico III d’Inghilterra, “sommamente beneficati dal
nostro card. Guala Bicchieri”. E’ un’ipotesi ben poco
credibile. Se veramente si volevano onorare i due sovrani le loro immagini
avrebbero dovuto essere collocate dentro il tempio e con qualche iscrizione.
Un’ipotesi vale l’altra quando sono suffragate dal nulla.
Così si potrebbe supporre che uno dei due coronati sia
l’imperatore Federico II, che nel 1226 accordò la sua protezione
all’abbazia di S. Andrea.
Forse i due coronati non raffigurano nessun vivente, ma sono messaggi simbolici la cui forza evocativa si è perduta per sempre, annientata dall’inesorabilità dello scorrere del tempo.
Delle due teste ora non ne
è rimasta che una; l’altra purtroppo è sparita da qualche
anno[14].

Un libro trascritto nella
pietra
Osservato da vicino tutto l’esterno della basilica di S. Andrea (esclusa la facciata) è decorato da una serie di archetti che s’intrecciano e si appoggiano a mensole, sotto le quali sono scolpite figure e decorazioni di vario genere: sono mascheroni, chimere, volti enigmatici, bestie fantastiche e minacciose. Uno strano popolo di pietra che guarda in basso con fissità i vivi che passano.
Sono proprio le figurazioni aspramente rimproverate da Bernardo da Chiaravalle, poiché privano i poveri del denaro usato a produrle e distolgono dalla preghiera e dalla meditazione. Ciò nonostante l’uso di rivelare le cose di Dio per speculum et in aenigmate e di trasmettere insegnamenti e messaggi, anche non ortodossi, attraverso l’architettura e la scultura, si diffuse in modo irresistibile. Scrive Victor Ugo: “Il pensiero aveva allora questa sola via libera: non si poteva scrivere per intero se non nell’edificio”.
Sicuramente queste figure umane e bestiali non sono state collocate a caso o semplicemente a scopo decorativo; osservandole con attenzione anche nel loro succedersi, interrotto a quando a quando da stilizzati fregi vegetali o geometrici, s’intuisce che sono state collocate per comunicare, per inviare messaggi a chi li poteva comprendere. Noi, oggi, a distanza di secoli, questi messaggi li possiamo comprendere solo in piccola parte, con fatica, ma i più rimangono impenetrabili, nascosti da un remoto esoterismo; possiamo solo ammirare l’abilità artistica degli scultori.
Una prima osservazione è che molte di queste sculture rappresentano un’umanità varia e consueta; ma, è importante rilevarlo, non sono raffigurati né angeli, né santi, né beati, né profeti, né episodi biblici e ciò sicuramente per un preciso intendimento. Solo nell’interno del tempio si trovano sculture di carattere religioso e di più elevato valore, come ad esempio il leone, simbolo del comune di Vercelli.
Un’altra osservazione riguarda la presenza, fra tante figure fantastiche e simboliche, di alcuni volti resi individuali dalla varietà e dall’intensità di espressione. Evidentemente sono veri ritratti.
Complessivamente la basilica è ricchissima di immagini, non
sempre facilmente visibili, ma chi riesce a trovarle e a guardarle, percorre un
viaggio straordinario in un meraviglioso medioevo.

“Una prima osservazione è che molte di
queste sculture rappresentano un’umanità varia
e consueta…Un’altra osservazione
riguarda la presenza, fra tante figure fantastiche e
simboliche, di alcuni volti resi
individuali dalla varietà e intensità di espressione.
Evidentemente sono veri ritratti”.





Maiale con ghiande
bue
cane

Quello ch’io sono, ben mi si pare,
io sono uno gatto lupesco…
Anonimo sec. XIII
esistente?
Animale di fantasia?
Alcuni fregi

AVVERTENZA
Questo
saggio è tratto in parte dal mio opuscolo
Per
motivi di spazio non sono state pubblicate immagini della basilica ormai
giustamente molto note, presenti in quasi tutte le pubbblicazioni su questo
tempio e pubblicate anche nel citato opuscolo. Purtroppo si è dovuto
rinunciare a riprodurre alcune significative immagini perché non
più fotografabili, mentre altre, che sono state pubblicate perchè
fotografate anni addietro – e sono visibili nella mia precedente
pubblicazione - ora non sono più visibili negli originali. Questi
sgradevoli inconvenienti sono dovuti alla geniale pensata (del Comune? della
Soprintendenza?) di mettere le grondaie alla basilica e di far passare i loro
pluviali proprio sopra le sculture, coprendole. Solo nel sec. XIX, come si vede
da alcune vecchie fotografie, era stata collocata con intelligente discrezione
qualche grondaia nella parte inferiore del fianco nord della basilica, ma successivamente venne tolta (Si veda il
mio articolo Il nostro bel S. Andrea in: “Bollettino Storico
Vercellese” 1996, n. 47 pp.151-160).
Le
fotografie, salvo indicazione contraria, sono dello scrivente.
Aprile 2007
In Antologia Storica di questo
stesso sito si trova l’articolo S. Andrea: la basilica, l’abbazia, il cardinale,
il mistico.
[1] L’architettura gotica comparve in Italia per la prima volta nelle chiese delle abbazie laziali di Fossanova (consacrata nel 1208) e di Casamari (consacrata nel 1217).
[2] Nelle mirabili sculture che ornano le lunette dei portali Adolfo Venturi pensò di riconoscere la mano di Benedetto Antelami. Il primo lavoro firmato e datato di questo grande scultore è la celebre Deposizione del duomo di Parma (1178); da allora l’Antelami esercitò nella scultura una larga influenza, paragonabile solo a quella che nella pittura esercitò Giotto all’inizio del Trecento. Egli fu maestro anche di molti che non lo conobbero. Quando fu costruita la basilica di S. Andrea (1219-1227) le sue opere erano ormai note e la sua lezione largamente seguita. E’ impossibile sapere se egli lavorò anche a Vercelli.
[3] Nel Medioevo i templi di
una certa importanza erano eretti lentamente, talvolta con pause lunghe e
molteplici. La chiesa abbaziale di Fossanova, che fu edificata con relativa
rapidità, venne consacrata nel 1208, dopo trentacinque anni di lavoro
ininterrotto; quella di Chiaravalle, iniziata nel 1135, ebbe la consacrazione
dopo ottantasei anni. Per le grandi cattedrali gotiche i tempi furono molto
più lunghi. La cattedrale di Laon, iniziata verso il 1155 venne
terminata nel secolo successivo; la cattedrale di Reims, iniziata nei primi
anni del secolo XIII, non fu compiuta che alla fine del secolo XIV; il duomo di
Milano, iniziato nel 1336, venne consacrato da S. Carlo Borromeo nel 1577, ma
non potè dirsi completato che nel 1858.
[4] Federico Arborio Mella, La storia dell’arte del S.
Andrea di Vercelli, in: “L’abbazia di S. Andrea di
Vercelli”, Vercelli 1907, p. 503.
[5] La
proposta di abbattimento fu discussa in Consiglio comunale, ma per la tenace
opposizione di Luigi Guala e di Arborio Mella la torre fu fortunatamente
salvata (si veda G. Cesare Faccio, Giuseppe Chicco, Luigi Avonto, Vecchia Vercelli, Vercelli 1978, I, p. 324). Che questa torre medievale piaccia poco lo
si capisce anche dal fatto che viene quasi ignorata dalle guide di Vercelli,
che invece si soffermano a lungo a discorrere di monumenti molto più
modesti.
[6] Paolo Verzone afferma:
“La fonte di questa tradizione sarebbe un documento compilato alla fine
del sec. XVIII sull’autorità di antichi indici,
[7] Umberto Chierici, L’abbazia
di S. Andrea in Vercelli, Vercelli
1968, p.9.
[8] Si veda Rosaldo Ordano, S. Maria di Naula, in
“Boll. Storico Vercellese”, 1991, n.1.
[9]
[10] Solitamente gli artisti realizzavano un progetto iconografico non predisposto da loro.
Nella storia dell’arte è conosciuto
quanto racconta Gregorio di Tours nell’Historia Francorum; egli ci
dice che la moglie del vescovo San
Namazio faceva ornare di pittura la sua chiesa, " leggendo le storie da un
libro che portava sempre con sé, e indicando ai pittori ciò che
essi dovevano raffigurare sui muri " (La storia dei Franchi, Milano
1981, II, p. 144).
[11] Sulla decorazione dei
capitelli fiorentini si veda Chiara
Piccinini, Capitelli a foglie nella Firenze del Due e Trecento,
Firenze 2000.
[12] Che il leone fosse il simbolo di Vercelli lo sappiamo dal sigillo del comune, dove un leone “passante” domina il campo dello stemma. Questo sigillo è stato trovato integro in una lettera del 1350 del podestà di Vercelli Maffeo de Forestis e il suo uso è quindi anteriore a detto anno (L. Borello, L’antico stemma della città di Vercelli, in “Boll. Storico Prov. di Novara”, 1928, fasc. 2, pp.160-162). L’esame della scrittura della leggenda ci fa ritenere che questo sigillo possa essere stato usato già nel sec. XIII. Ovviamente l’uso dell’immagine del leone, come simbolo della forza e dell’autonomia comunale vercellese, può essere più antico del sigillo che conosciamo.
[13] Il gusto di usare la scultura per rappresentare la realtà naturale nasce nel sec. XIII nelle cattedrali del Nord della Francia, che sono popolate di volti che sembrano essere il frutto di un’attività ritrattistica.
[14] Le due teste esistevano
ancora nel 1968, considerato che ne parla il Chierici (L'abbazia di S. Andrea in Vercelli, Vercelli 1968, p.18). In un mio
articolo (Il nostro bel S. Andrea in: Bollettino Storico Vercellese 1996, n.
47 pp.151-160) mi chiedevo se “una fosse stata portata via per
qualche restauro o che fine avesse fatto. È stata forse rubata? e chi
può averla rubata all'altezza e nel luogo in cui era collocata? È
caduta (ipotesi quasi impossibile) dal suo piedistallo? In tal caso la si
sarebbe dovuta trovare. Mah...un bell'arcano”. Altrettanto arcana
è la sparizione delle ali del gallo (la stupenda banderuola molto amata
dai Vercellesi) da me lamentata nel citato articolo.