GIOVAMBATTISTA ADRIANI

 

AL LADRO!

 

                                                                                       Hos ego versiculos feci, tulit alter honores.

                                                                                       Virgilio                                               

 

Meravigliato dall’estrema fecondità della stampa e come mai possa avvenire che tante teste, su cui la natura parrebbe aver riversato la maledizione della vuotaggine, formicolino invece di produzione voluminosa, Washington Irving, in un suo celebre “schizzo”, ci rivela con inarrivabile umorismo i misteri dell’arte di fabbricare i libri. Mentre sono immerso nella lettura di queste deliziose pagine, mi sento ineluttabilmente portato sulle onde della fantasia dello scrittore americano in uno stato simile al sogno, che mi fa immaginare una scenetta il cui protagonista è invece uno scrittore nostrano: lo storico subalpino Giovambatista Adriani. Eccola.

Siamo nel 1877 e il prof. commendatore Giovambatista Adriani sta per presentare solennemente alla municipalità vercellese il volume Statuti del comune di Vercelli dell’anno 1241, uscito proprio allora per i tipi della Stamperia Reale di Torino. Si tratta di un in quarto di oltre mille pagine, robusto, poderoso e soprattutto dotto. “Esso raccoglie i frutti dei lunghi e laboriosi miei studi”, afferma gravemente il commendatore, mentre si appresta a ricevere tutti gli onori che gli competono e forse anche un’altra grossa medaglia da appendere al suo petto pluridecorato. Egli infatti è già fregiato delle grandi medaglie d’oro di prima classe di S.M. il re Vittorio Emanuele II e di S.M. il re di Sassonia per merito storico-diplomatico, e della Imperiale di Russia per il merito scientifico-letterario; è inoltre membro delle principali accademie italiane ed europee e socio d’onore dei più insigni istituti di cultura del mondo. Ora però gli pare di attingere il suo più alto momento di gloria e di celebrità: questo libro (apparso l’anno precedente nella grande collezione Historiae Patriae Monumenta della Deputazione di storia patria di Torino) è giudicato come il suo capolavoro, come l’opera più egregia della sua vita.

La cerimonia ha appena avuto inizio, quando, attratto dall’ampollosità del discorso del sindaco di Vercelli, arriva sul più bello lo spirito di uno studioso vercellese, morto circa sedici anni prima. L’anima aleggia invisibile, per un momento guarda giù con curiosità, poi, trasecolata e allibita, trova la forza di materializzare grida altissime: “Al ladro! al ladro!”.

Qualcuno fra i presenti riconosce ancora quella voce: è la voce di Vittorio Mandelli.

 

 

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Dal catalogo I manoscritti della Biblioteca Civica di Vercelli (Vercelli 1988) trascrivo il commento in calce alla scheda n.173 (pp.93-94).

 

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Vittorio Mandelli, autore della monumentale  opera [Statuti del comune di Vercelli dell’anno MCCXLI] rimase vittima di un’incredibile e sconcertante frode letteraria. La vicenda in breve è questa.

Nel 1855 l’abate prof. comm. Giovambatista Adriani, quale delegato della Deputazione di Storia Patria di Torino, visitava l’archivio comunale di Vercelli; nel 1858 la Deputazione richiese al comune di Vercelli di avere a Torino, per la sua trascrizione, il codice degli Statuti del 1241 e, a quanto parrebbe, il Mandelli avrebbe avuto ufficialmente l’incarico della trascrizione, o, secondo altri, l’incarico della revisione delle bozze di stampa (cfr. sedute del Consiglio comunale di Vercelli del 20 e 29 maggio 1858, in Atti del Consiglio Comunale di Vercelli, nn.6 e 10, Vercelli, 1858). Non sappiamo se il codice fu effettivamente imprestato alla Deputazione; sappiamo invece con certezza che il Mandelli inviò a Torino il suo manoscritto e che dall’Adriani fu poi portato a Cherasco, dove lo vide Italo Mario Sacco (I.M. Sacco, Unicuique suum, in “Comunicazioni della Soc. per gli Studi Storici per la Prov. di Cuneo”, VI, n.2, 1934, p.5).

Il Mandelli, fiducioso, aveva quindi consegnato alla Deputazione il frutto delle sue fatiche. Nel 1861 lo studioso vercellese morì e quindici anni dopo Gli Statuti vennero pubblicati, come si è detto, negli H. P. M. con la prefazione dell’Adriani (Ai  lettori cortesi Giovambatista Adriani). Abbiamo sotto gli occhi il ns. manoscritto con una prima stesura della prefazione (Vittorio Mandelli al cortese lettore) e, confrontandola con quella dell’Adriani, possiamo constatare che questa (omesse le prime undici ll. del manoscritto) inizia e prosegue, salvo insignificanti varianti, con le stesse parole, la stessa punteggiatura e le stesse note di quella del Mandelli. Il Mandelli, come sappiamo, ampliò molto questa prima bozza di prefazione fino a farne una vera storia medievale di Vercelli, che l’Adriani non esitò a pubblicare con il proprio nome.

Nell’edizione del 1877 l’ Adriani accentua ancora di più la paternità dell’opera, che presenta con una dedica al municipio di Vercelli, dalla quale si apprende “dei lunghi e laboriosi suoi studi” sugli Statuti di Vercelli. Tale dedica è preceduta da un frontespizio dove si ribadisce che gli Statuti sono “editi ed annotati a cura del prof. commendatore Giovambatista Adriani...”. Seguono dieci fittissime linee con l’inizio dell’elenco degli altisonanti titoli posseduti dall’abate cheraschese, poiché un “ecc.” fa pensare che il catalogo delle benemerenze non debba avere fine. Al cospetto di tanto professore, onusto di medaglie e membro d’innumerevoli accademie d’Italia e d’ Europa, nessuno dubitò e nessuno a Vercelli fiatò, anche se fra le iscrizioni che F. Calandri compose in morte del Mandelli, pubblicate nel postumo tomo IV de Il comune di Vercelli nel Medio Evo, ve n’ è una ben chiara (p.XXIII): GLI STATUTI DI VERCELLI - CHE PRIMI COMPILATI IN ITALIA - SONO MONUMENTO GLORIOSO - DELL’ ANTICA CIVILTA’ DI QUESTO POPOLO - DOPO OLTRE SEI SECOLI - PER SUO STUDIO E CURA - USCIRANNO A LUCE.

Solo nel 1934 Italo Mario Sacco poté rivelare il plagio (cfr. op. cit.) e rivendicare al modesto ma bravo studioso vercellese il suo giusto merito.

 

G. B. Adriani di Cherasco (1823-1905). Somasco, fu valoroso insegnante e studioso interessato prevalentemente al Medio Evo piemontese. Nel 1898 legò le sue ricchezze al comune natale, che con esse istituì un museo.

 

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A Vercelli, come le vecchie sibille.

Pare quasi incredibile, ma a Vercelli nessuno si mosse per rivendicare a Vittorio Mandelli la paternità degli Statuti del comune di Vercelli dell’anno MCCXLI, quando apparvero nella prima edizione del 1876; eppure non dovevano essere in pochi a ricordare che lo studioso vercellese aveva dedicato ad essi molti anni di lavoro.

Trascorse circa un anno senza che qualcuno sollevasse dubbi sull’autore dell’imponente opera, che l’Adriani poté tranquillamente e ristampare e poi presentare personalmente a Vercelli. Arrivò in questa città il 23 aprile 1877 e ripartì il 25 dello stesso mese: venne festeggiato in municipio dal sindaco e dalla giunta comunale, gli fecero visitare gli archivi, compreso l’archivio capitolare, ricevette e dispensò elogi, senza che qualcuno gli guastasse quelle ore trionfali, insinuando sospetti sul vero autore del libro che aveva presentato. Solo qualche settimana dopo apparve su “Il Vessillo Vercellese” una lunga recensione in quattro puntate (12/6, 26/6, 3/7, 17/7/1877). In questo strano e sorprendente scritto firmato A. T. (forse Alberto Tea) sono passati in rassegna tutti gli storici vercellesi del tempo: viene lungamente citato il Bruzza, viene ripetutamente plaudito il Mandelli “anima mite e serena”, una certa dose di lodi è fatta ricadere sull’archivista Prati ed una onorevole menzione è pure dedicata a Carlo Dionisotti. Nelle prime due puntate il recensore divaga  molto e parla ben poco dell’opera, oggetto della sua recensione, della quale dice che è “accolta con vero sentimento di giubilo”, ma dopo aver fatto capire che se ne poteva fare anche a meno (“quantunque non supplisca più ad un gran bisogno”). Poi il dubbio: A. T. infatti ricorda che nell’ultimo volume de Il Comune di Vercelli nel Medio Evo del Mandelli, pubblicato nel 1861, poco dopo la morte dell’autore, il prof. Deagostini vi premise una biografia del compianto storico nella quale affermò “apertamente che il Mandelli non solo trascrisse il testo degli Statuti del 1241 ma lo corredò anche di note e di osservazioni”. Il dubbio, appena affiorato, viene subito sopito: “Donde abbia egli tratto questa notizia - scrive A. T. - non saprei precisare; dubito che l’abbia saputa o per visione datagli dalle carte dell’estinto o per testimonianza di qualche amico [.....] Tuttavia, per amore di verità, debbo confessare che l’asserzione del prof. Deagostini non ha a’ miei occhi grado e valor di certezza”. A. T., prima di liberarsi dal sospetto, aveva svolto una sua inchiesta: “Degli amici del Mandelli da me interpellati o fatti interpellare in proposito altri disse di nulla sapere, altri rispose ambiguamente come le vecchie sibille”.

La terza puntata si apre con un velenoso attacco alla persona: “Avete la fortuna di conoscere almeno di vista, il prof. G. B. Adriani? - E’ quello che si dice bell’uomo, parlatore fiorito, elegante, di buone e gentili maniere, diplomatico abilissimo per natura; è prete anzi frate, ma io credo lo sia per caso”. Alla perfida insinuazione (sicuramente A. T. sapeva delle crisi vocazionali dell’Adriani che si era anche legato affettivamente ad una donna), replicò con penosa ingenuità “La Metropoli Eusebiana” (7 luglio 1877): “Come, ad un uomo dotto voi dite che scelse uno stato a caso?” La recensione però non ebbe altro seguito e l’Adriani, almeno come autore dell’opera sugli Statuti antichi di Vercelli, poté vivere in pace nella sua Cherasco.

 

Saggio edito  in: Boll. Stor. Vercellese, 1988, n.30, pp. 155-157.

 

In questa sezione del sito si trova l’articolo Vittorio Mandelli nella storiografia piemontese.

 

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