BEATRICE MOGLIE DEL BARBAROSSA INNOCENTE PROTAGONISTA

 

UN VESCOVO AFFARISTA E UNA PIA LEGGENDA

 

Guala della potente famiglia dei Bondoni fece una rapida carriera nella chiesa di Vercelli: nel 1164 è canonico, dopo tre anni lo troviamo prevosto di S. Eusebio e dopo altri tre, nel 1170, è vescovo.

Di lui ci sono pervenute poche testimonianze documentarie, ma sufficienti a farci credere che egli abbia usato con pochi scrupoli della cattedra di S. Eusebio per accrescere il potere economico della propria famiglia e dei propri amici. Era uomo d’affari spericolato ed infaticabile. Attingendo a piene mani al grande patrimonio fondiario della chiesa vercellese donava, vendeva, acquistava, permutava, infeudava senza soste e intanto arricchiva suo padre, i suoi fratelli e gli aderenti al suo partito politico1.

Una geniale operazione finanziaria da lui pilotata passò alla storia come un edificante esempio di generosa devozione e merita di essere ricordata. Vittorio Mandelli, riassumendo il suo pensiero e quello degli storici che lo hanno preceduto, scrive che Vercelli, rappacificata con l’imperatore Federico Barbarossa, si mostrò “degna a che l’eccelsa Beatrice di lui consorte la scegliesse fin dall’anno 1178 a stanza delle sue meditazioni sulle nullità delle grandezze umane senza più rimuoverne il piede fino al felice suo transito, che avvenne nell’anno 1184, dopo avere lasciato perenne monumento della sua pietà e beneficenza colla fondazione di un ospedale ed opera del Ponte sul Cervo”2. La realtà non fu così semplice e innocente.

L’imperatore Federico I (Duomo di Freising, XII sec.)

 

Nel giugno del 1178 il vescovo Guala acquistò dai Vialardi, che precedentemente li avevano ottenuti dalla chiesa di Vercelli, i diritti di pedaggio sul porto e sulle rive del Cervo e della Sesia. Il prezzo pattuito fu di 2580 lire pavesi, una somma che non sappiamo a quanti miliardi delle nostre attuali lire possa corrispondere, ma che sicuramente allora era una somma enorme. Il suo pagamento venne dilazionato in due rate eguali: la prima doveva essere versata alla Madonna di agosto e la seconda a novembre, a S. Martino. Rapidamente, due giorni dopo, a Torino, il nostro vescovo cedette i diritti appena acquistati all’imperatore Federico per lo stesso prezzo di 2580 lire pavesi, che vennero subito versate in sonante moneta d’argento; l’imperatore, a sua volta, donò gli stessi diritti di pedaggio a sua moglie Beatrice, affinché, offrendoli a Dio e alla Vergine, li ridonasse alla chiesa di Vercelli, la quale avrebbe dovuto edificare un ospedale per i pellegrini. Conclusione: la chiesa vercellese riebbe i suoi antichi diritti sul Cervo e sulla Sesia senza averli pagati; per alcuni mesi il vescovo Guala poté godere gratuitamente di una somma ingentissima; i Vialardi vennero in possesso di una copiosa liquidità con cui finanziare il partito imperiale vercellese (e questo era lo scopo principale dell’operazione).

Trascorsero quattro anni, poi nel 1182 il vescovo Guala, accusato davanti all’arcivescovo di Milano di avere dilapidato i beni della sua chiesa, venne deposto e retrocesso al rango canonicale. La parabola della sua carriera ecclesiastica lo riportò dove si trovava quindici anni prima: a sedere canonico fra i canonici di S. Eusebio. La diocesi di Vercelli fu affidata per alcuni anni alle cure del cardinal Uberto Crivelli, che nel 1185 divenne papa con il nome di Urbano III.

Il canonico Guala si spense circa dieci anni dopo la sua retrocessione a canonico e i Necrologi eusebiani annotarono freddamente: obiit Guala de Bondonno canonicus huius ecclesie, ignorando di proposito che per dodici anni era stato vescovo di Vercelli.

Il grosso affare combinato da Guala con i Vialardi e con l’imperatore, nel quale venne coinvolta anche Beatrice per dargli una mascheratura di devozione religiosa, non entrò nel ricordo dei posteri. Vi entrò invece la sua ben architettata mascheratura, attorno a cui, qualche secolo dopo, gli storici vercellesi fecero sbocciare l’edificante leggenda secondo la quale la moglie dell’imperatore sarebbe vissuta santamente a Vercelli fino alla fine dei suoi giorni, in un romitaggio da lei fatto costruire dietro la cattedrale di S. Eusebio, dove sarebbe stata anche sepolta3. Un ospizio di pellegrini venne poi effettivamente costruito fra il 1178 e il 1185. La nuova istituzione, che garantiva il passaggio del Cervo con un ponte, si chiamò infatti Hospitalis pontis Sarvi; ma chi ne abbia fatto le spese non sappiamo. Il Mandelli, lo storico che meglio di altri ha cercato di capire chi siano stati i finanziatori dell’opera, ritiene che ad aiutare a pagarne i conti vi sia entrata “non poco la carità vercellese”.

 

 

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N O T E

 

1 Conosciamo anche una relazione giurata all’arcivescovo di Milano Algisio, presentata da Manfredo, prevosto della chiesa di Vercelli e da Beldoro homo episcopi, sugli atti illeciti compiuti da Guala al tempo del suo episcopato. Il documento ci è pervenuto non datato, ma è da presumere che sia stato scritto fra il 1182 e il 1185 (D. Arnoldi, Le carte dell’archivio arcivescovile di Vercelli, Pinerolo, 1917, doc.18, pp. 235-238).

2 V. Mandelli, Del governo civile di Vercelli nel secolo XII, Vercelli, 1990, pp. 52-53.

Alcuni storici vercellesi credono che Beatrice abbia avuto l’idea di far costruire un ospizio e un ponte assistendo ad una delle ricorrenti, paurose piene del Cervo e della Sesia. Scrive Giovanni Battista Modena che mentre l’imperatore era a Vercelli con la famiglia “li fiumi Sesia et Servo inondorno talmente che molti vi annegorno, onde l’imperatrice che era pia et divota, mossa a compassione fece accomprar i detti fiumi da alcuni che gli possedevano et gli donò alla Chiesa acciochè si mantenesse una chiesa con hospitale per alogiar i Pelegrini et poveri viandanti che per causa di crescenza di detti fiumi non potessero passar” (Dell’antichità e nobiltà di Vercelli, ms. della Biblioteca Civica di Vercelli, A 36, fol.102). Lo stesso fatto viene anche raccontato da Carlo Amedeo Bellini (Annali della città di Vercelli, ms. della Biblioteca Civica di Vercelli, A. 28, fol.50).

3 Secondo G.B. Modena, Beatrice “volse poi esser sepelita [nella cattedrale di S.Eusebio], et tanta fu la bontà et sanctità della vita di essa imperatrice che fu reputata per beata et santa...” (ms.cit. fol. 102). Aurelio Corbellini, dopo aver fatto visitare all’imperatrice “i luoghi più santi, e di maggior devotione” d’Italia, la fermò a Vercelli; qui Beatrice “vicino ala chiesa di Sant’Eusebio fece fabbricare una stanza a guisa di romitorio”; qui morì “e lasciò segni di santità quali durano insino ad hora....” (Delle storie di Vercelli, ms. della Biblioteca Civica di Vercelli, A 40, fol. 136). Sono fantasie devozionali sorte in età controriformista. Beatrice di Borgogna non fu sepolta a Vercelli, ma a Spira (Cfr. G. Ferraris, Le chiese “stazionali” delle rogazioni minori a Vercelli dal secolo X al secolo XIV, Vercelli, p. 224, nota 513).

 

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