Bloggando il Corano: Sura 9, “Il Pentimento”, Versetto 29, Parte 2
di ROBERT SPENCER (9, Dicembre, 2007)
Traduzione di PAOLO MANTELLINI
Il Versetto 29 della Sura 9 del Corano, come abbiamo visto la settimana scorsa, ordina che i Musulmani combattano contro gli Ebrei e i Cristiani "finché non paghino la jizya [tassa pro-capite] con volontaria sottomissione e sentendosi soggiogati".
Asad, Daryabadi e altri commentatori Occidentalizzanti affermano che la jizya era soltanto una tassa per l'esenzione dal servizio militare. Asad spiega: “ogni Musulmano fisicamente idoneo è obbligato a impugnare le armi nella jihad (cioè, in una guerra giusta per la causa di Dio) ogniqualvolta la libertà della sua fede o la sicurezza politica della sua comunità è minacciata ... Poiché questo è, prima di ogni altra cosa, un obbligo religioso, i cittadini non Musulmani, che non accettano l'ideologia Islamica, non possono giustamente essere tenuti a sopportare un tale fardello". Ma passano sotto silenzio l'ultima parte del Versetto 29, che ordina l'umiliazione dei non Musulmani.
Spiegando come Ebrei e Cristiani devono "sentirsi sottomessi", Ibn Kathir cita un detto di Maometto: "Non iniziare il Salam [saluto di pace] con gli Ebrei e i Cristiani e se incontri in una strada uno qualsiasi di loro, costringilo a passare nel vicolo più stretto". Poi continua citando il notissimo Patto di Omar, un accordo stipulato, secondo la tradizione Islamica, tra il Califfo Omar, che governò i Musulmani tra il 634 e il 644, e una comunità Cristiana.
Questo Patto merita di essere esaminato da vicino, perché diventò la base della legge Islamica sul trattamento dei dhimmi. Senza quasi nessuna variazione degna di nota, lungo la storia Islamica ogni qual volta la legge Islamica era applicata con rigore, questo era il modo in cui di solito i non Musulmani erano trattati. Analizzando il testo completo, come Ibn Kathir lo riporta, queste sono le condizioni che i Cristiani accettano in cambio di "sicurezza per noi stessi, i nostri figli, le nostre proprietà e per i seguaci della nostra religione" - condizioni che, secondo Ibn Kathir, "assicurarono la loro continua umiliazione, mortificazione e vergogna". I Cristiani non possono:
1. Costruire "un monastero, una chiesa o un santuario per i monaci”;
2. “Riparare qualsiasi luogo di culto che necessiti di restauri”;
3. Usare questi luoghi “per scopi di inimicizia versi i Musulmani”;
4. “Nascondere spie contro i Musulmani nelle nostre chiese e nelle nostre case o occultare inganni [o tradimenti] contro i Musulmani”;
5. Imitare “gli abiti, i cappelli, i turbanti, i sandali, le acconciature, il modo di parlare, i soprannomi e i titoli dei Musulmani”;
6. “Cavalcare sulla sella, allacciare spade sulle spalle, procurarsi armi
di qualsiasi tipo o portare queste armi”;
7. “Scrivere le nostre insegne in Arabo”
8. “Vendere liquori” – I Cristiani in Iraq negli ultimi anni si scontrarono con i Musulmani che riaffermavano questa regola;
9. “Insegnare il Corano ai nostri figli”;
10. “Rendere pubbliche le pratiche di Shirk” – cioè, di associare compagni ad Allah, tipo considerare Gesù figlio di Dio. In altre parole, le pratiche religiose Cristiane o di altri culti, saranno private, se non addirittura praticate di nascosto;
11. Costruire “croci all'esterno delle nostre chiese e ostentare le croci e i nostri libri in pubblico nelle fiere e nei mercati dei Musulmani” – ancora, il culto Cristiano non deve essere pubblico, dove i Musulmani possono vederlo ed esserne irritati;
12. “Suonare le campane nelle nostre chiese, eccetto che con discrezione, o alzare la voce recitando le nostre preghiere entro le nostre chiese, alla presenza di Musulmani, né alzare le nostre voci [in preghiera] durante i nostri funerali, o accendere torce durante le nostre processioni funebri nei quartieri dei Musulmani o nei loro mercati”;
13. “Seppellire i nostri morti vicino a quelli dei Musulmani”;
14. “Comperare schiavi catturati dai Musulmani”;
15. “Invitare nessuno allo Shirk” – cioè, fare proseliti, benché i Cristiani fossero già d'accordo;
16. “Ostacolare chiunque dei nostri compagni ad abbracciare l'Islam, se così decidesse”. Così i Cristiani possono essere oggetto di proselitismo, ma loro non possono diffondere la loro religione;
17. “Picchiare un Musulmano”.
Invece i Cristiani devono:
1. Permettere ai Musulmani di riposare “nelle nostre chiese, sia di giorno che di notte”;
2. “Aprire le porte [delle nostre case di preghiera] per i viandanti e i passanti”;
3. Garantire vitto e alloggio per tre giorni per “quei Musulmani che vengono come ospiti”;
4. “Rispettare i Musulmani, alzarsi dai nostri sedili se decidono di sedersi
al nostro posto” – sfumature alla Jim
Crow [legge USA che regolava i rapporti tra bianchi e negri negli Stati del
Sud dal 1876 al 1965; N.d.T.];
5. “Tagliare la parte anteriore della nostra capigliatura, indossare ovunque i nostri abiti tradizionali, allacciare cinture attorno ai nostri fianchi” – ciò per consentire ai Musulmani di riconoscere un non Musulmano ed evitare l'errore di salutarlo con As-salaamu aleikum, “La pace sia con te” che è il saluto di un Musulmano per un fratello Musulmano;
6. “Dare informazioni ai Musulmani ma evitare di disturbare la loro
privacy nelle loro case”.
I Cristiani giurarono: "Se noi infrangeremo una sola di queste promesse che abbiamo fatto per il vostro benessere e contro il nostro, allora la nostra Dhimma (promessa di protezione) è rotta e voi potrete farci quello che è consentito fare alla gente inaffidabile e ribelle.
Ovviamente, il Patto di Omar è un documento del settimo secolo. Ma l'imperativo di sottomettere i non Musulmani come ordinato dal Corano 9:29 e specificato in pratica da questo Patto diventò e rimase parte della Legge Islamica. Nel diciannovesimo secolo le potenze Occidentali iniziarono a fare pressioni sull'ultimo impero Islamico, l'Impero Ottomano, per abolire la dimmitudine. All'inizio del diciannovesimo secolo a Bagdad, lo Sceicco Syed Mahmud Allusi (1802-1853), autore del noto commentario del Corano Ruhul Ma’ani, lamenta che i Musulmani sono diventati così deboli che i dimmi pagano la jizya mediante agenti, invece di portarla loro stessi a piedi. Nel suo Tafsir Anwar al-Bayan, il Mufti Indiano del ventesimo secolo, Muhammad Aashiq Ilahi Bulandshahri, si lamenta che "il sistema della Espiazione (Jizya) non è assolutamente praticata dai Musulmani. Ed è certo una sventura che, non solo gli Stati Musulmani abbiano paura di imporre l'Espiazione (Jizya) sugli infedeli (kuffar) che vivono nel loro paese, ma che concedano a loro maggiori diritti di quelli che concedono ai Musulmani e che li rispettino di più. I Governi non riescono a capire che Allah desidera che i Musulmani non mostrino alcun rispetto agl'infedeli (kafir) e che non devono accordare loro nessun diritto speciale".
L'influente teorico della jihad del ventesimo secolo, Sayyid Qutb (1906-1966) sottolinea che queste regole dovrebbero essere ripristinate, perché "questi Versetti furono rivelati come una regola generale e l'ordine di combattere i popoli che seguono le precedenti rivelazioni fino a che non paghino la tassa di sottomissione con mano zelante e non siano soggiogati, è anch'esso di primaria importanza" (All'Ombra del Corano, Vol. VIII, p. 126).
Allo stesso modo, il jihadista Pachistano, scrittore e attivista, Syed Abul A’la Maududi (1903-1979) dichiara che "semplicemente, il fatto è che, secondo l'Islam, ai non Musulmani è stato consentito di stare fuori dalla comunità Islamica, e di aderire alle loro fabbricate e false credenze, se così desiderano". Ciò evita ogni possibile contraddizione tra la sua interpretazione del Versetto 29 e 2:256, "Non c'è costrizione nella religione". Maududi continua dichiarando che gl'infedeli "tuttavia, non hanno assolutamente alcun diritto di reggere le redini del potere in nessuna parte della terra di Dio né di dirigere gli affari collettivi dell'umanità secondo le loro dottrine mal concepite. Perché, se una tale opportunità fosse a loro concessa, ne conseguirebbe corruzione e delinquenza. In una tale situazione i credenti hanno l'obbligo di fare il loro massimo possibile per rimuoverli dal potere politico e di farli vivere sottomessi al modo di vita Islamico" (Verso la Comprensione del Corano, vol. III, p. 202).
La prossima settimana: Perché sia gli Ebrei che i Cristiani sono maledetti da Allah
[Versioni Italiane del Corano possono essere trovate qui (versione dell'UCOII di Hamza Piccardo), qui (con recitazione .mp3 in Arabo, Italiano e altre lingue), qui e qui. Esistono anche molte edizioni a stampa del Corano in Italiano; N.d.T.]
Sura IX
At-Tawba
( Il Pentimento o la Disapprovazione)
Post-Eg. n°113 a parte i due ultimi versetti, di 129 versetti .
Questa sura, penultima ad essere rivelata, ha due nomi che derivano dai versetti 1 (Il disconoscimento) e 118 (Il pentimento). Sua particolarità il fatto che, unico caso in tutto il Corano, non inizia con la basmala (In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso). E’ possibile che questa omissione sia relativa alla considerazione generale del contenuto della sura, che denuncia inequivocabilmente ogni accordo di non aggressione stipulato con i pagani, vieta loro il pellegrinaggio alla Mecca, la frequentazione del Sacro Tempio e interdice la preghiera sulle loro spoglie mortali.
29. Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo*, e siano soggiogati.
*[“il tributo” (jizya): è il tributo di capitolazione con il quale giudei e cristiani riconoscevano lo Stato islamico. Il pagamento della “jizya” conferiva loro lo status di “dhimmîy” (protetti) e con il quale ottenevano il diritto di vivere in pace e in sicurezza nello Stato islamico. Ai tempi del Profeta, l'ammontare della “gizya” annua era pari a dieci dirham (circa 30 grammi d'argento) per ogni uomo adulto (donne, bambini, schiavi e poveri erano comunque esenti) e corrispondeva a dieci giorni di mantenimento alimentare]