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"Nulla tranne la Vittoria"
La Sconfitta del Fondamentalismo Islamico

Dr. John David Lewis

Senior Research Scholar in History and Classics
Social Philosophy and Policy Center
Bowling Green State University

USA

 

Traduzione di Paolo Valerio Mantellini


Lo storico greco Tucidide, scrivendo della catastrofica guerra che distrusse il suo mondo, fece una osservazione molto importante sulle cause degli eventi storici. Anche se le circostanze possono cambiare, la natura umana rimane la stessa; e certi elementi umani – specialmente i fattori morali e psicologici – stanno alla base di tutte le guerre. Possiamo anche non essere d'accordo con Tucidide sull'identificazione di questi fattori, e respingere la sua pessimistica visione della natura umana, ma potremmo avere un vantaggio, accettando la sfida di prescindere dalle circostanze specifiche e concentrarci sui principi delle azioni umane che sono comuni ad ogni tempo. Le differenze di tecnologia, politica o economia, saranno sempre secondarie rispetto alle idee che motivano gli aggressori a lanciare sanguinosi attacchi e che rafforzano – o indeboliscono – i difensori che si oppongono a questi attacchi.

Secondo questa ottica, cominciamo col considerare un evento di proporzioni catastrofiche, un attacco mortale contro gli Americani, e poi esaminiamo due possibile risposte. Questo approccio ci dimostrerà che la crisi che affrontiamo oggi – una serie di molto motivata di attacchi al cuore della civiltà – non è unica, può essere capita, e può essere fermata – se decidiamo di capirla e di fermarla.

L'attacco che prendiamo in considerazione, uccide migliaia di Americani. Governi stranieri, ben noti, hanno finanziato questi attacchi per anni, per realizzare un impero totalitario di scala continentale. Il fuoco che causa il massacro è una ideologia militarista politico-religiosa  che valuta la guerra come una dimostrazione di fedeltà alla divinità, richiede obbedienza ai suoi portavoce e impone i suoi comandamenti a milioni di persone. Migliaia di individui, indottrinati fin da giovani, sono ansiosi di impegnarsi in attacchi suicidi e molti di più desiderano morire in obbedienza e sottomissione, se lo stato lo dovesse richiedere. Il soldato nemico è altamente motivato, a seguito di un totale lavaggio del cervello, e desideroso di morire per il suo dio e la sua causa. I bambini del nemico e i soldati imparano a memoria frasi come queste:

Il campo di battaglia è il luogo dove il nostro esercito mostra il suo vero carattere, conquistando ogni volta che attacca, vincendo, ogni volta che si lancia in combattimento, al fine di diffondere dappertutto il regno della nostra divinità, così che il nemico possa guardare con ammirazione alle sue auguste virtù.1

Inoltre accettano, come un imperativo morale, idee come queste:

Combattete e uccidete gl'infedeli ovunque li troviate, afferrateli, assediateli, e appostati in loro attesa preparate imboscate; ma se si pentono e accettano il nostro credo, allora accettateli ... Dovete combattere contro chi non crede in Dio e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Dio e il suo Messaggero hanno vietato e che non agiscono secondo la religione di verità.2

Milioni di persone abbracciano tali precetti come comandamenti indiscutibili. I loro attacchi suicidi continuano per anni.

Ma come gli Americani dovrebbero rispondere a questi attacchi? Sotto la pressione di una emergenza mortale, i responsabili dell'America devono prendere decisioni importanti, e il popolo Americano deve decidere se appoggiare tali decisioni. Consideriamo e cerchiamo di valutare due opzioni e chiediamoci quale dovremmo adottare.

Una possibile risposta potrebbe essere la seguente: il Presidente si rivolge al popolo Americano, e identifica le nazioni nemiche implicate. Chiede al Congresso, e ne riceve l'autorizzazione, di dichiarare formalmente guerra. Si impegna di ottenere la vittoria nel minore tempo possibile, un obiettivo che definisce come "resa senza condizioni" dei regimi nemici e un totale rifiuto della guerra dalle potenze coinvolte.

Gli Americani procedono con una vigorosa offensiva contro il centro del potere nemico. Ondate di bombardieri radono al suolo dozzine di città nemiche. Le sue riserve di cibo ridotte, le sue forze armate decimate, le sue industrie bombardate, le sue navi affondate, i suoi porti minati – il suo popolo ridotto psicologicamente a pezzi. In una sola notte centomila civili muoiono in una tempesta di fuoco nella sua capitale. Gli Americani lanciano volantini annunciando alla popolazione nemica quali saranno le prossime città che potrebbero venire distrutte.I civili tuttavia vengono inondati dalla propaganda governativa che li assicura di star vincendo la guerra – mentre invece si nascondono senza difesa, mentre i bombardieri Americani distruggono le loro case.

Uno dei nostri generali esprime così il suo personale scopo: "uccidere quei bastardi". Battezziamo la nostra operazione finale contro il nemico: "Operazione Crollo". Una forza enorme si ammassa ai confini del nemico, mentre migliaia di bombardieri riducono in polvere le sue città. Il Presidente e due dei suoi alleati stranieri emettono un ultimatum che include queste parole:

La piena applicazione del nostro potenziale militare, sostenuto dalla nostra decisione, significherà la inevitabile e completa distruzione delle forze armate nemiche così come inevitabilmente anche l'assoluta devastazione della nazione nemica.. . . .

E' giunto il momento, per la nazione nemica, di decidere se vuole continuare ad essere controllata da questi consiglieri militaristi ostinati, i cui stupidi calcoli li hanno portati al limite della completa distruzione, o se vuole seguire la via della ragione..... . .

Seguono le nostre condizioni. Non devieremo da queste. Non ci sono alternative. Non tollereremo alcun ritardo. . . .

Dovrà essere completamente eliminata ora e in futuro l'autorità e l'influenza di coloro che hanno ingannato e deviato il popolo coinvolgendolo nel tentativo di conquista del mondo, poiché siamo assolutamente sicuri che un nuovo ordine di pace e sicurezza sarà impossibile fino a quando il militarismo irresponsabile non sarà completamente eliminato dal mondo. . . .

Dovrà essere stabilita la libertà di parola, di religione e di pensiero così come il rispetto dei diritti umani fondamentali. . . .

Richiediamo al nemico di proclamare adesso la resa senza condizioni di tutte le forze armate e di fornire adeguate ed evidenti garanzie di buona fede in questa azione. L'unica alternativa è la immediata e completa distruzione.3

 

Quando il nemico tergiversa di fronte all'ultimatum, bombe atomiche vengono sganciate sulle sue città. Il nemico si arrende, riconoscendo così la realtà della sua sconfitta e assumendo la decisione politica di cessare le ostilità. Ordina ai suoi militari recalcitranti di deporre le armi. L'esercito Americano occupa la nazione sconfitta. Imponiamo la censura ai mezzi di comunicazione di massa, imponiamo la riforma della scuola, smantelliamo i cartelli economici, eliminiamo la terminologia militaristica a tutti i livelli e scriviamo una Costituzione politica che sono obbligati ad accettare. Li informiamo, senza ambiguità e pubblicamente, che sono sconfitti e che non abbiamo alcun obbligo verso di loro. Quando cominceranno a sentire i morsi della fame, ricorderemo loro che le cause dei loro problemi sono il frutto delle loro azioni. Li obblighiamo a pagare per tutti i costi dell'occupazione. Non arriva neppure una lira per aiuti, finché non dimostrano la loro resa totale, in parole e azioni, includendo il loro rifiuto della ideologia militarista che ha causato i loro attacchi.

Questa intransigente e completamente spietata offensiva è una delle risposte possibili a tale dissimulata aggressione. Ora consideriamo un secondo tipo di risposta, molto diversa.

Il Presidente si rivolge alla nazione, e identifica il nemico come un particolare gruppo di persone coinvolte nelle aggressioni, e lo identifica mediante le tattiche che usa. Non fa alcuna dichiarazione di guerra ufficiale, ma si impegna solennemente di condurci alla vittoria nella guerra che intende intraprendere, che, dice, sarà lunga. Definisce la vittoria come la democrazia per le nazioni che stanno dietro agli attacchi. Una settimana dopo ci ricorda che coloro che praticano la religione degli aggressori "si devono sentire a loro agio" in America.4 Due mesi dopo, invita alla Casa Bianca i leaders religiosi per un incontro di preghiera.5

I nostri leaders si accorgono che questi aggressori hanno le basi in un paese povero e fuori mano, così noi lo invadiamo e spingiamo il suo governo a rifugiarsi nelle montagne. Chiamiamo la nostra campagna "Operazione Giustizia Infinita" ma quando i fedeli della religione degli aggressori si lamentano, la cambiamo in "Operazione Enduring Freedom.” Sganciamo bombe, ma queste sono bombe con sistemi di puntamento di precisione per evitare di colpire i civili e i fabbricati religiosi. Molti dei nostri bombardieri lanciano cibo. Il nemico fugge in un pese vicino governato da un dittatore con armamento nucleare che noi chiamiamo "alleato" e i cui confini non oltrepassiamo. Entro i confini di questo "alleato", delle scuole addestrano nuovi aggressori che sciamano attraverso i confini provocando più disastri e uccidendo più Americani.

In cerca di democrazia, e seguendo il nostro desiderio di liberare popoli stranieri dall'oppressione, attacchiamo e deponiamo un altro dittatore nell'area. Questo delinquente laico che in passato noi stessi abbiamo armato, ha combattuto una lunga guerra contro un paese confinante basato sulla stessa ostile ideologia di quei paesi che ci hanno attaccato. Il popolo che abbiamo liberato da questo criminale stabilisce un governo basato sulla stessa ostile ideologia – che noi permettiamo, dato che il nostro scopo era di permettere a loro di votare – ed essi rinforzano i legami con altre nazioni basate sulla medesima ideologia. Uno dei nostri generali dichiara la sua visione sul nostro scopo: incoraggiare la capacità del nemico di "trovare un compromesso sui loro scopi politici, di comporre le loro differenze di fazione e dimostrare alla gente comune che un governo centrale democratico può essere utile alle loro necessità.”6 Chiamiamo quindi la nostra Campagna "Operazione Libertà per Loro".

Agiamo con grandissima moderazione, stabilendo regole di ingaggio che limitano l'uso della forza del nostro esercito. Ci scusiamo quando danneggiamo i civili, processiamo i nostri soldati se umiliano i prigionieri, assegniamo corrispondenti di guerra alle nostre unità militari per documentare le loro azioni, e mandiamo avvocati con le nostre truppe, per essere sicuri che "osservino le regole". Quando degli Americani catturati vengono decapitati in Televisione, non interrompiamo le trasmissioni né attacchiamo i governi che finanziano gli assassini, ma cerchiamo solo di catturare i carnefici. Quando il nemico ottiene centrali nucleari, ci riferiamo al paese che ha fornito queste centrali, come un "amico" e un "alleato". Quando il nemico usa delle banche per finanziare la sua guerra contro di noi, ci rivolgiamo ai nostri avvocati per "congelare i loro fondi", ma non ci rivolgiamo ai nostri generali per distruggere la sua Capitale. Continuiamo ad assicurare la gente della nazione nemica che la nostra guerra non è contro di loro, ma piuttosto contro gli "estremisti" che hanno "mistificato una grande religione".

Ora, quale di queste due risposte – la totale, spietata, offensiva militare, o l'approccio moderato, diplomatico, semi-militare – dovremmo scegliere? Vediamo di valutarli, secondo molte delle idee ampiamente accettate oggigiorno.

Primo, ci si dice oggi che solo una risposta così detta proporzionata è moralmente accettabile. Dobbiamo cercare una "guerra giusta", una guerra fondata su principi morali altruistici. usando una forza strettamente limitata, per scopi strettamente definiti, rivolti al bene di altri. La nostra principale preoccupazione deve essere il benessere degli altri – incluso il popolo del nemico – e ciò richiede un severo auto-controllo da parte nostra. Che il nemico non agisca nello stesso nostro modo, quando uccide i nostri, non è un problema che ci riguardi. Secondo questa visione morale, dobbiamo considerare il benessere degli altri come un valore assoluto, senza pensare alle conseguenze; dobbiamo essere pronti a mettere i nostri soldati in un rischio mortale per proteggere i nemici civili – anche se spesso aiutano e assistono i combattenti nemici. Un'offensiva militare per la nostra unica protezione oltrepassa i limiti di una "guerra giusta", sostiene l'opinione oggi comunemente accettata.

L'obbligo morale di usare la nostra forza solo in modo limitato e sempre per il benessere di altri, solleva due interrogativi: quale è, in questo contesto, il giusto grado di forza limitata? e, cosa significa "il bene di altri"? Bisogna rispondere a questi due quesiti mediante la metodologia del pragmatismo (cioè, fare ciò che "funziona" al momento) e la morale dell'altruismo (cioè, la moralità della "alterità, cioè l'agire nell'interesse dell'altro"). Utilizzeremo queste due posizioni filosofiche ampiamente accettate, per dirigere la nostra risposta contro chi ci attacca.

In accordo con questi principi, dovremo definire le nostre direttive e le nostre strategie caso per caso. le nostre azioni dovranno essere pragmatiche e flessibili, a seconda delle circostanze locali e in base al consenso degli altri. Il giusto grado di forza è quello che non disturba toppo il nemico; se usiamo troppa forza provocheremo nel nemico rancore e desiderio di vendetta, che stimolerà la comparsa di una nuova generazione di soldati nemici. Secondo tale visione, dobbiamo rispondere con umanità e comprensione, impegnandoci in un "dialogo" con lui, costruendo centrali elettriche e scavando fognature nella sua terra, piuttosto che aggredirlo. Questo, ci viene assicurato, vincerà "i cuori e le menti". In base a queste considerazioni pratiche e morali, la prima opzione, cioè l'offensiva totale, deve essere scartata; la risposta limitata è sicuramente il meglio.

Secondo, ci si dice oggi che non dobbiamo dichiarare guerra contro una nazione, ma solo contro la sua classe dirigente o alcuni particolari malfattori. La maggior parte della gente, ci viene assicurato, non vuole la guerra; c'è una "fame universale di libertà" e il popolo ci accoglierà con ghirlande di fiori se li "liberiamo" dall'oppressione. Ci si dice che la "libertà" è "un dono di Dio per tutti i popoli" e che la nostra "vocazione" è di creare le condizioni mediante cui gli altri possono ottenere questo dono. La loro libertà – che significa, ci si dice, democrazia – è la radice della nostra sicurezza; e proteggere il loro "diritto" di voto – non la loro sconfitta – deve essere il nostro scopo. Dobbiamo garantire ad essi la libertà di stabilire il governo che desiderano – anche uno simile ai regimi dei nostri aggressori – se ciò esprime il loro desiderio democratico. Inoltre, la risposta offensiva deve essere assolutamente evitata; l'approccio limitato è la nostra unica scelta.

Terzo, ci si dice che una offensiva massiccia non rispetta la cultura di una nazione straniera. E il multiculturalismo ci insegna che tutte le culture sono uguali e che ognuna deve essere ugualmente rispettata. Se accampassimo un senso di superiorità su altre culture, riveleremmo un "pregiudizio eurocentrico" incapace di riconoscere forme di logica "diverse" dalla nostra e di accettare il relativismo di ogni valore. In accordo con l'altruismo, ciò significa che alle altre culture si deve più rispetto che alla nostra, poiché dobbiamo subordinare la nostra gente e le nostre risorse alle loro necessità, anche se queste culture si oppongono attivamente ai nostri egoistici interessi. Secondo il pragmatismo, rispettare il loro "diritto" alla "autodeterminazione" piuttosto che lo sconfiggerli li farà sentire meglio e così ridurre momentaneamente la violenza. I nostri soldati devono essere addestrati a rispettare le differenze culturali tra loro e il nemico. Quando dei soldati nemici vengono catturati, per esempio, bisogna fornire loro pubblicazioni in sintonia con le loro posizioni e gli deve essere consentito di praticare i loro rituali culturali e religiosi.

(La stessa strategia, sentiamo dire ancora, deve essere usata in America, verso le persone che condividono la stessa ideologia del nemico. Un poliziotto Americano, mi ha recentemente riferito che ha dovuto partecipare a un "addestramento di sensibilizzazione" per "comprendere" e "rispettare" le basi culturali della crescente violenza domestica in un quartiere sotto il suo controllo. Gli viene caldamente consigliato di evitare "l'imperialismo culturale" e il "razzismo", il peccato di pensare che la cultura Americana è superiore perché vieta di picchiare le mogli. Un uomo in Colorado, condannato per aver fatto schiava una donna Indonesiana, dichiarò: "Vostro Onore, non sono qui per scusarmi, perché non posso chiedere scusa per cose che non ho fatto e crimini che non ho commesso. Lo stato ha criminalizzato questi miei comportamenti [religiosi] di base". L'uomo aggiunse che lui aveva trattato quella donna nell'identico modo in cui ogni altra famiglia con le sue convinzioni culturali avrebbe trattato una figlia: chiudendola a chiave in cantina.7)

Secondo il multiculturalismo, una importante offensiva militare sarebbe "anatema". Dobbiamo permettere ai popoli con culture diverse di esprimere le loro "identità culturali" – sia che ciò comporti mangiare "falafel", intonare "Morte all'America", o far saltare in aria i loro figli nei ristoranti Israeliani.

Se uno osserva che tutto questo rende impossibile sviluppare un efficace approccio ad una crisi che continua a peggiorare, la filosofia del pragmatismo ha una spiegazione. La visione pragmatica del mondo ci spiega che la realtà è confusa e contraddittoria; per cimentaci con una realtà in continuo movimento, abbiamo bisogno di flessibilità, non di principi immutabili. Essere "di princìpi" significa solo essere un inflessibile "ideologo". Essere pratici significa muoversi col "flusso" che ci circonda, reagendo a seconda del momento, riconsiderando ad ogni svolta, ricercando il compromesso con tutti ed ognuno. Dobbiamo rispondere ad ogni situazione come ad un unico particolarissimo evento, senza legami ad altri eventi. Non ci sono lezioni da imparare dalla Storia; perfino il mondo di cinque anni fa è fondamentalmente diverso dal mondo di oggi. La politica funziona solo per tentativi, è solo "trial and error".

Forse dovremmo provare una "diplomazia di avanti-indietro": tranquillizzare un dittatore qui, corromperne uno là, fare accordi con alcuni, richiedere agli alleati di "fare pressioni" su altri. L'unico imperativo assoluto è che non dobbiamo impegnarci in una concentrata e intransigente azione militare per una stabile, interessata ed egoista vittoria pro-America. Secondo il pragmatismo, la seconda risposta, flessibile, è, ancora una volta, la scelta giusta.

L'altruismo conduce alle identiche conclusioni. Combattere per i nostri interessi – valutare le nostre vite più di quelle dei nemici – è quasi universalmente condannato oggi come egoista e, quindi, "immorale". Una guerra "morale", secondo l'altruismo, è una guerra combattuta anche a costo del proprio sacrificio, per il benessere degli altri, specialmente per i deboli. E' solo mediante una continua politica di aiuti per gli altri che possiamo raggiungere l'integrità morale. Anche una ridotta e limitata azione militare è sbagliata, se attuata per il nostro esclusivo interesse. In questa ottica, una grande potenza è buona solo quando riconosce le richieste morali di chi ha bisogno – anche dei nemici e dei loro sostenitori. Il modo per ottenere la pace non è mediante la vittoria, perché l'altruismo ("alterità") non può accettare la sconfitta degli altri. La "via per il domani" si percorre attraverso il sacrificio della nostra ricchezza, dei nostri valori e delle nostre vite alle necessità degli altri – anche di coloro che ci minacciano. Ancora, la loro libertà deve essere il nostro scopo – la loro prosperità deve essere la nostra missione – se vogliamo essere "buoni".

Oggi il pragmatismo e l'altruismo dirigono la politica estera dell'America – come hanno fatto per oltre cinquant'anni. Essere pratici significa essere pragmatici ed essere morali significa essere altruisti – questi sono gli assiomi accettati dal mondo di oggi. In quest'ottica, una risposta offensiva totale sarebbe un completo disastro – pragmaticamente perché basato su principi che non tengono conto dei costanti cambiamenti della realtà, e moralmente perché cerca la sconfitta del nemico invece del suo benessere. In base ai principi del pragmatismo e dell'altruismo l'approccio moderato, limitato e proporzionale è la nostra unica opzione.

Ovviamente, gli studenti di Storia, si saranno subito accorti che l'attacco che ho proposto – e le due possibili risposte – non era un'ipotesi. Un attacco simile è stato lanciato due volte contro l'America durante le ultime due generazioni, ed entrambe le opzioni furono sperimentate. In base ai principi del pragmatismo e dell'altruismo, la prima risposta avrebbe dovuto condurre a sempre crescenti ostilità ed a una nuova generazione in guerra con l'America, mentre la seconda avrebbe dovuto porre fine agli attacchi. Il risultato, invece, è stato precisamente l'opposto. Vediamo di esaminare il perché.

Il 7 Dicembre 1941, fummo attaccati dal Giappone, allora governato da una ideologia militaristica e religiosa, con lo scopo di creare un impero divino, con soldati talmente indottrinati da utilizzare ben presto tattiche suicide. Scegliemmo di rispondere con una offensiva spietata. Tre anni e otto mesi dopo, i Giapponesi si arresero, col loro paese distrutto, e la loro gente affamata. Cinque anni dopo gli attacchi, il Giappone ebbe una Costituzione che includeva ciò che segue (dal suo famoso Articolo 9): "Il popolo Giapponese rinuncia per sempre alla guerra come un diritto sovrano della nazione ... Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto".

Sessant'anni dopo che gli Americani eliminarono due generazioni di militaristi Giapponesi aggressivi, il Giappone è ancora un paese libero, produttivo e amico dell'America. I Giapponesi non hanno abbandonato le loro tradizioni – né alcuno gli aveva chiesto di farlo – ma non le usano più per uccidere e fare schiavi gli altri. Invece di cercare la nostra distruzione, il Giappone è diventato un alleato politico affidabile, un solido concorrente commerciale e un importante produttore economico. Invece di costruire bombe e aerei da combattimento con cui attaccarci, i Giapponesi costruiscono automobili e computers che contribuiscono immensamente a migliorare il nostro stesso standard di vita.

In assoluto contrasto, la seconda opzione – la risposta militare limitata, pragmatica e altruista – è stato l'approccio ispiratore dell'Amministrazione Bush all'attacco dell'11 Settembre 2001. Quali sono i risultati?

l'Afganistan continua a essere messo a ferro e fuoco da guerrieri sacri addestrati in Pakistan – una dittatura con armi nucleari che abbiamo dichiarato vietata alle nostre forze armate. L'insurrezione Irachena continua, con bande armate Sciite non più contrastate né da Saddam Hussein né da noi, che crescono fino a riempire il vuoto di potere politico. L'Iran diventa più sfrontato, la sua dirigenza fondamentalista ancora più loquace, il suo programma di sviluppo nucleare è reso pubblico e viene incrementato. L'Arabia Saudita – il nostro presunto alleato – finanzia scuole religiose che insegnano l'odio contro l'Occidente e addestrano un flusso senza fine di guerriglieri jihadisti. Paghiamo un balzello di due miliardi di dollari all'anno all'Egitto perché si astenga dall'attaccare Israele. Il Sudan si impegna in un genocidio agli ordini di un governo teocratico mentre la Somalia, la Nigeria e altri paesi seguono a ruota, con il loro clero tribale che distribuisce la legge islamica sotto gli alberi. La Siria – una bandito-crazia di seconda generazione, sull'orlo del collasso solo pochi anni fa – è stata fatta risorgere e resa arrogante. Gli Hezbollah si sono impadroniti del Libano del Sud. Gaza è una nuova enclave di terrore sotto il democraticamente eletto culto terrorista di Hamas. I Fratelli Musulmani stanno vincendo le elezioni in Egitto. Altri gruppi militanti anti Occidentali stanno vincendo le elezioni, distruggendo i valori Occidentali dalla Spagna all'Indonesia. In tutto il mondo – Canada, Inghilterra e Stati Uniti inclusi – cellule Musulmane ordiscono sempre nuovi attacchi e pianificano prese di potere politico, sempre celandosi dietro protezioni costituzionali che hanno giurato di distruggere. Chiunque osi denunciare o criticare l'Islam rischia di dover vivere per sempre nascosto, per paura di un omicidio sancito da un decreto religioso.

Cinque anni dopo l'11 Settembre e in assoluto contrasto con la situazione in Giappone cinque anni dopo Pearl Harbour, un religioso Islamico, Abu Bakar Ba’asyir, insegnante in una scuola Islamica a Java, e uno degli assassini dell'attentato di Bali del 2002, che fu rilasciato dalla prigionia nel Giugno 2006, adesso promuove apertamente una nuova costituzione per l'Indonesia:

Noi esigiamo uno stato Islamico, non qualche forma di Islamizzazione della società. Vogliamo che lo Stato sia Islamico, con capi Islamici, che abbiano il coraggio e la volontà di realizzare completamente la legge Islamica ...

Vogliamo uno Stato Islamico in cui la legge Islamica non rimanga solo scritta nei libri, ma venga applicata, ed applicata con determinazione. Non c'è spazio, non c'è posto per consultazioni democratiche. La legge Islamica è stabilita e decisa, e quindi, perché discutere?  Basta applicarla!

Proprio adesso stiamo elaborando i nostri emendamenti costituzionali per l'Indonesia, la struttura per uno Stato Islamico Indonesiano dove le leggi Islamiche siano applicate. Gli Indonesiani devono capire che non esiste Stato Islamico senza l'applicazione delle leggi Islamiche.8

 

Questo è Islam Totalitario – Islam-Stato – governo secondo la Legge Islamica – e sta aumentando.  Mentre questo "religioso" complotta per uno Stato Islamico, gente di paesi dove si insegna ai bambini che gli Ebrei nascono da scimmie e maiali e che Israele è un "territorio occupato" e bersaglio lecito per qualsiasi attacco, manifestano contro il così detto "pregiudizio anti-islamico". E in America, i capi di nazioni ostili tengono conferenze per costruire "ponti di comprensione" mentre a casa loro costruiscono bombe atomiche.9 I seguaci dell'Islam pretendono di essere vittime di una persecuzione, dichiarazioni che fanno a televisioni nazionali, da pulpiti e da cattedre universitarie di cui sono titolari.

Nel frattempo una situazione di assedio si è profondamente instaurata in America giorno dopo giorno. Stiamo perdendo la guerra poiché stiamo istituzionalizzando la perdita della nostra libertà, perquisendo le scarpette di anziani in sedia a rotelle pur di evitare il confronto con bellicose dittature all'estero. Nella mente di molta gente la supposta strategia "offensiva" dell'Amministrazione Bush ha screditato la vera idea di una genuina strategia offensiva nell'interesse dell'America, che è stata invocata per combattere e poi totalmente tradita. I nostri soldati tornano a casa mutilati o uccisi e la colpa è imputata all'offensiva militare e non alla sua timidezza. Per compensare le nostre debolezze all'estero, stiamo costruendo recinti elettrificati e barriere di sicurezza per tenere a bada il mondo esterno, accettando l'ideale medioevale delle città fortificate, circondate da alte mura, sotto costante minaccia di attacco, invece di distruggere la sorgente di queste minacce.

In breve, il secondo approccio, pragmatico e altruistico ha [miseramente] fallito. In cinque anni dall'11 Settembre, le motivazioni dietro gli attacchi Islamici non sono state eliminate – e questo è il reale fallimento di queste politiche. Il numero di particolari attacchi non è la misura del successo o del fallimento. Gli estremisti Islamici rimangono fisicamente intatti, spiritualmente motivati, e politicamente rafforzati. Il movimento Islamico estremista sopravvive – se pur distribuito, senza l'energico comando centrale che Al Qaeda aveva una volta, ma ancora molto attivo – e ricompare come geyser nascosti, con la jihad che esplode in posti apparentemente casuali come per un'alta pressione interna di una corrente sotterranea. La nostra accettazione del pragmatismo, la politica "per tentativi" a breve termine, la politica del "trial and error", che rifiuta i "princìpi" per principio, – come pure l'altruismo, la morale dell'auto-sacrificio – non ci hanno lasciato altro risultato possibile.

Il motivo di questo fallimento risiede nel fatto che ognuna delle idee usate per valutare le nostre opzioni è sbagliata. In tutti i casi, l'opposto dell'attuale "saggezza convenzionale" è giusto.

La Storia è chiara: la massima forza contro degli assassini fanatici è sia pratica che morale. Ci condusse ai nostri due più importanti successi di politica estera – le sconfitte di Germania e Giappone nel 1945 – e alla pace permanente con queste due nazioni, pace che oggi diamo per scontata. Una tale iniziativa fu sia pratica che morale allora ed è pratica e morale adesso – una affermazione e una difesa della vita e della civiltà.

La gente rispettosa dei diritti, quelli che non iniziano le ostilità contro gli altri, hanno il diritto di difendersi nel loro interesse – poiché hanno il diritto di vivere. Per fare ciò, devono rivolgersi ai loro nemici in un modo guidato sia da princìpi che dal proprio interesse. Ayn Rand, nel suo saggio sulla natura del governo, ha osservato una relazione vitale tra il diritto dell'uomo alla vita e il diritto all'auto-difesa:

La necessaria conseguenza del diritto alla vita di un uomo, è il suo diritto all'auto-difesa. In una società civile, la forza può essere usata solo per rappresaglia e solo contro coloro che iniziano il suo uso. Tutti i motivi che rendono moralmente iniquo l'inizio dell'uso della forza fisica, rendono l'uso della forza fisica per rappresaglia, un imperativo morale.

Se qualche società “pacifista” rinunciasse all'uso della forza per reazione, rimarrebbe impotente alla mercé del primo delinquente che decidesse di essere immorale. Una tale società otterrebbe l'opposto di ciò che desidera: invece di abolire il male, lo incoraggerebbe e lo premierebbe.10

 

Tali parole suonano particolarmente vere nel caso della guerra contro il Fondamentalismo Islamico. La conseguenza del nostro fallimento nel rispondere in modo chiaro e diretto a questi attacchi è stata precisamente di incoraggiare e premiare questo movimento. Gli abbiamo concesso un rifugio sicuro, gli abbiamo consentito di accampare vittoria per la sua continua esistenza, ci siamo appellati ai loro sostenitori per diffondere veleno anti-Americano, e abbiamo reso spavaldi coloro che vogliono combattere contro di noi. La soluzione è di rinunciare alla riconciliazione altruistica e al compromesso pragmatico, per riconoscere invece i nostri valori e per difendere a buon diritto le nostre vite. Dobbiamo sconfiggere questi nemici e possiamo farlo.

Solo dopo aver compreso che dobbiamo sconfiggere questi nemici, ci possiamo chiedere come fare. Questo punto è di vitale importanza perché il problema della correttezza morale è logicamente e psicologicamente precedente ad ogni altra questione di strategia o tattica. Se non siamo assolutamente convinti che dobbiamo sconfiggerli – se pensiamo di essere malvagi come loro, o che loro hanno lamentele legittime che giustificano i loro attacchi, o che noi siamo responsabili di una situazione che richiede moralmente un indennizzo da parte nostra – allora la nostra insicurezza morale indebolirà la nostra determinazione al combattere. Ma i fatti non giustificano una tale conclusione. Noi siamo moralmente nel giusto e i fondamentalisti Islamici sono nel torto – non soltanto per i loro metodi, ma essenzialmente per i loro valori e per i loro fini. Noi abbiamo una responsabilità morale di sconfiggerli – se vogliamo continuare a vivere. Noi possiamo e dobbiamo affrontare questa guerra con la sicurezza morale di chi combatte per la civiltà – per le condizioni di base da cui dipende la vita umana – perché questo è precisamente ciò che è in gioco.

Dato che dobbiamo vincere, come, allora, il nostro governo dovrà affrontare il Fondamentalismo Islamico? Esaminiamo ancora la sconfitta del Giappone nel 1945 come un valido e vitale precedente storico.

Questi due conflitti hanno numerose differenze sia politiche che militari e sarebbe un errore trarre lezioni tattiche dal 1945 e applicarle direttamente al conflitto attuale. Giusto per citare una di tali differenze, gli Americani nel 1941 non avevano la capacità militare di attaccare direttamente il Giappone con una superiorità soverchiante (come avrebbero potuto solo pochi anni dopo); non eravamo in grado di bombardare il Giappone né di sconfiggere rapidamente la sua marina. Fummo obbligati ad usare quel tipo di lente tattiche di fanteria, come il "saltare di isola in isola", che non sarebbero necessarie oggi. L'ingegnosità Americana creò un'esplosione di tecnologia e di possibilità di tattiche fino ad allora addirittura impossibili da sognare, tali da rendere inutile per qualsiasi Americano di essere ucciso in battaglia. Che oggi noi possediamo la capacità irresistibile di sconfiggere militarmente l'Islam Totalitario è fuori dubbio. Pertanto, ben lontano da rendere la tecnologia il fattore chiave per vincere una guerra, ciò dimostra la fondamentale importanza dell'auto-stima morale  lo stato mentale che deriva dalla consapevolezza della propria bontà ed efficienza morale – che è necessaria per usare questo potente armamento. Questo è quello che ci consentì di superare serie deficienze materiali e di superare vittoriosamente i Giapponesi nel 1945. Il problema oggi non è se abbiamo la capacità di vincere; il problema è se abbiamo l'auto-stima sufficiente e la volontà per vincere.

Le analogie fondamentali tra i due conflitti iniziano dalle motivazioni degli attacchi. I Giapponesi erano motivati da una ideologia religiosa politicizzata – lo Scintoismo – che postulava una divinità onnipotente, indottrinava i loro figli, infettava ogni aspetto della loro cultura e li condusse ad azioni militari suicide che uccisero milioni di persone. Un editto per l'educazione del 1890 – un decreto Imperiale e uno dei più influenti documenti della storia Giapponese – introdusse questa "ideologia mitico-religiosa" nella scuola, rendendo l'adorazione per l'Imperatore e la fedeltà verso lo Stato il primo scopo dell'educazione.11 Il popolo Giapponese imparò a memoria i suoi principi e fu indottrinato con quello che uno studioso Giapponese definì come "socializzazione per la morte".12 Un civile Giapponese ha osservato come, quando seppe che l'Imperatore si apprestava a rivolgersi al suo popolo – un evento senza precedenti – gli balzarono alla mente le parole che aveva imparato da bambino: "Se dovesse capitare un'emergenza, offri te stesso allo Stato con coraggio". Queste idee, profondamente interiorizzate e rese obbligatorie dalla legge, motivarono i bombardieri suicidi – i kamikaze – per lanciarsi fanaticamente contro forze Statunitensi superiori e fornirono loro la speranza per una battaglia finale contro Americani poco motivati. Questa vampata di kamikaze fu spenta dalla devastante offensiva Americana del 1945.

Il movimento Totalitario Islamico ha un simile fuoco che arde nel suo cuore – una religione autoritaria, stato-centrica, ricolma di indottrinamento educativo finanziato dallo stato, un imponente culto del suicidio in nome della divinità e dello stato, e con la speranza di una battaglia finale contro gli Americani. La chiave per spegnere questo incendio, io ritengo – il "sine qua non" indispensabile per interrompere la spirale di indottrinamento, jihad e attacchi suicidi contro l'Occidente – è di fare ciò che fu fatto contro il Giappone: rompere il potere politico della religione-stato. L'Islam Stato – l'Islam Totalitario – governato dalla Legge Islamica, deve essere annientato.

Qui bisogna ricordare un punto vitale riguardo la politica e il governo. Il governo mantiene un monopolio legale sull'uso della forza in una data zona geografica. I governi non danno consigli, ma approvano e fanno rispettare le leggi. Devono agire così per proteggere la nostra libertà di pensare e parlare – ma entro limiti stabiliti, definiti dai princìpi dei diritti individuali e codificati in una Costituzione che è la legge fondamentale della nazione. Lo scopo di un governo giusto è di proteggere i diritti dei suoi cittadini – la libertà di ogni cittadino di pensare e agire in base al proprio giudizio – usando la forza, se necessario, come deterrente contro i criminali e gli invasori stranieri.

Un governo che rivolga la forza contro i propri cittadini, specialmente per imporre loro una dottrina ideologica, subordina i diritti degli individui alle richieste dello Stato. Questo è statalismo – l'elevazione dello Stato sopra l'individuo, e l'inversione dello scopo autentico del governo. Lo statalismo è il più grande assassino della storia – surclassando tutti gli attacchi dei criminali – proprio perché è motivato da qualche forma di ideologia politica mistica. Poiché gli statalisti affermano una autorità che è superiore ai diritti dell'uomo – che sia la razza superiore del Fuehrer, la dialettica comunista o il Dio teocratico – non riconoscono il principio dei diritti individuali e la proprietà di sé stessi degli uomini della terra; piuttosto, affermano il diritto di dominare gli uomini e di uccidere impunemente chiunque disobbedisca all'ideologia o al regime.

Ciò che i sopra-citati Indonesiani – e tutti noi – devono capire è che non c'è riconoscimento di diritti individuali, non c'è Costituzione legittima, e quindi non c'è libertà, sotto qualsiasi forma di legge religiosa. La natura onnicomprensiva e totalitaria della Legge Islamica – le sue pretese di origine divina, il suo impegno di coincidere con  la volontà di Allah, e il suo scopo ultimo, di rendere ognuno sulla terra sottomesso a questa Legge – non lascia alcuno spazio ai diritti individuali o alla libertà. Questo codice è barbaro e tribale, congelato nel tempo per oltre mille anni, chiuso ad ogni razionale valutazione, ma aperto solo ad una obbedienza indiscussa (come il religioso Indonesiano aveva enfatizzato). Per imporre questo codice primitivo con la forza, bisogna introdurre la religione in ogni aspetto del pensiero e dell'azione umani  – che è lo scopo ultimo del Fondamentalismo Islamico.

Per iniziare a sottolineare la inviolabilità dei diritti individuali come il principio centrale del governo, gli ecclesiastici di ogni genere, devono essere privati del potere politico. Non ci possono essere libertà di pensiero e di parola se chi sostiene idee misticamente rivelate le può imporre con la coercizione. Solo rompendo il legame tra il potere statale e le credenze religiose lo Stato può diventare un protettore del diritto di ognuno di praticare o non praticare una religione secondo la sua volontà; solo la separazione assoluta tra religione e governo può consentire al governo di svolgere la sua giusta funzione: proteggere il diritto di ogni persona di pensare, parlare e agire secondo le sue scelte.


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Telegramma del Segretario di Stato James F. Byrnes, che trasmette le osservazioni radio di John Carter Vincent, capo dell'Ufficio degli Affari dell'Estremo Oriente, al comandante supremo delle Potenze Alleate in Giappone. Da W. P. Woodard, The Allied Occupation of Japan 1945–1952 and Japanese Religions (Leiden: E. J. Brill, 1972).


Data questa interpretazione del problema, come bisogna cominciare ad affrontare il Fondamentalismo Islamico?  Ancora una volta, c'è un precedente nella Storia. I principi di base di una politica razionale contro il Fondamentalismo Islamico – con chiare conseguenze strategiche – furono rivelati in un impressionante telegramma inviato dal Segretario di Stato Statunitense James Byrnes al Generale Douglas MacArthur, il comandante Americano in Giappone, nell'Ottobre 1945. Il telegramma stabilì gli scopi fondamentali della politica Statunitense riguardo lo Scintoismo, e ha posto, per MacArthur e i suoi sottoposti, i princìpi di base mediante i quali questi scopi dovevano essere realizzati.

Finché lo Scintoismo è una religione individuale dei Giapponesi, non deve subire interferenze. Ma se lo Scintoismo viene diretto dal governo Giapponese, come una misura realizzata dall'alto dal governo, deve essere eliminato. La gente non sarà tassata per sostenere lo Scinto Nazionale e non ci sarà posto per lo Scintoismo nelle scuole. Lo Scintoismo come religione di Stato – cioè lo Scinto Nazionale – deve andarsene . . . La nostra politica su questo problema va oltre loScinto . . . La diffusione della ideologia militaristica e ultra-nazionalistica Giapponese in ogni forma sarà completamente cancellata. E il Governo Giapponese sarà obbligato a porre fine ad ogni sostegno finanziario o di altro tipo alle organizzazioni dello Scinto.


Il telegramma mostra chiaramente la necessità della separazione tra religione e stato – tra il diritto di un individuo di seguire lo Scinto e il potere del governo di imporlo. Questa richiesta si deve applicare oggi all'Islam (e al Cristianesimo e all'Ebraismo) con la stessa forza con fu applicata allo Scinto. Per quanto riguarda il Giappone, il compito comportava rompere il legame tra Scinto e Stato; per quanto riguarda il Fondamentalismo Islamico il compito comporta la rottura del legame tra Islam e Stato. Questo è il fondamentale problema politico che oggi dobbiamo affrontare:la totale mancanza di ogni separazione concettuale o istituzionale tra chiesa e stato nell'Islam, entrambi oggi e in passato in movimento verso il Fondamentalismo.

Riguardo a quello che dovremmo fare oggi, il telegramma del 1945 è chiarissimo. Ecco il suo inizio, riscritto con la sostituzione della parola Islam al posto di Scinto:

Finché l'Islam è una religione individuale, non deve subire interferenze. Tuttavia, se l'Islam viene diretto dai governi, come una misura realizzata dall'alto da ogni governo, deve essere eliminato.


Non è in discussione qui la libertà religiosa. Non si deve interferire con le convinzioni religiose individuali – così come le libertà di pensare e parlare secondo le proprie convinzioni – ma le religioni di stato devono essere eliminate. E' di vitale importanza che questo principio sia compreso, chiaramente espresso e messo in pratica, perché è una pre-condizione per la completa e duratura sconfitta dell'attuale nemico dell'America.

Il Fondamentalismo Islamico, un'ideologia che mescola il potere dello stato con il credo religioso, deve sparire.

Ma i sostenitori del Fondamentalismo Islamico hanno il potere politico, in misura più o meno grande, in dozzine di Nazioni. Dovremmo attaccarle tutte immediatamente? Ovviamente no! Dobbiamo concentrarci sul centro politico, economico e ideologico di questo movimento – il centro che ne incarna l'essenza e che la sostiene in tutto il mondo. Ciò non significa trovare le esatte persone che organizzarono l'attentato dell'11 Settembre. La domanda è: in quale stato l'Islam è maggiormente collegato al potere politico, dedicato alla diffusione della dominazione Islamica e imbevuto di odio per l'America? Quale stato è basato su queste idee e sulla loro pratica, come princìpi fondamentali? Che lo si voglia ammettere o no, c'è una semplicissima risposta, oggi nota quasi a tutti. Oggi la colonna portante del Fondamentalismo Islamico – lo stato in cui l'Islam è più militarmente saldato al potere politico e al disprezzo per l'America e l'Occidente – il leader mondiale della diffusione violenta dell'Islam – è l'Iran.

Lo Stato Islamico dell'Iran nacque da un atto di guerra contro l'America – la presa dell'Ambasciata Americana nel 1979 – e da allora ha salmodiato "Morte all'America". Anche sette Musulmane ai ferri corti con l'Iran per motivi dottrinali, come molti seguaci di Osama Bin Laden, si ispirano a lui quando si impegnano nelle loro battaglie contro l'Occidente. A questo riguardo, il maggior effetto di Bin Laden è stato di rinforzare e irrobustire i Fondamentalisti Musulmani per superare i banali battibecchi  tra Persiani e Arabi o tra Sunniti e Sciti, e unirsi all'Iran contro il "Grande Satana": l'America. Hezbollah, Hamas, e i loro compari dipendono dall'Iran per la loro forza ideologica, politica ed economica. E' l'Iran che si rivolge alle Nazioni Unite, come un leader mondiale, è l'Iran che si è apertamene dedicato ad acquisire le armi necessarie per ottenere il controllo del Medio Oriente; è l'Iran che si atteggia a difensore dei Musulmani contro l'Occidente (per esempio mediante ecclesiastici leali in Iraq); ed è ancora l'Iran che si è potenziato da quando gli Stati Uniti hanno rimosso il suo più potente rivale della regione in Iraq.

La conclusione è inevitabile. La strada per la sconfitta del Fondamentalismo Islamico comincia a Tehran. L'America, agendo da sola e con la massima potenza, deve distruggere adesso lo Stato Islamico dell'Iran. Deve farlo apertamente e in modo spettacolare, in modo che tutto il mondo lo possa vedere, poiché questo è l'unico modo di di dimostrare il vistoso fallimento e l'evidente incompetenza del movimento fondamentalista Islamico nel suo complesso.

Tale dimostrazione deve manifestare la virtù dell'integrità – l'unità tra princìpi e azione. dal punto di vista teorico, dobbiamo annunciare apertamente le nostre intenzioni e le nostre ragioni, senza nasconderci dietro timide perifrasi diplomatiche. Dal punto di vista pratico, dobbiamo agire con decisione e con tutta la forza che riteniamo necessaria per eliminare il regime Iraniano il più presto possibile e col minimo rischio possibile per i soldati Americani. Solo quando il mondo vedrà questa dimostrazione della decisione Americana l'America comincerà a vedere pace e sicurezza.

E' vitale che l'America intraprenda questa azione per le sacrosante ragioni morali, apertamente annunciate. Non bisogna cercare una legittimità per la rimozione dello Stato Islamico dell'Iran oltre il principio del nostro diritto di difendere noi stessi. Pretendere che sia necessario qualcosa di più di questo principio, sarebbe come negare la validità del principio. Basare le nostre ragioni sul presunto vantaggio di altri, specialmente su qualche presunto vantaggio del popolo del Medio Oriente, sarebbe  come accettare una posizione di dimmitudine morale: la sottomissione morale del nostro diritto alla vita e all'autodifesa a un presunto principio più alto. Sarebbe come subordinare le nostre vite alle vite degli  ayatollah – che diventerebbero i nostri padroni. Se non possiamo attenerci al principio del nostro diritto alla vita e alla libertà contro la pretesa dei fondamentalisti Islamici che dobbiamo sottometterci alla volontà di Allah, allora non possiamo reclamare il diritto di esistere. La "debole volontà" dell'America è la grande speranza dei combattenti della jihad – come era la speranza dei guerrieri Giapponesi – ma è qualche cosa che loro non ci possono imporre. La loro unica speranza è che noi la accettiamo volontariamente. Il prezzo di questa azione sarebbe la nostra vita e quella dei nostri figli. Non ci dobbiamo sottomettere.

Eliminare questo Stato Islamico simile a un cancro, ad alta voce e apertamente, comporterebbe benefici immediati. Faremmo giustizia per le migliaia di vittime Americane del terrorismo fin dagli anni 60. Invertiremmo la deplorevole immagine che mostrammo quando gli Iraniani assaltarono la nostra Ambasciata nel 1979,  e quando fuggimmo da Mogadiscio e dal Libano – azioni che i fondamentalisti Islamici sbandierano come prova della nostra debolezza. Potremmo addirittura invertire una enorme ingiustizia de-nazionalizzando le Compagnie Petrolifere in Iran – rubate ai loro proprietari nel 1951 – e rimettendole in mano privata, sotto protezione governativa. Certamente, proteggere questi impianti da una circostante guerra civile – una protezione legittima di proprietà private, sostenute dalla credibile minaccia di una forza soverchiante – sarebbe un uso delle nostre truppe molto migliore che la protezione dai propri residenti di alcuni edifici del centro di Bagdad. Il fiume di soldi verso la jihad Islamica sarebbe interrotto.

Soprattutto, eliminando il regime in Iran, manderemmo un messaggio chiaro al mondo: L'Islam politico è finito! Gli Stati e i gruppi più deboli striscerebbero terrorizzati – come fecero solo per un po' dopo l'11 Settembre – e si nasconderebbero letteralmente in buche sotterranee. Le forze anti-totalitarie in tutto il mondo sarebbero incoraggiate alla vista di una difesa reale della vita e della libertà. Alleati, di cui non avremmo mai sospettato l'esistenza, alzerebbero la testa con fiducia e si unirebbero alla causa della libertà. La terra della libertà – rinnovata come la terra del coraggio – si rallegrerà per essere la terra della sicurezza. Affermando l'efficacia della ragione e dei diritti dell'individuo sulla incompetente e oscurantista teocrazia, l'America potrà, ancora una volta, reclamare il suo posto di guida del mondo reale e diventare un faro per chi capisce e apprezza la libertà.

Una volta realizzato questo fondamentale compito, saranno  necessarie ulteriori intransigenti politiche contro il fondamentalismo Islamico. Una riguarda il sostegno economico dello stato all'Islam, l'altra riguarda l'educazione sponsorizzata dallo stato. Il telegramma del 1945 – ancora, con Islam al posto di Shinto – affronta entrambi questi argomenti:

L'Islam, tuttavia, in quanto diretto dai governi e come misura imposta dall'alto dal governo, deve essere completamente eliminato. Il popolo non dovrà essere tassato per sostenere l'Islam e non ci deve essere posto per l'Islam nelle scuole.

 

Il mondo Musulmano deve essere forzato a capire che ogni governo che fornisce sostegno economico ai combattenti della jihad sarà immediatamente distrutto. Per garantire che questa politica sia presa sul serio, dobbiamo dimostrare che è vera, distruggendo il regime Iraniano e illustrando perché lo abbiamo fatto. Solo la evidente minaccia che "tu sarai il prossimo" può rompere la complicatissima rete di sostegno economico per la jihad che si maschera da "sviluppo economico". Non si può più giocare con i simpatizzanti Sauditi che parlano un fluido Inglese e descrivono il loro impegno come "beneficenza". Nel 2003 l'International Islamic Relief Organization (IIRO), una organizzazione benefica Saudita, sostenne di aver scavato 1,615 pozzi in Medio Oriente – ma fondò anche 4,400 moschee e distribuì milioni di libri e opuscoli Islamici. Il risultato è stata l'ostentazione, in televisione, di bambini come "Veri Musulmani", educati a considerare gli Ebrei come maiali e scimmie, e ad urlare “Allahu Akbar” e a dedicare sè stessi alla jihad.13 Questa "beneficenza" significa la raccolta di fondi per diffondere le idee e le tattiche del fondamentalismo Islamico. Ciò deve finire.

Non si può impedire questo sostegno economico statale senza affrontare uno dei cinque pilastri dell'islam: l'elemosina. Separando chiesa e stato, l'elemosina può diventare qualcosa che non c'è mai stato nell'Islam: una beneficenza veramente privata. Nella società primitiva in cui Maometto ha vissuto, non c'era il concetto di separazione tra chiesa e stato. I capi religiosi erano anche i capi politici, e il pagamento dell'elemosina era una tassa imposta dallo stato oltre che un obbligo religioso. Da allora, nulla è cambiato nell'Islam. E' ora che tutto questo coinvolgimento del governo nella così detta "beneficenza" venga interrotto. A tutti gli stati noti per aver finanziato il terrorismo contro l'Occidente deve essere vietato di imporre tasse o di provvedere finanziamenti a favore dell'Islam.

Per quanto riguarda l'educazione, il telegramma modificato del 1945, finisce come segue:

L'Islam come religione di stato – cioè il Nazionalismo Islamico – deve andarsene . . . La nostra politica su questo argomento va oltre l'Islam . . . La diffusione dell'ideologia militaristica Islamica in qualsiasi forma sarà completamente soppressa. Sarà richiesto ai Governi Medio-Orientali di interrompere ogni sostegno economico o di qualsiasi altra natura alle istituzioni Islamiche.

 

Uno dei più forti parallelismi tra lo Scintoismo Giapponese e il Fondamentalismo Islamico è il profondo indottrinamento di militarismo teologico nei bambini – una ideologia filosofica centrata sul servizio militare a uno stato divinamente sancito – e la risultante e suicida "socializzazione della morte". In entrambi i casi, lo scopo principale del sistema educativo è addestrare i bambini all'obbedienza a una presenza divina, inculcando in essi un sentimento di sottomissione e irrilevanza accoppiato alla violenza. I bambini Giapponesi memorizzavano la chiamata al dovere da parte dell'Imperatore; i bambini Musulmani indottrinati memorizzano i versetti della spada del Corano. I bambini Giapponesi si inchinavano all'Imperatore e obbedivano ai suoi generali; i bambini Islamici si inchinano ad Allah e obbediscono al suo clero. La presa dell'Islam sull'educazione deve essere eliminata, come fu eliminata la presa dello Scinto  sulle scuole in Giappone.

Dopo la distruzione del regime in Iran, la classe dirigente nei paesi che sponsorizzano questo addestramento statale nella jihad Islamica – specialmente Pachistan, Arabia Saudita ed Egitto – devono scegliere: chiudere le scuole statali o affrontare la sorte dell'Iran. Finché gli Stati Uniti non dimostrano la natura di questa scelta, mediante una seria rappresaglia contro l'Iran, collegando senza ambiguità le parole sui princìpi alle azioni pratiche, non c'è motivo per alcun capo Medio Orientale di aspettarsi serie conseguenze. Fino ad allora, hanno perfettamente ragione a considerarci una tigre di carta. Solo la evidente distruzione dello Stato Islamico dell'Iran può dimostrare la decisione necessaria per ottenere questo risultato.

Come chiarisce il telegramma, la disseminazione del militarismo è più ampia delle scuole; comprende anche i mezzi di comunicazione di massa. Evitare che il Giappone fosse una minaccia e riformare la sua società in modo duraturo, richiese la totale soppressione di ogni educazione, pubblicazione e trasmissione militaristica. Questo è parimenti necessario nel caso del fondamentalismo Islamico.

L'America oggi necessita di un "Comandante in capo" che possa capire e dichiarare questa semplice verità: in guerra non c'è il "diritto" alla libertà di parola nell'interesse del nemico. La sfilza di "notizie" evidentemente false, costruite e manipolate dai sostenitori della jihad – l'ostentazione di civili che si disperano per una casa distrutta e il disseminare bambole e giocattoli attorno a un covo di terroristi distrutto – fanno tutte parte degli atti di guerra del nemico. In guerra, il disarmo psicologico del nemico, includendo il suscitare il terrore mediante una propaganda violenta, è parte del combattimento. La riluttanza Americana a stroncare questa propaganda è interpretata dai nostri nemici, non come il rispetto per la libertà di parola, ma, piuttosto, come mancanza di volontà e come prova di debolezza. Nell'attuale situazione, gli Americani devono energicamente proibire la diffusione dell'ideologia e della propaganda militaristica ovunque compaia. Per essere chiari, Al-Jazeera – la sorgente della taqiyya Musulmana, cioè l'inganno Islamico – deve essere chiusa.

In sintesi, l'Islam Politico, l'Islam Militante, il governo secondo la Legge Islamica – e tutto il sostegno economico e intellettuale a questo associato – deve andarsene. Ciò significa che anche l'Iran deve andarsene.

La rimozione degli stati Islamici non sarà la fine del compito; molte battaglie di tipo intellettuale dovranno essere combattute. Soprattutto, gli intellettuali Occidentali devono presentare non soltanto l'aspetto negativo – il rifiuto dell'Universo Totalitario – ma anche l'aspetto positivo – una chiara spiegazione al mondo che l'impegno morale di un governo è di garantire il diritto dei suoi cittadini alla libertà di pensare e agire in base al loro insindacabile giudizio, liberi da ogni imposizione di chiesa, moschea e anche stato. Ma queste battaglie non possono essere combattute facendo finta che coloro che fanno minacce di morte invece di discussioni, stiano offrendo cose diverse da clave invece che sillogismi.

Questo non è uno scontro di civiltà, è uno scontro tra civiltà e barbarie. Fino a quando la gente civile non si imporrà con una profondità di fiducia morale superiore a quella proposta da coloro che si sottomettono alla "volontà di Allah", l'America rimarrà sempre sulla difensiva, in uno stato di "dimmitudine" morale, e la guerra continuerà fino alla sua logica conclusione: un fungo atomico sopra l'America.

E' possibile per un Islam "moderato" diventare una alternativa alla diffusa interpretazione fondamentalista che infetta così tanti Musulmani? Forse, ma dobbiamo essere chiari sul suo significato. Ciò significa un Islam il cui clero rinuncia ad ogni tentativo di imporre la sua legge con la forza. Significa un Islam che (come il moderno Cristianesimo) è aperto ad un critico auto-riesame, i cui intellettuali esaminino il Corano come una serie di racconti, compilato e interpretato da uomini – e non la infallibile parola di Dio, da diffondere con la spada. Significa un Islam che permette agli apostati di  attuare le loro scelte e che non tollera minacce di morte contro di loro. Significa l'esplicito rifiuto, da parte dei Musulmani, dello Stato Islamico, della Legge Islamica e dell'impegno per la jihad. Tali Musulmani "moderati" sosterranno l'eliminazione del Fondamentalismo Islamico. Gli altri dovranno assistere alla sconfitta di questa ideologia malefica e comprendere che il difenderla è senza speranza.

Per raggiungere questo risultato dobbiamo essere certi delle nostre posizioni; sicuri di essere nel giusto: e chiari nel nostro impegno per la libertà e la difesa dei diritti individuali. Nascondere la verità dietro un linguaggio così detto "prudente" destinato ad offuscare le nostre intenzioni non serve contro una ideologia schietta e diretta come l'Islam. Non possiamo usare la taqiyya contro i Fondamentalisti Islamici. Dobbiamo dichiarare i nostri scopi finali apertamente e in modo chiaro; dobbiamo identificare i giusti mezzi per ottenerli; e dobbiamo diventare gente di integrità – gente che agisce secondo i propri valori e le proprie convinzioni. Non ci sono sostituti per l'integrità e ciò significa che non ci sono sostituti per la vittoria.

C'era un tempo in cui tutto questa era ben compreso in America. Nel 1945, gli Americani sapevano bene che non c'era "nessun sostituto per la vittoria", come disse il Generale MacArthur nel suo discorso di addio al Congresso.  Nel 1945, gli Americani sapevano anche che il significato di "vittoria".Non era solo una parola, vuota di contenuto. Essa significava un compito specifico, e un scopo preciso. Dire oggi che il nostro scopo è "ottenere la vittoria" può essere vuoto e vano come incitare uno studente a "far bene" o un uomo di affari ad "avere successo". Cosa vuol dire "far bene"? Cosa è il "successo"? Come facciamo a sapere se abbiamo ottenuto la "vittoria"? Il problema è: che cosa in realtà dobbiamo ottenere dal nemico? 

La storia ci offre ancora un altro esempio. Le parole pronunciate da Franklin Delano Roosevelt, che definivano le condizioni della vittoria, e che lui mantenne salde con intransigenza per oltre due anni, sono "Resa senza condizioni". Garantire una pace duratura al mondo, disse Franklin Delano Roosevelt:

comporta la semplice formula di definire l'obiettivo di questa guerra in termini di una resa senza condizioni. ... La resa senza condizioni non significa la distruzione ... del popolo Giapponese, ma significa la distruzione di una filosofia ... che è basata sulla conquista e sulla sottomissione di altri popoli. 

In altre parole, continuò Franklin Delano Roosevelt:

Abbiamo imparato che se non strappiamo le zanne dei predatori del mondo, essi si moltiplicheranno e diventeranno più forti ... [essi] devono essere disarmati e tenuti senza armi e devono abbandonare la filosofia che ha procurato così tante sofferenze al mondo intero.14

 

Il termine "Resa Incondizionat" è stato strettamente legato al Generale della Guerra Civile Ulysses S. Grant, che esigeva “nessuna condizione tranne una resa immediata e senza condizioni” dal suo nemico Sudista a Fort Donelson, Kentucky. Per questa vittoria, Grant fu soprannominato “Resa Incondizionata” Grant. Per gli Americani del tempo, “U. S.” significava sia Ulysses S. Grant, sia United States [Stati Uniti], sia Unconditional Surrender [Resa Incondizionata]. Gli Americani non pretendevano nulla se non la vittoria e identificavano la vittoria con la loro propria identità come nazione.

Questo è quello che dobbiamo riconquistare oggi: la percezione di noi stessi come diritto di superare vittoriosamente un nemico brutalmente malvagio. Dobbiamo pretendere la resa senza condizioni dello Stato Islamico in Iran – e di ogni altro Stato Fondamentalista Islamico al mondo – alle legittime leggi dell'uomo, le leggi che proteggono i diritti individuali. Ogni religioso Islamico deve rinunciare allo scopo di incitare il suo pubblico alla jihad; deve proclamare forte e chiaro il suo ripudio della legge Islamica; deve affermare con chiarezza la sua intenzione di vivere sotto la legge degli uomini secondo le esigenze della vita dell'uomo sulla terra. Ogni intellettuale Musulmano deve denunciare lo Stato Islamico come una aberrazione e una mostruosità, come una entità contraria alle esigenze di vita sulla terra. L'unica alternativa può essere solo l'immediata distruzione personale.

Se fosse vero che la maggioranza dei popoli del Medio Oriente vogliono una vita libera e rispettabile – come fece la maggioranza dei Giapponesi dopo l'Agosto 1945 – allora si dovrebbe rallegrare per l'eliminazione dell'Islam Fondamentalista. Esulterebbero per la libertà di poter decidere e disporre liberamente delle loro vite. Reagirebbero, come fecero i Giapponesi, sostenendo un governo costituzionale che rifiuti la guerra, eliminando la religione di stato dalle scuole, cancellando il militarismo dai mezzi di comunicazione di massa e costituendo società piuttosto che culti suicidi. Ma se non fosse così, la resa incondizionata del Fondamentalismo Islamico deve essere correttamente inteso come "la sua sconfitta politica": non ci saranno negoziati sul posto dell'Islam nel governo, perché l'Islam non ha quel posto.

Gli Americani, e tutti gli amanti della civiltà, devono rendersi conto di una cosa: lo possiamo fare. Non si tratta di un'idea Platonica, buona in teoria, ma irrealizzabile in pratica. Noi Americani possiamo – e dobbiamo – ristabilire la nostra integrità associando ai nostri ideali le nostre azioni. La storia sta dalla nostra parte. In termini relativi, le forze che agli Americani e i loro alleati dovettero affrontare nel 1941 erano molto più ingenti di quelle che dobbiamo affrontare oggi, e allora l'America era, militarmente, molto più debole. Ai nostri giorni, la superiorità tecnologica e industriale degli Stati Uniti rispetto al Medio Oriente è sbalorditiva. I guerrieri Islamici possono sparare con un AK-47 [fucile mitragliatore russo "Kalashnikov", N.d.T.], ma non possono costruirne uno; tutte le armi possedute dagli stati Islamici non provengono da alcuno di questi paesi. Sono deboli in modo patetico; l'esercito Americano eliminò il regime di Saddam Hussein in tre settimane, dopo che l'Iran non era riuscito a sconfiggerlo in otto anni.  Il nostro insuperabile vantaggio materiale, tuttavia, non ci servirà a nulla se ci mancherà la volontà di sganciare una bomba, o se usiamo la nostra potenza per rinforzare i nostri nemici. Quello che capitò con la Germania e il Giappone negli anni '30, sta succedendo ancora oggi: il potere del Fondamentalismo Islamico continua a cresce per ogni giorno che noi aspettiamo. L'equilibrio strategico si sposterà – i fondamentalisti Islamici avranno la capacità, oltre che la volontà, di realizzare l'Armageddon nucleare a cui anelano così profondamente – se l'Iran acquisisce l'arma atomica. Non è un atto di gentilezza aspettare, sapendo che la nostra risposta dovrà essere ancora più mortale dopo che un fungo atomico sia comparso sul suolo Americano. Aspettare, alla luce di questa consapevolezza, è irrazionale, criminosamente irrazionale.

La necessità di capire  la gravità della situazione – e la nostra capacità  di prevenire una catastrofe – è particolarmente urgente in un momento come l'attuale. E' ovvio che la sconfitta dei Repubblicani nelle elezioni di "medio-termine" nel 2006 fu un rifiuto della politica del Presidente Bush in questa guerra. Ma è ancora più importante capire che il Presidente Bush non ha attuato una strategia offensiva e che una strategia offensiva non è la causa per cui le truppe Americane stanno morendo in Iraq. Non c'è stato nessun percorso per la vittoria, ma solo una serie di incidenti e un progressivo scoraggiamento del popolo Americano. Ecco il risultato: abbiamo reso più forte il nostro principale nemico, e gli abbiamo permesso di  rivolgersi al mondo come un capo, proprio a New York, a pochi isolati di distanza da Ground Zero (E' come aver dato questo privilegio a Hitler!). La strategia di guerra di Bush di "non guerra" ha prodotto una paralisi funzionale causata dalla nostra auto-imposta incapacità di riconoscere e affrontare nemici palesi e dichiarati.

Ciò che è stato rinnegato in modo inoppugnabile dal comportamento dell'Amministrazione Bush, non è stata la prima opzione che ho esposto, ma la seconda. Ciò che è stato tentato e che ha fallito è la politica altruista e pragmatica di una Amministrazione che tenta disperatamente di sembrare dura ma evitando disperatamente di esserlo. I Democratici – il Partito che vinse la Seconda Guerra Mondiale sganciando due bombe atomiche –  hanno un'opportunità di riconquistare di fronte al popolo Americano una posizione di alta statura morale. Se non lo faranno – se scegliessero di ritirarsi – la loro riluttanza  a valutare la vita dei cittadini Americani più di quella di nemici stranieri sarà evidente, e i Democratici non saranno giudicati migliori, né più integri, né più coraggiosi, né più Americani dei Repubblicani.

Le nostre capacità militari oggi non sono in dubbio. La questione oggi è la moralità della nostra fiducia in noi stessi. Cosa ci impedì di affrontare l'Iran nel 1979, se non la mancanza di fiducia nella giustezza della nostra causa e la riluttanza a difenderci nel nostro esclusivo interesse? Se avessimo rimosso il regime Iraniano nel 1979, migliaia di Americani sarebbero stati salvati e bambini in tutto il mondo non sarebbero cresciuti con la mente ripiena dei versetti Coranici della spada, mentre consacrano le loro vite alla jihad. Consideriamo i Giapponesi. e chiediamoci se sarebbe stato nel nostro interesse aver lasciato al potere il regime del 1945, per continuare a predicare il militarismo religioso e per addestrare kamikaze. La cosa migliore che gli Americani fecero nel loro interesse (e, incidentalmente, la più grande cortesia per gli stessi Giapponesi) fu distruggere completamente quel regime.Così è oggi. Lo Stato Islamico – il Fondamentalismo Islamico – deve sparire. E deve essere responsabilità morale di ogni Americano pretenderlo.

Nota dell'Autore: Questo articolo è stato ricavato da una conferenza presentata al Congresso del Ayn Rand Institute OCON “La Jihad Contro L'Occidente.” a Boston, MA, il 21 Ottobre, 2006.

Nota del Traduttore: Pur essendo tipicamente rivolto ad un pubblico Statunitense, l'articolo del Prof. Lewis affronta in modo magistrale i problemi posti dal Fondamentalismo Islamico e le possibili soluzioni per contrastarli. L'originalità dell'analisi mostra che le soluzioni scelte e proposte agli Stati Uniti sono valide anche in altri contesti (come Europa e Israele) specie se considerate nel quadro di una alleanza Occidentale. Questo è il motivo per cui ho considerato importante tradurre il lungo articolo del Prof. Lewis e renderlo disponibile al grande pubblico Italiano. Esso fornisce elementi teorici e pratici, di tipo storico, sociologico, filosofico e morale che ci consentono la formazione di opinioni e giudizi motivati (oltre ad essere anche molto interessante).

Devo altresì precisare che il termine "Fondamentalismo Islamico" è stato da me usato per tradurre l'originale "Islamic Totalitarianism", con il quale l'Autore ha voluto rimarcare la caratteristica intrinseca antidemocratica dell'Islam, contraria alla priorità dei diritti dell'individuo rispetto ai princìpi teocratici che lo Stato Islamico è obbligato a mettere in pratica, anche se in contrasto con la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo, e da cui deriva la sua legittimità. In questo senso deve essere inteso in questo contesto, il termine "Fondamentalismo" Islamico e non come la contrapposizione di un Islam Fondamentalista rispetto a un Islam Moderato, che secondo il Prof. Lewis non esiste ancora, a meno che sia completamente confinato alla sfera privata dei singoli individui.



Endnotes

1 Senjinkun, or the Japanese Field Service Code, substituting “our deity” for “the Emperor.” In John Dower, Embracing Defeat (New York: Norton, 1999), p. 277.

2 Koran 9.5, 29.

3 The Potsdam Declaration, July 26, 1945, adapted to remove references to Japan, http://www.isop.ucla.edu/eas/documents/potsdam.htm.

4 Remarks at the Islamic Center, Washington, September 17, 2001, http://www.whitehouse.gov/news/releases/2001/09/20010917-11.html.

5 November 19, 2001, http://archives.cnn.com/2001/US/11/19/rec.bush.ramadan/index.html.

6 Associated Press, “Zilmer: U.S. ‘Stifling’ Iraq Insurgency,” New York Times, September 12, 2006, http://www.nytimes.com/aponline/world/AP-Iraq-Anbar.html?_r=1&oref=slogin.

7 Associated Press, August 31, 2006, http://www.nytimes.com/aponline/us/AP-Slavery-Charges.html?_r=1&oref=slogin.

8 Quote from Middle East Media Reports Special Dispatch #1285, September 8, 2006, from Al-Jazeera.net, August 21, 2006. Story at “Profile: Abu Bakar Ba’asyir,” BBC News, June 14, 2006, http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/asia-pacific/2339693.stm.

9 President Bush may have condoned the visit of Mohammad Khatami, former president of Iran: “WSJ: Bush Personally Signed Off on Khatami Visit to U.S.,” Reuters, September 9, 2006.

10 Ayn Rand, “The Nature of Government,” Capitalism: The Unknown Ideal (New York: Signet, 1986) p. 331.

11 Dower, Embracing Defeat, pp. 33–34. On the educational rescript and post-1945 reforms, see Takemae Eiji, The Allied Occupation of Japan (New York: Continuum, 2003), pp. 347–371; William P. Woodard, The Allied Occupation of Japan 1945–1952 and Japanese Religions (Leiden: E. J. Brill, 1972), chapter seventeen.

12 Tsurumi Kazuko, cited by Dower, Embracing Defeat, p. 87.

13 Kenneth R. Timmerman, “Saudi Wealth Fuels Global Jihadism,” Insight on the News, Nov. 11, 2003, http://www.freerepublic.com/focus/f-news/1009661/posts. The Middle East Media Report Institute, report of May 7, 2002, has an IQRAA television clip of a young girl, calling Jews “pigs and apes” and a commentator praising her as a “true Muslim,” http://switch5.castup.net/frames/20041020_MemriTV_Popup/video_480x360.asp?ai=214&ar=924wmv&ak=null.

14 Ann Armstrong, Unconditional Surrender (New Brunswick: Rutgers University Press, 1961), pp. 12, 18, emphasis added.

 

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