cronistoria di un restauro

Questa storia ebbe inizio nel giugno  del 2004, quando l'allora parroco don Francesco, sapendo che sono appassionato di orologeria antica, mi chiese se si potesse recuperare l'orologio della chiesa di san Giovanni.  Sebbene "buon quaronese", non sapevo neanche che esistesse, in quanto era fermo da moltissimi anni, e soprattutto non vi è traccia di quadrante o lancette, perché non sarebbero stati visibili da Quarona o da altri posti.

Andammo a vedere l’orologio, un orologio a carica manuale, due treni di ingranaggi, a sinistra il treno della suoneria, a destra il treno del tempo, un meccanismo prodotto dalla fabbrica di orologi da torre Cesare Fontana, nel 1912. Orologio a pendolo da 1 secondo con scappamento a caviglie di amand (echappement a chevilles d’amand).

Successivamente salimmo più volte ad esaminarlo nel mese di luglio, preparando contemporaneamente una lista dei lavori da fare. Poiché l'orologio era a caricamento manuale, ogni 4 giorni bisognava salire sul campanile, per cui mi fu richiesto di applicare un automatismo onde evitare quell'intervento manuale. Si poteva fare, anche se con grossi problemi, e studiai un sistema automatico.

Nel mese di ottobre il parroco mi diede l'ok per il recupero, che iniziai a novembre.

 Da subito si prospettò un problema non indifferente in quanto l'orologio era stato posto in loco nel 1912 ( non si sono trovati documenti per determinare con precisione la data esatta della sistemazione in loco, comunque dopo la costruzione dell'orologio che risale appunto al 1912). Però negli anni '50 all'interno del campanile furono sostituite le varie scale in legno con una scala a chiocciola in sasso. L'orologio inizialmente era posto al centro della torre; poi, dopo la costruzione della scala, e la modifica della struttura che portava le campane, l’orologio fu spostato in una nicchia (finestra tonda che fu chiusa) in quanto non era più possibile avere l’orologio in centro alla torre.

L’orologio, dopo la costruzione della scala, non sarebbe passato più per intero.  

 Dopo l'ultimo sopralluogo di venerdì 12 novembre 2004, decidemmo di smontarlo pezzo a pezzo, e di portarlo in un luogo dove si potesse lavorare con tranquillità e con il materiale occorrente, cioè nel mio laboratorio.Lo rimontai,  per controllarne tutti i vari difetti e problemi. Dopo aver studiato la meccanica incominciai a smontarlo nuovamente, ogni vite ed ingranaggio.

Gli ingranaggi avevano un secolo di ruggine e grasso sul 99% dei componenti. La ruggine non mi spaventava ma togliere il grasso non fu un lavoro semplice, perché in certi punti aveva fatto da collante, e nel dissemblamento delle ruote, tra ruota e pignone,  mi ritrovai le parti incollate. Dopo aver tolto tutto il grasso (messo chissà perché dai molti addetti alla ricarica nel corso degli anni, il grasso è una sostanza consistente, che, con il vento nella torre, la polvere di cemento, la terra ecc, aveva formato una pasta abrasiva che aveva consumato molti organi dell'orologio), eliminai la ruggine sulle varie leve e pignoni. Successivamente lucidai tutte le parti in ferro, rettificai e lucidai le ali delle ruote e dei pignoni, e i perni di tutti gli alberi per diminuire gli attriti, trattando il tutto per impedire il riformarsi di nuova ruggine (sarebbe stato d'obbligo un controllo e una manutenzione adeguata ogni quattro/sei mesi).

Lucidai il più possibile le ruote in ottone che, con il grasso, la polvere e il tempo, erano state rese opache e difficilmente trattabili, se non asportando una consistente parte di materiale (procedura non corretta in fase di restauro di un oggetto antico).

Il trattamento successivo fu per la struttura in ghisa. Dopo averla lavata per bene e portata allo stato vergine e originale, vi applicai un trattamento anticorrosivo e quindi il colore originale, recuperato dalle tracce di vernice vecchia nei fori e negli incavi. Con l'applicazione del colore originale a tutte le parti, e del colore oro sui decori, e rispettando l'originalità dell'orologio, la struttura sembrava riportata a nuovo, come  fosse appena uscita dalla fabbrica.

Le boccole in bronzo, dove ruotano i vari alberi con le relative ruote, erano ovalizzate in buon numero, a causa dell'usura e del solito grasso: le ricostruii usando la stessa lega originale.

Successivamente rimontai l'orologio  in un mio laboratorio per provarne il funzionamento.

Era giugno del 2005,  quindi otto mesi di lavoro per il restauro.

Dopo aver appurato che tutto andava bene, incominciai a studiare il funzionamento del caricamento automatico. Purtroppo in commercio non esisteva nulla, per cui dovetti studiare un sistema di caricamento automatico che ne preservasse l'originalità.

In breve, se un giorno si fosse deciso di togliere questo caricamento, l'orologio sarebbe rimasto integro, senza nessuna modifica, nemmeno un foro o una limatura per inserire tale automatismo.

Spesso negli anni 50 si usava  modificare l'orologio e i vari ruotismi, rovinandolo così per sempre, ma io non volli operare questo tipo di intervento.

Un problema non indifferente furono i pesi dell'orologio sulla torre, che, scendendo lungo la scala, passavano all'interno dei gradini forati.

Quindi io dovevo sapere quando il peso era "tutto basso" ed era necessario il caricamento dei treni del tempo e della suoneria per poter ricaricare l'orologio. Mettere un cavo elettrico all'interno della torre su per la scala, sarebbe stata una soluzione antiestetica e pericolosa. Invece applicai un sistema semplice ed efficace con due motori, uno per il tempo ed uno per la suoneria, che azionavano, mediante due catene, due ingranaggi posizionati al posto della chiave di carica, con un sistema di frizione e rotismi per azionare la carica dell'orologio. I motori erano collegati e comandati da una centralina, con un PLC e due inverter, per una regolazione personalizzata di velocità, accelerazione, decelerazione ecc.

L'automatismo del PLC serve ad azionare la corsa dei pesi a 10 metri contando i giri di scaricamento della fune dei bariletti (dove è avvolta la fune di acciaio sull'orologio nei vari treni, tempo e suoneria).

Quando il PLC conteggia un valore predeterminato, i motori partono, contano al contrario e quando arrivano a zero, si fermano perché hanno ricevuto l'input dei pesi a fine corsa.

Un metodo semplice, che consente di avere tutti i vari controlli sull'orologio e quindi nessun cavo che corre lungo la torre del campanile. Se dovesse mancare la corrente, non ci sarebbero problemi, perché se è vero che l'orologio non conta più, non si ferma, visto che ha dei pesi in funzione. In tal modo la durata della carica è di 4 giorni, a peso tutto in alto. Per ovviare il problema di mancanza di corrente, nella fase di ripristino , i motori caricano i pesi fino a un'altezza massima con un sensore di azzeramento, che serve anche come sicurezza. Quando il peso giunge ad una determinata altezza prossima all'orologio, viene  controllato dal  sensore, quindi i vari conteggi sono azzerati e ripartono da zero.

Successivamente l'orologio fu nuovamente smontato e i vari pezzi portati in cima al campanile: era marzo del 2005.  L'orologio fu rimontato e avviato manualmente fino a tutto maggio 2005 per controllarne il funzionamento, la regolazione della forza e timbro dei martelli suoneria delle ore e delle mezze ore, e soprattutto per la regolazione del tempo. A giugno segnava  uno scarto di circa 30 secondi alla settimana, facilmente controllabile con l'orologio della chiesa parrocchiale, i cui ingranaggi e relativa suoneria sono regolati elettricamente.

L'orologio fu esposto perfettamente funzionante e molto preciso (anche con un tale minimo scarto), per la festa di san Giovanni, fine giugno del 2005.

Purtroppo non fu possibile rendere funzionante l'automatizzazione in quanto il cavo elettrico che portava la corrente in cima della torre era di sezione troppo piccola, quindi lo si sarebbe dovuto sostituire.

Il fabbro Angelino Festa Bianchet  costruì nella sua officina una struttura di metallo smontabile in ferro, rivestita in plexiglas, per sostituire quella originale in legno e per proteggere l’orologio dagli agenti atmosferici esterni.

Giacomo Cora

 

Note storiche della Ditta Cesare Fontana