Tirare le pietre al Cristianesimo per i suoi trascorsi relativi alla schiavitù, per gli atei oggi è diventata una sciccheria alla moda. Questo atteggiamento fa parte di una più ampia aggressione alla società e alla storia dell’Occidente che, o per caso, o di proposito, è manovrata da chi attualmente si sta impegnando su scala globale in una generalizzata ed esplicita sfida sia ai valori Giudeo-Cristiani che a quelli post-Cristiani. L’aspetto assolutamente meno compreso e più trascurato dell’odierna difesa contro la jihad globale è la minaccia che i jihadisti rivolgono ai valori dell’Occidente che, in massima parte, sono Giudeo-Cristiani. Aggiungiamo a questo fatto una critica storica che inflessibilmente dipinge l’Occidente come l’aggressore contro l’universo intero e come l’unico responsabile di tutti i suoi mali, la volontà degli Occidentali di difendere qualcosa di così putrido come la loro civiltà comincia a svanire.
Questa è la principale preoccupazione del mio libro Religion
of Peace? Why Christianity Is and Islam Isn’t [Religione
di pace? Perché il cristianesimo lo è e l’islàm no], che ho
scritto per contrastare questa tendenza e per rispondere alle critiche
culturali dei musulmani. Perché, a prima vista, la Bibbia giustifica la
schiavitù. L’apostolo Paolo afferma con chiarezza: “Schiavi, obbedite ai
vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di
spirito, come a Cristo [Servi, oboedite dominis carnalibus cum timore et
tremore, in simplicitate cordis vestri, sicut Christo]” (Efesini, 6:5).
Non stava dicendo nulla di riprovevole (e quindi viene criticato per aver
apparentemente accettato lo "status
quo" culturale del suo tempo, senza criticarlo o respingerlo).
Nessuna cultura al mondo, Cristiana o meno, ha mai messo in dubbio la moralità
della schiavitù fino a tempi relativamente recenti.
Ma la comune credenza popolare affibbia la responsabilità della schiavitù
esclusivamente all'Occidente. Quando, nel Marzo 2007, l'Inghilterra commemorò
il duecentesimo anniversario della definiva abolizione della tratta degli schiavi,
il Primo Ministro, Tony Blair, lo definì "un'opportunità per il Regno
Unito di esprimere il nostro profondo dolore e rammarico per il ruolo svolto
dalla nostra Nazione nella tratta degli schiavi e per le insopportabili sofferenze,
individuali e collettive, che ha causato".
Il ruolo dell’Inghilterra nella tratta degli schiavi?
Qualche Americano si potrebbe sorprendere nel venire a sapere che gli Inglesi, o chiunque altro che non fosse un Americano del sud, abbia mai posseduto schiavi, poiché dopo essere passati nell’odierno sistema scolastico, senza alcun dubbio, molti hanno la certezza che la schiavitù sia stata inventata a Charleston e a Mobile.
"Il sistema educativo Americano" osserva Mark
Steyn, “lo insegna
così – come una specie di turpe perversione che i coloni transatlantici hanno
sviluppato spinti dalla loro avidità”.
Tuttavia, come ancora specifica Steyn, la schiavitù fu considerata per secoli
un evento normale della vita da quasi tutte le culture: “In realtà, era più
come il raffreddore – un’eventualità normale della vita. La sua pratica precede
l’etimologia della parola stessa, risalendo agli schiavi portati dall’Oriente
alla splendente metropoli di Roma antica. E precede di molti secoli le più
antiche legislazioni, come il Codice di Hammurabi in Mesopotamia. Il primo
schiavo riconosciuto per legge nelle colonie Americane apparteneva a un negro
che era arrivato come “servo
a contratto” [indentured servant]. I primi proprietari
di schiavi del Nord America furono le tribù di “cacciatori-raccoglitori”. Come
spiega Eric Metaxas ‘La schiavitù era accettata come la nascita, il matrimonio
e la morte; era così intimamente intrecciata nel tessuto della storia umana
che si potevano discernere solo con gran difficoltà i fili della sua trama
e non era praticamente possibile isolarli dal contesto. Per oltre 5000 anni,
in tutto il mondo, l’idea di una civiltà umana senza schiavi era semplicemente
inimmaginabile’”.
Altrettanto misconosciuto è stato il ruolo che i princìpi Cristiani hanno
giocato nell’abolizione della schiavitù in Occidente, un’impresa senza precedenti
negli annali della storia umana. Le radici dell’abolizionismo possono essere
fatte risalire alla pratica della Chiesa di battezzare gli schiavi e di trattarli
come esseri umani identici in dignità a tutti gli altri. Sant’Isidoro
di Siviglia (560–636) dichiarò che “Dio non ha fatto alcuna differenza tra l’anima di uno
schiavo e quella di un uomo libero”. La sua affermazione si richiamava a quanto
San Paolo disse a Filemone, che era proprietario di schiavi, a proposito del
suo schiavo fuggitivo, Onesimo: ”Forse per questo è stato separato da te per
un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma
molto più che schiavo, come un fratello carissimo” (Filippesi, 15–16).
Quando fu chiaro che lo schiavo aveva un’anima uguale a quella del suo padrone,
non fu più possibile giustificare che potesse essere la proprietà di un’altra
persona. Nel 649, Clodoveo II, Re dei Franchi sposò una schiava – che successivamente
iniziò una campagna per interrompere il commercio degli schiavi. Oggi la Chiesa
Cattolica la venera come Santa Batilde. Anche Carlomagno, come altri dopo di
lui, si oppose a questa pratica nell’Europa Cristiana. Secondo lo storico Rodney
Stark, “la schiavitù scomparve dall’Europa medioevale solo perché la Chiesa
estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e poi riuscì ad imporre il divieto
di ridurre in schiavitù i Cristiani (e gli Ebrei). Nel contesto dell’Europa
medioevale, questo divieto risultò essere una effettiva norma di generale abolizione”.
E quando, nel Nuovo Mondo, gli Spagnoli stavano massicciamente riducendo in
schiavitù gli Indiani Sud Americani, importando anche, come schiavi, negri
dall’Africa, il loro principale avversario fu un missionario, il Vescovo Cattolico
Bartolomè de las Casas (1474–1566), che fu fondamentale nel convincere la Corona
di Spagna a promulgare, nel 1542, una legge che proibiva di rendere schiavi
gli Indiani.
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| Santa Batilde | Carlomagno | Bartolomè de las Casas |
Tuttavia, non c’era consenso unanime nella Cristianità a proposito della schiavitù.
La schiavitù continuava ad essere praticata e talvolta ottenne pure una approvazione
ecclesiastica. Prima della guerra di secessione, negli Stati Uniti non mancava
chi utilizzava la Sacra Scrittura per dimostrare la moralità della schiavitù.
Tipica di queste concezioni fu la dissertazione,
presentata nel 1822 dal Dr. Richard Furman, Presidente del Convegno Nazionale Battista dello Stato della
Carolina del Sud, al Governatore della Carolina del Sud, John Lyde Wilson.
Benché nel 1822 la schiavitù non fosse ancora diventata quella controversia
lacerante delle decadi successive, Furman cominciava già ad avvertire la pressione
delle argomentazioni contro la schiavitù che gli abolizionisti stavano propagandando
sulla base dei principi Cristiani. Si lamentava che “certi scrittori di politica,
morale e religione, alcuni dei quali molto rispettabili, avessero proposto
argomentazioni e alimentato sentimenti molto ostili alla teoria e alla pratica
della schiavitù” e avevano anche fatto risalire queste opinioni “alla Sacra
Scrittura, e al genio del Cristianesimo”. Invece, Furman affermava che “il
diritto di possedere schiavi è chiaramente sancito dalle Sacre Scritture, sia
con precetti che con esempi. Nell’Antico Testamento, agli Israeliti era prescritto
di acquistare i loro schiavi e le loro schiave dai popoli atei, ad eccezione
che dai Cananei, perché costoro dovevano essere eliminati. Ed era anche stabilito
che le persone acquistate fossero loro ‘schiavi per sempre’; ed un ‘retaggio
per loro e i loro figli’”.
Furman prosegue, affermando che “non si può sostenere che il possesso di schiavi possa essere un male morale, perché gli Apostoli, che erano ispirati e non temevano le critiche degli uomini ed erano pronti a sacrificare la vita alla causa del loro Dio, non lo avrebbero tollerato per un solo istante nella Chiesa Cristiana. E inoltre “dimostrando che l’argomento è giustificabile in base all’autorità delle Scritture, si conferma anche la sua moralità, dato che la legge Divina non può autorizzare azioni immorali”.
Tali argomenti non reggono di fronte alle critiche degli abolizionisti, che si riferivano alla stessa Bibbia, utilizzata dagli schiavisti. Il movimento abolizionista era basato sul principio Cristiano della dignità di tutti i redenti in Cristo. I precursori dell’abolizionismo, gli Inglesi Thomas Clarkson (1760–1846) e William Wilberforce (1759–1833) erano entrambi motivati nell’impegnarsi per la fine della schiavitù, dalla loro profonda fede Cristiana; come loro fu il campione dell’antischiavismo William Lloyd Garrison (1805–1879), che, in un discorso tenuto a Charleston, Carolina del Sud, lo stesso giorno in cui venne ucciso Abramo Lincoln, osservò: “Cos’è l’Abolizionismo? La Libertà! Cos’è la Librtà? L’Abolizionismo! Cosa sono entrambi? Secondo la politica l’uno è la Dichiarazione di Indipendenza, secondo la religione, l’altro è la regola aurea del nostro Salvatore”.
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| Thomas Clarkson | William Wilberforce | William Lloyd Garrison |
Lo stesso Abramo
Lincoln era molto colpito da Genesi 3:19, “Con il sudore
del tuo volto mangerai il pane;”. Nel Maggio 1864 scrisse a una delegazione
di Battisti: “Leggere nella Bibbia, come parola di Dio, che “Con il sudore
del tuo volto mangerai il pane;” e poi predicare, invece di questo, “Con il
sudore del volto di un altro mangerai il pane;”, a me sembra che non possa
essere conciliabile con una onesta sincerità”. Più tardi, nello stesso anno,
rispose alla moglie di un prigioniero Confederato che si era appellata a lui
per il rilascio del marito: “Dite che vostro marito è una persona religiosa;
ditegli, quando lo incontrerete, che io non sono un gran giudice di religione,
ma che, secondo me, una religione che fa ribellare e combattere contro il proprio
governo perché, come pensano, un tale governo non aiuta a sufficienza alcuni
uomini a mangiare il loro pane col sudore del volto di altri uomini, non è
il genere di religione con cui si può raggiungere il paradiso!”. Diede a questo
tema la sua più lapidaria formulazione nel suo Secondo Indirizzo Inaugurale,
dicendo dei due partiti rivali nella Guerra Civile:
Entrambi leggono la stessa Bibbia e pregano lo stesso Dio e ognuno invoca il Suo aiuto contro l’altro. Sembrerebbe piuttosto strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro, ma non giudichiamo, dato che non siamo giudici
Certamente questa è stata la concezione che si impose nel mondo Cristiano: che, effettivamente, è molto “strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro”. E questa concezione fu il fondamento dell’abolizione generalizzata della schiavitù.
D’altra parte, nel mondo islamico la situazione è molto diversa. Maometto, il profeta dell’islàm, possedeva degli schiavi e il Corano, come la Bibbia, dà per scontata l’esistenza della schiavitù, anche se impone la liberazione di schiavi in alcune circostanze, come, ad esempio, la rottura di un giuramento: “Allah non vi punirà per una avventatezza nei vostri giuramenti, ma vi punirà per i giuramenti che avete ponderato . L'espiazione consisterà nel nutrire dieci poveri con il cibo consueto con cui nutrite la vostra famiglia, o nel vestirli, o nel liberare uno schiavo.” (5:89). Sayyid Qutb, il teorico della jihad, cita questo versetto come prova che nell’islàm “non c’è differenza tra un principe e un povero, un nobile e uno schiavo”. Ciò nonostante, mentre è incoraggiata la liberazione di uno schiavo o due di tanto in tanto, l’istituzione della schiavitù, di per sè stessa, non è mai posta in discussione. Il Corano, addirittura, concede ad un uomo di avere rapporti sessuali con le sue schiave proprio come con le sue mogli: “1. Invero prospereranno i credenti, 2. quelli che sono umili nell'orazione, 3. che evitano il vaniloquio, 4. che versano la decima 5. e che si mantengono casti, 6. eccetto con le loro spose e con schiave che possiedono - e in questo non sono biasimevoli,” (23:1-6). Un uomo non può avere rapporti sessuali con una donna sposata ad un altro – eccetto che con le schiave: “e tra tutte le donne, [vi sono vietate] quelle maritate, a meno che non siano [prigioniere] vostre schiave . Questo è ciò che Allah vi prescrive.” (4:24).
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Perché mai questi brani coranici ci dovrebbero turbare più di certi brani biblici come Esodo 21:7–11, che precisa le regole per poter vendere la propria figlia come schiava? Perché nell’islàm non esiste l’equivalente della Regola Aurea, come specificata da Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.” (Matt. 7:12). La tradizione islamica più vicina a questo detto, può essere considerato un adith in cui Maometto dice “Nessuno di voi avrà fede finché non desidererà per il suo fratello (musulmano) quello che desidera per sè stesso”. Il “musulmano” tra parentesi nella frase precedente è stato aggiunto dal traduttore Saudita e non appare nell’originale Arabo; tuttavia, nella tradizione islamica, “fratello” è un termine che non viene usato per indicare chiunque, ma solo i “credenti”, membri della comunità musulmana. Inoltre contraria all’interpretazione universale di questa massima è la netta distinzione tra credenti e non credenti che permea tutto l’islàm. Il Corano dice che i seguaci di Maometto sono “spietati con i miscredenti, ma misericordiosi tra di loro” (48:29), e che i miscredenti “di tutta la creazione sono i più abbietti” (98:6). Si può esercitare la Regola Aurea con i correligionari musulmani, ma questa cortesia, secondo la concezione espressa dai precedenti versetti e molti altri simili, non può essere propriamente estesa ai miscredenti.
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| In vendita | All'asta | L'esme della merce | Il mercato degli schiavi | La merce in mostra | Un munifico regalo |
Questa è una delle ragioni principali per cui la prima fonte di schiavi nel
mondo musulmano sono stati i non musulmani, sia Ebrei, Cristiani, Indù o pagani.
Nell’islàm molti schiavi erano non musulmani, catturati durante le guerre di
jihad. La studiosa Bat Ye’or, antesignana degli studi sul trattamento dei non
musulmani nelle società islamiche, spiega il sistema che si sviluppò a seguito
delle conquiste della jihad
L’organizzazione della schiavitù del jihad, includeva contingenti di schiavi, sia maschi che femmine, consegnati annualmente in accordo coi trattati di sottomissione sottoscritti dai sovrani che erano tributari del Califfo. Quando Amr conquistò Tripoli (Libia) nel 643, costrinse i Berberi, sia Cristiani che Ebrei, a consegnare mogli e figli come schiavi all’esercito Arabo come parte della loro jizya [tassa sui non musulmani]. Dal 652 fino alla sua definitiva conquista nel 1276, la Nubia fu obbligata ad inviare annualmente un contingente di schiavi al Cairo. Trattati conclusi con le città della Transoxiana, Sijistan, Armenia e Fezzan (Marocco) durante il califfato Omayyade e quello Abbasside prevedevano un invio annuale di schiavi di entrambi i sessi. Tuttavia, le fonti principali dell’approvvigionamento di schiavi rimasero le regolari razzie nei villaggi del dar-al-harb [la Casa della Guerra, cioè le regioni non islamiche] e le spedizioni militari che rastrellavano molto più profondamente le terre degli infedeli, svuotando città e campagne dei loro abitanti.
Lo storico Speros
Vryonis osserva che “fin dall’inizio delle razzie Arabe
nella terra di Rum [l’Impero Bizantino] il bottino umano era diventato la parte
più consistente delle spoglie di guerra”. I Turchi, che continuavano a conquistare
parti sempre più cospicue di Anatolia, ridussero in schiavitù le comunità residenti,
Greche o comunque non musulmane: “Fecero schiavi uomini, donne e bambini di
tutti i maggiori centri urbani e della campagna dove le popolazioni erano senza
difesa”. Lo storico Indiano K. S. Lal afferma che ovunque i jihadisti conquistarono
un territorio “si sviluppò un sistema di schiavitù tipico del clima, del terreno
e della popolazione del posto”. Quando le armate musulmane invasero l’India,
i suoi abitanti furono fatti schiavi in massa per essere venduti all’estero
o utilizzati in varie funzioni per lavori sia servili che non così servili
nel loro stesso paese”.
Gli schiavi subivano pressioni per convertirsi all’islàm. Patricia
Crone,
in un’analisi delle teorie politiche dell’islàm, nota che, dopo la conclusione
di una battaglia della jihad, “i prigionieri maschi potevano essere uccisi
o fatti schiavi … Dispersi in famiglie musulmane, gli schiavi quasi sempre
si convertivano, incoraggiati o spinti dai loro padroni, indotti dalla necessità
di unirsi ad altri, superando l’isolamento, o abituandosi lentamente a vedere
le cose attraverso gli occhi dei musulmani, anche se cercavano di resistere”.
Thomas
Pellow, un Inglese, schiavo in Marocco per ventitré anni, dopo essere
stato catturato nel 1716 mentre era imbarcato come mozzo su di un piccolo vascello
Inglese, fu torturato fino a quando si convertì all’islàm. Per settimane fu
picchiato e privato del cibo e alla fine si arrese quando il suo aguzzino ricorse
a “staccare la mia carne dall’osso col fuoco, cosa che fece più volte, in modo
estremamente crudele”.
La schiavitù era data per scontata durante tutta la storia dell’islàm, così come pure in Occidente fino a tempi relativamente recenti. Eppure, mentre la tratta degli schiavi praticata da Europei e Americani ottiene una fin troppo abbondante attenzione da parte degli storici (come pure da parte dei minacciosi sostenitori del risarcimento e i loro contemporanei politici, sprovveduti e pieni di sensi di colpa), il commercio degli schiavi dell’islàm in realtà durò più a lungo e causò sofferenze a un maggior numero di persone. E’ veramente ironico che l’islàm sia stato presentato agli Afro-Americani come l’alternativa egalitaria alla “religione schiavista dell’uomo bianco”, il Cristianesimo, poiché lo schiavismo islamico operò su una scala molto maggiore di quello Occidentale e durò più a lungo. Mentre gli storici stimano che il commercio transatlantico di schiavi, che operò tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, coinvolse circa 10,5 milioni di persone, il commercio di schiavi islamico nelle aree del Sahara, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano iniziò nel settimo secolo e durò fino al diciannovesimo, coinvolgendo oltre 17 milioni di persone.
Inoltre, la pressione per far cessare la schiavitù passò dalla Cristianità all’islàm, e non viceversa. Non ci furono nè un Clarkson, nè un Wilberforce o un Garrison musulmani. Infatti, quando nel diciannovesimo secolo il governo Britannico accolse come proprie le idee di Wilberforce e degli altri abolizionisti e quindi iniziò a premere sui regimi favorevoli allo schiavismo, il Sultano del Marocco fu stupefatto proprio per l’audacia dell’innovazione proposta dagli Inglesi: “Il traffico di schiavi – rilevò – è un argomento su cui tutte le sette e le nazioni sono state d’accordo dal tempo dei figli di Adamo … fino ad oggi” . E aggiunse che “non sapeva se fosse mai stata proibita da qualche legge o da qualche setta” e che la sola idea che qualcuno volesse mettere in dubbio la sua moralità era assurda: “nessuno ha necessità di fare questa domanda, perché il fatto è chiaro sia al grande che all’umile e non richiede più dimostrazione da quella richiesta dalla luce del giorno”.
Tuttavia, non fu l’unanimità dell’umanità riguardo alla schiavitù a soffocare decisamente i movimenti abolizionisti nell’islàm, ma le chiare parole del Corano e di Maometto. La schiavitù fu abolita per la pressione Occidentale; il commercio di schiavi Arabo musulmano in Africa finì per la potenza delle armi Britanniche nel diciannovesimo secolo.
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| Razzia in un villaggio | Catturati | Schiavi (foto d'archivio) | Giovane schiava (foto) |
Ci sono anche prove che la schiavitù continua ad essere ancora praticata in modo sommerso in qualche paese a maggioranza musulmana – in particolare l’Arabia Saudita che abolì la schiavitù nel 1962, nello Yemen e nell’Oman, che dichiararono la schiavitù illegale nel 1970 e il Niger che la abolì solo nel 2004. Nel Niger il divieto è largamente trasgredito e circa un milione di persone è ancora schiavo. Gli schiavi vengono allevati, spesso stuprati e, in generale, trattati come animali.
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| Attraverso il deserto | La marcia degli schiavi | Schiavi (foto d'archivio) |
Alcune delle prove che la schiavitù islamica continua, consistono nel profluvio di casi di schiavitù che coinvolgono musulmani negli Stati Uniti. Un Saudita, Homaidan Al-Turki, fu condannato a 27 anni di reclusione nel Settembre 2006, per aver tenuto nella sua casa in Colorado una donna come schiava. Da parte sua, Al-Turki sostenne di essere vittima di un pregiudizio anti-islamico. Disse infatti al giudice: “Vostro Onore, non sono qui per scusarmi di cose che non ho fatto e di crimini che non ho commesso. E’ lo Stato che ha criminalizzato questi normali comportamenti musulmani. Aggredire i comportamenti musulmani tradizionali era il punto centrale dell’accusa”. Il mese successivo, una coppia Egiziana residente nel Sud della California ricevette una multa e fu condannata a una pena detentiva, seguita poi dall’espulsione, dopo essersi dichiarata colpevole di aver tenuto come schiava una ragazzina di dieci anni. E in Gennaio 2007, a Washington, un attaché dell’Ambasciata del Kuwait e sua moglie furono inquisiti per aver tenuto come schiave, nella loro casa in Virginia, tre domestiche Cristiane, cittadine Indiane. Una delle donne dichiarò: “Credevo di non avere scelta e di dover continuare a lavorare per loro, anche se mi picchiavano e mi trattavano peggio di una schiava”.
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| Al-Turki e signora al processo | I coniugi Al Turki dopo il processo |
A tutt’oggi la schiavitù è praticata apertamente in due Stati islamici, il Sudan e la Mauritania. In accordo con la tradizione islamica, i trafficanti di schiavi musulmani in Sudan catturano principalmente non-musulmani, in particolare i Cristiani. Secondo la Coalition Against Slavery in Mauritania and Sudan (CASMAS; Coalizione Contro la Schiavitù in Mauritania e Sudan), un movimento abolizionista e per i diritti civili, fondato nel 1995, “l’attuale Governo di Khartoum vuole imporre al Sud Nero e non-musulmano la Shariah, come scritta e interpretata dal clero musulmano più conservatore. Il Sud nero, animista e Cristiano, ricorda molti anni di incursioni schiaviste di Arabi da Nord e da Est e si oppone al dominio della religione musulmana e alla sua prevedibile conseguente espansione economica, culturale e religiosa”.
Uno schiavo Cristiano Sudanese di oggi, James Pareng Alier, fu rapito e fatto
schiavo quando aveva dodici anni.
La religione fu uno degli elementi principali
del suo dramma: “Fui costretto a imparare il Corano e fui ribattezzato Ahmed.
Mi dissero che il Cristianesimo era una pessima religione. Dopo un po’ di tempo
ricevemmo un addestramento militare e ci fu detto che saremmo andati a combattere”.
Alier non aveva idea di dove fosse la sua famiglia. La BBC nel Marzo 2007 comunicò
che le incursioni per catturare schiavi “erano una comune caratteristica della
guerra di 21 anni tra Nord e Sud del Sudan che terminò nel 2005 … Secondo uno
studio dell’Istituto Keniano “Rift Valley”, circa 11.000 giovani, tra ragazzi
e ragazze, furono catturati e spostati oltre il confine interno – molti verso
gli stati del Darfur meridionale e del Kordofan occidentale … Molti di loro
furono costretti a convertirsi all’islàm, gli furono dati nomi islamici e gli
fu intimato di non parlare la loro lingua nativa”. Eppure, anche oggi, quando
i non-musulmani sono stati fatti schiavi e spesso costretti a convertirsi all’islàm,
la loro conversione non gli procura la libertà. L’attivista Mauritano contro
la schiavitù, Boubacar
Messaoud, spiega che “è come avere pecore o capre. Se
una donna è schiava, anche i suoi figli saranno schiavi”.
Gli attivisti anti-schiavitù, come Messaoud, incontrano una grande difficoltà
a contrastare questo atteggiamento, poiché è radicato nel Corano e nell’esempio
di Maometto. In particolare, quando gli schiavi non sono musulmani, non esiste
un solo versetto del Corano che corrisponda al versetto della Bibbia tanto
caro a Lincoln, Genesi 3:19, che i musulmani contrari alla schiavitù possano
invocare contro coloro che continuano ad approvare e a praticare la schiavitù.
Molti Occidentali non si sono presi il disturbo di imparare questa storia,
e nessuno gliela viene a raccontare. Se qualcuno lo facesse, tutto l’apparato
dei fabbricanti di colpevolezza per la schiavitù crollerebbe. E noi adesso
non possiamo permettere che succeda … o possiamo?
Robert Spencer è il Direttore di Jihad Watch. E’ autore di nove libri sulla jihad e il terrorismo islamico, tra cui i bestsellers del New York Times: “The Politically Incorrect Guide to Islam (and the Crusades)” [Guida (politicamente scorretta) all'Islam e alle crociate, Editrice Lindau, 2008] e “The Truth About Muhammad”.