ALDO MILANO

Un’appropriazione indebita del Fascio vercellese

                                                                          Muor giovane colui ch’al cielo è caro

Menandro

 

E’ il pomeriggio di una fredda domenica del 2 gennaio 1921 ed è finita la partita Pro Vercelli - Amatori Torino con la vittoria della squadra vercellese per 4 a 0. Uno dei gol è stato segnato da Milano III (Aldo Milano) ed è l’ultimo gol che segnerà Aldo, forte giocatore della squadra di calcio allora la più forte d’Italia.

Aldo Milano muore pochi giorni dopo, ferito mortalmente da una fucilata. Sorpresa e sgomenta, tutta Vercelli lo piange. La Pro Vercelli, in segno di lutto, sospende la partita successiva, poi riprende il campionato e lo vince: è il suo sesto scudetto e lo dedica alla memoria di Milano III.

Come e perché sia stato ucciso questo giovane campione e chi fosse, cercheremo di spiegarlo brevemente.

Aldo Milano

La guerra delle lapidi

Conclusa la prima guerra mondiale, l’immediato dopoguerra fu per il Vercellese un periodo difficile, confuso, tormentato da gravissimi problemi economici e politici. La morte dell’on. Modesto Cugnolio, avvenuta nel 1917, aveva privato il movimento contadino e socialista di una guida illuminata, onesta e profondamente umana, ed il partito socialista si trovò presto vittima di agitatori senza scrupoli e di visionari, che s'illudevano di poter trasferire in Italia il modello sovietico e i metodi sovietici. Nel congresso dei socialisti vercellesi del 1919, apparve particolarmente aggressiva la fazione ideologica che ripudiava il Parlamento e le elezioni politiche quali “istituzioni borghesi”. Questa fazione, seppur non vincente, influenzò pesantemente tutto il partito, che fu spinto all’inasprimento dei contrasti sociali e della lotta politica, trovando anche vasti consensi nella pubblica opinione, ormai fortemente ostile alla vecchia classe dirigente. Nelle elezioni amministrative del 1920 i socialisti ebbero un successo quasi totale: su quarantasei comuni del circondario vercellese ne conquistarono ben quarantadue, portando nell’amministrazione locale tutte le loro aspirazioni, le loro tensioni e le loro illusioni.

 In questo clima si accese nel Vercellese una sorta di “guerra delle lapidi”. Un conflitto che nasceva dal fatto che le lapidi, poste dai comuni a ricordo dei caduti in guerra, in realtà non servivano tanto ad onorare i morti, quanto a mettere in risalto le ideologie politiche professate dagli amministratori comunali. Vi furono subito reazioni da parte di alcuni gruppi di ex combattenti ed inevitabili incidenti; ma l’incidente più grave accadde ad Albano.

 

L’agguato nella notte

Questi i fatti come appaiono dalle cronache del tempo: ad Albano il Comune aveva fatto apporre sull’edificio delle scuole una lapide la cui iscrizione affermava che i caduti “...dettero ignari la giovinezza alla causa del capitalismo...” e che a loro l’amministrazione comunale rivolgeva il pensiero “negli albori della rivoluzione proletaria”.

Riguardo a tale epigrafe, all’inizio di gennaio 1921 un gruppo di giovani scrisse su alcuni giornali quest’avvertimento: “Noi ci limitiamo, per ora, a denunciare il fatto alle autorità, le quali hanno il dovere di provvedere - subito e con sanzioni esemplari contro i criminali responsabili - a che siano distrutte le iscrizioni che suonano offesa alla Nazione. Noi reputiamo colpa gravissima l’assenteismo cronico delle autorità di fronte a tali manifestazioni del più odioso e gretto spirito partigiano. Promettiamo che, se queste non provvederanno prontamente, ci penseremo noi. Noi vogliamo impedire che il nome dei nostri compagni perduti sia infamato pubblicamente, coll’accusa che essi siano morti inconsciamente per una causa vile...”

Così preavvisata, l’amministrazione comunale di Albano predispose un’accurata vigilanza notturna. In un'aula delle scuole, nella quale erano state portate due brande, si appostarono due guardie comunali armate, per tendere un agguato ai giovani che fossero giunti per smantellare la lapide. Un gruppo di giovani arrivò, infatti, di notte, verso l’una di sabato 8 gennaio. Erano ex-combattenti disarmati e mentre stavano avvicinandosi alla lapide una delle due guardie, senza nessun preavviso, sparò da pochi metri ferendo mortalmente uno dei giovani: Aldo Milano, che si spense poi alle ore 19 dello stesso giorno all’Ospedale di Vercelli.

Ad Albano, sul selciato, tristemente, era rimasta la corona di fiori che il Milano e i suoi compagni avevano portato per onorare i caduti ricordati dall'epigrafe che volevano eliminare.

Pochi giorni dopo la lapide fu tolta dai carabinieri.

 

La sorte ironica e beffarda di un’appropriazione indebita

Le origini del Fascismo vercellese sono molto oscure, ma quando fu ucciso Aldo Milano il Fascio di combattimento era stato costituito solo da pochi giorni, anche se da qualche tempo operavano localmente già alcuni gruppi di fascisti. Al fatto di Albano parteciparono giovani che non erano fascisti e che non possedevano né l’organizzazione né lo stile delle squadre fasciste; fra l’altro erano disarmati, mentre gli squadristi si muovevano armati. Aldo Milano, valoroso soldato, era reduce da anni di trincea e di prigionia, inoltre suo fratello Felice era deceduto in guerra e lui si sentiva impegnato a difenderne la memoria: queste le sole motivazioni che lo spinsero ad agire contro quella lapide.

Il giornale La Sesia, facendo la cronaca dell’accaduto, sentì il dovere di precisare che né il Milano né i giovani che parteciparono alla spedizione appartenevano al Fascio di combattimento.

Il Fascio di Vercelli invece si affrettò a proclamare Aldo Milano suo primo martire. Il Milano era uno sportivo amatissimo nella sua città, i suoi fratelli erano calciatori di grande fama, la sua famiglia era un modello di rettitudine e lui stesso era un ex combattente: nulla di meglio per dare al Fascismo e ai fascisti un prestigio morale di cui avevano tanto bisogno!

 Così la memoria di un giovane, che non solo non fu fascista, ma che aveva professato ideali lontanissimi da quelli fascisti, divenne durante tutto il ventennio il maggior vanto e la maggior gloria del Fascismo locale. Ad Aldo Milano fu intitolata la sezione del fascio vercellese, ad Aldo Milano fu intitolata una via del centro cittadino, ad Aldo Milano fu intitolato il più importante “gruppo rionale” fascista di Vercelli ed il nome di Aldo Milano fu sempre presente in tutte le tirate oratorie dei gerarchi vercellesi.

Sorte ironica e beffarda: Aldo Milano, che non fu mai iscritto a partiti politici, era invece un fedele affiliato alla Massoneria, tanto detestata e perseguitata, fin da allora, proprio dal Fascismo.

 

Aldo Milano massone.

Sulla Massoneria operante nel Vercellese dagli inizi del XX secolo fino al 1925 - 1926 (quando in Italia, per assalti squadristi e in forza di una legge fascista, tutte le logge furono costrette a sciogliersi) non si ha documentazione e si sa ben poco. Si conoscono solo i nomi di alcuni esponenti, fra cui emerge quello dell’on. Modesto Cugnolio, il maggior sindacalista che mai abbia avuto il Vercellese dal secolo XIX ad oggi.

Non sappiamo quali e quante logge operassero allora a Vercelli e neppure sappiamo ciò che sia successo nella Massoneria vercellese, dopo la scissione della Massoneria italiana del 1908. Forse una conseguenza di questa scissione è stata la fondazione della loggia Galileo Ferraris avvenuta nel 1913. A questa loggia apparteneva sicuramente Aldo Milano.

Aldo Milano si conservò cosciente e lucido fino alla morte. Dal suo letto di dolore pronunciò parole di perdono e di carità per colui che lo aveva colpito, poi volle al capezzale il suo maestro venerabile (cioè il presidente della sua loggia), infine, com’era consuetudine dei massoni di quel tempo, espresse la volontà di avere funerali civili.

 

Nel ricordo di Aldo Milano la Massoneria vercellese rinasce nel 1945-1946

La notte del 1° maggio 1945 entrarono in Vercelli i reparti della Quinta Armata americana e posero fine alla guerra, soprattutto alla guerra civile, allo scontro armato fra gli italiani. La parte vincente volle fare giustizia, ma purtroppo in alcuni casi fu giustizia sommaria, talvolta fu vendetta, talvolta fu fredda determinazione di eliminare fisicamente l’avversario ideologico. La presenza delle forze alleate ma principalmente la presenza fra i protagonisti della Resistenza vercellese di alcuni uomini retti e assennati, desiderosi di edificare una vera pace, limitò i danni e creò le condizioni per una rapida ricostruzione morale e materiale del Vercellese. I partiti politici usciti dalla clandestinità con dirigenti improvvisati, lentamente si riorganizzarono.

Per quello che è dato di sapere anche la Massoneria si ricostituì a Vercelli per volontà di alcune persone che già appartenevano all’istituzione massonica prima che fosse proibita e perseguitata dal Fascismo. Promotori furono Mario Segre, ebreo scampato alle persecuzioni razziali, ed Erminio Crosio; a loro si unirono subito altri vecchi massoni e nuovi simpatizzanti: rinacque la loggia Galileo Ferraris. In un primo tempo la loggia ebbe un’esistenza non ancora ufficiale, nell'attesa di essere riconosciuta dal Grande Oriente d’Italia, allora in fase di riorganizzazione; ma già nell’estate del 1945 la sua attività fu intensa e preziosa, poiché silenziosamente diede un attivo contributo a riportare la pace fra i Vercellesi.

La ricostituzione formale della loggia Galileo Ferraris poté avvenire solo il 13 aprile 1946, alla presenza di un rappresentante del Grande Oriente d’Italia. A questa riunione, che segnò ufficialmente la rinascita della Massoneria vercellese, parteciparono Mario Segre, Erminio Crosio, Arrigo Romano ed altri che già facevano parte della loggia, prima che fosse sciolta dal regime fascista. La circostanza era solenne e il rappresentante del Grande Oriente ricordò commosso “i defunti ed in modo speciale Aldo Milano, la cui tragica morte suscita e susciterà ognora rimpianto e profonda commozione, esempio altresì luminoso di profonda maturità massonica”.

                                                                                                                                    Dicembre 2002

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N O T E

Non fu né fascista né nazionalista!

Purtroppo, nonostante che sia stato varie volte precisato che Aldo Milano non fu fascista (anche in R. Ordano, La vita politica (Cronache vercellesi 1910 - 1970), Vercelli 1972, p. 65), v’è ancora chi continua a credere che sia stato iscritto a quel partito, tanto è dura a morire la memoria dell’uso ventennale che il Fascio vercellese fece del nome di Aldo Milano. Ad esempio A. Tacchini, P. Sala, B. Casalino (Il grande libro della Pro Vercelli, vol. I, Santhià 1998, p. 144) riferendo della partita Pro Vercelli - Amatori Calcio scrivono: “Sarà questa l’ultima partita di Aldo, il terzo dei quattro gloriosi fratelli Milano, a quei tempi militante fascista”.

Conosciamo tutti i nomi dei tesserati al Fascio di Vercelli al momento dei fatti di Albano, ma nessuno dei partecipanti alla sfortunata spedizione vi risulta iscritto; ed egualmente nessuno di loro faceva parte del movimento nazionalista, secondo quanto mi dichiararono il rag. Giuseppe Soldato, che di quel movimento fu a Vercelli il maggior esponente, e il dr. Giulio Sambonet, che aveva preso parte alla spedizione; ambedue ricordavano il Milano come un giovane dal carattere buono, generoso, leale, quasi timido, ma entusiasticamente aperto alla competizione sportiva.

Sia detto per inciso, da come si erano svolti i funerali civili del Milano il rag. Soldato, attento osservatore, aveva intuito che in qualche modo la Massoneria era interessata a quelle onoranze funebri, ma prudentemente tacque; ne parlò solo dopo la caduta del Fascismo (si veda anche M. Cassetti, I fatti di Albano...p. 165).

Aldo Milano era nato a S. Bonifacio (VE) nel 1897, figlio di Giovanni ed Annetta Arrigoni, e si era diplomato ragioniere nel 1915 all’Istituto Tecnico “C. Cavour” di Vercelli.

 

La reazione dei socialisti

La Risaia, organo ufficiale dei socialisti vercellesi, fu durissima nel difendere gli amministratori comunali di Albano e cercò, ovviamente, di far ricadere ogni responsabilità di quel tragico fatto sugli oppositori, sulle loro presunte provocazioni e persino sulle autorità, che non erano intervenute tempestivamente a fermare quei giovani, che avevano manifestato la volontà di andare a manomettere quella lapide; inoltre non esitò a definire "fascisti" tutti i partecipanti alla spedizione di Albano (La Risaia, 13 e 19 gennaio 1921).

La sola voce che su quelle pagine seppe esprimere sentimenti sinceri di umanità e di cordoglio per la morte di Aldo Milano fu quella di Lorenzo Somaglino, già fedele seguace di Modesto Cugnolio: "...Noi siamo contro la violenza; e non abbiamo parole sufficienti a significare il dolore nostro e il nostro spasimo per una giovinezza stroncata...Davanti alla bara insanguinata di un nato di donna noi ci scopriamo reverenti ed auguriamo a tutti gli umani tempi migliori".

V’è da stupire che il faziosissimo Luigi Rosa, allora direttore responsabile de “La Risaia”, abbia consentito al Somaglino di esprimersi con queste parole proprio sul suo giornale; ma forse v’è da credere che non abbia osato censurare colui che allora era il sindaco socialista di Vercelli. 

Mentre i socialisti de "La Risaia" insistevano ad etichettare Aldo Milano come fascista per denigrarlo, i fascisti, dal canto loro, lo proclamavano fascista per onorarlo ma, soprattutto, per onorarsi. Così Aldo Milano fu fatto fascista.

 

Gli onori fascisti

“Aldo Milano fu il primo martire fascista della città e della provincia di Vercelli; il suo sangue ha battezzato il Fascio di Vercelli” (da A. Tarchetti, Fiamme della grande ara, Vercelli 1935, p.85).

Per onorare il suo “primo martire” il Fascio di Vercelli fece intitolare ad Aldo Milano la via che da piazza Amedeo IX raggiungeva piazza Buonarroti, dove allora si svolgeva il vecchio mercato ortofrutticolo, ora non più esistente.

Il gruppo rionale fascista, cui venne dato il nome di Aldo Milano, aveva sede nel centro di Vercelli, in via F.lli Laviny.

 

La punizione dei due ribaldi

Pietro Dell’Olmo e Francesco Sala, le due guardie di Albano, che su disposizione del sindaco Pietro Sandretti, socialista, tesero l’agguato ai giovani ex-combattenti, ferendo mortalmente all’addome Aldo Milano e al braccio sinistro Vittore Dellarole, furono condannate dalla Corte d’assise di Torino a quattordici anni e sette mesi il primo e a vent’anni il secondo.

Anche contro i nove giovani che si recarono ad Albano con il proposito di rimuovere la lapide fu istruito un procedimento penale, ma la sezione d’accusa della Corte d’appello di Torino dichiarò di non doversi procedere perché il fatto non costituiva reato.

 

La loggia Galileo Ferraris

Già a fine aprile 1945, secondo Aldo A. Mola (Storia della Massoneria italiana...p.687), al Nord avevano ripreso la loro attività alcune logge, fra cui la “Santorre di Santarosa” di Alessandria.

Sulla rinascita della loggia Galileo Ferraris n.10 (nell’ambito della Massoneria di palazzo Giustiniani), sicuramente avvenuta già nel maggio 1945, e sulla sua attività fino al maggio 1946, non possediamo documentazione. Lo scrivente, nel corso delle sue ricerche per redigere La vita politica cit., aveva raccolto alcune testimonianze orali (che poi non furono utilizzate ma di cui rimangono gli appunti) in conversazioni separate con Domenico Roccia, Alessandro Malinverni e Pier Angelo Segre, persone molto bene informate sugli avvenimenti locali del dopo guerra; da esse risulta che la loggia Galileo Ferraris, di cui facevano parte alcuni importanti esponenti del partito liberale, del partito d’azione, del partito socialista e dello stesso CLN, svolse un’azione intensa e benemerita per impedire che, in quei tempi ancora tormentati, si continuassero a commettere nel Vercellese atti d’ingiustizia e violenze.

Sappiamo invece che nella prima riunione ufficiale della loggia (13 aprile 1946 - verbale firmato dal dr. Arrigo Romano) furono iniziati sette “profani”, che in realtà fin dal maggio 1945 collaboravano già con la Massoneria.

Nel verbale di quella riunione si legge che Erminio Crosio “reputa opportuno informare i neofiti [cioè i nuovi massoni], onde non incorrano in equivoci, che Aldo Milano non era un fascista, precisando come in punto di morte richiese la presenza del proprio maestro venerabile, per chiedergli perdono”. Perdono di che, povero giovane? Il suo maestro venerabile non poteva rimproverarlo di alcunché, ma doveva soltanto cercare di essere di conforto al suo "fratello" morente. E’ ben noto, infatti, che la Massoneria non può interferire nell’attività politica dei suoi associati e che in loggia è vietato discorrere di politica.

La Galileo Ferraris, dopo un’intensa attività, ebbe poi una breve crisi, seguita da un periodo di assestamento. La loggia fu infine ricostituita agli inizi del 1951 (decreto del 18/5/1951 del Gran Maestro). I primi documenti ufficiali della loggia sono editi in: R. L. Galileo Ferraris n.10, Or. Di Vercelli. Nel Cinquantenario della Ricostituzione, Vercelli 2001.      

In quel tempo, o poco tempo dopo, rinacque anche a Vercelli la Massoneria detta di piazza del Gesù, ma sulla sua prima attività non ho potuto raccogliere notizie attendibili.

 

Bibliografia

La Sesia, 6-7 gennaio 1921 e 11 gennaio.

La Risaia, 13 gennaio 1921 e 19 gennaio.

Antonio Tarchetti, Le fiamme della grande ara, Vercelli 1935.

Rosaldo Ordano, La vita politica (Cronache vercellesi 1910 - 1970), Vercelli 1972.

M. Cassetti, I fatti di Albano Vercellese  e la nascita e i primi sviluppi del Partito fascista a Vercelli e nel Vercellese, in “Aspetti della storia della provincia di Vercelli tra le due guerre mondiali”.

Alex Tacchini, Paolo Sala, Bruno Casalino, Il grande libro della Pro Vercelli, vol. I, Santhià 1998.

Aldo A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano 1992.

R. L. Galileo Ferraris n.10, Or. Di Vercelli. Nel Cinquantenario della Ricostituzione, Vercelli 2001.

* * *

Il verso di Menandro, volto in un bellissimo endecasillabo, è di Giacomo Leopardi, che, com’è noto, lo pose in epigrafe al suo canto Amore e morte.  

 

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Sulla Massoneria vercellese vedi in questa stessa sezione del sito anche l’articolo La storia oscura.