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la forma dell'acqua privatizzazioni in itinere 26.06.2007
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placido altimari  26 giugno 2007  webalice.it/placidoaltimari

LA FORMA DELL’ACQUA


Che forma ha l’acqua? E Camilleri, nel suo racconto “La forma dell’acqua”, spiegava che l’acqua acquista la forma del contenitore in cui è posta. Scrivere sull’acqua (arduo compito!), pretendendo descriverla (H2O o H2nonHO?) implica definirne la forma, ovvero individuare il suo contenitore. Chi contiene l’acqua? Ovvero: di chi è l’acqua?
La proprietà è una condizione giuridica sancita da un atto giuridico giustificato da una fonte normativa acclarata e condivisa. È il diritto a definire i termini, le modalità, e le condizioni della liceità del contratto giuridico. Un contratto che supponga o preveda atti o proventi illeciti è automaticamente nullo. Viceversa, delle obbligazioni lecitamente assunte è la società tutta –coi suoi istituti- a prenderne carico, ingiungendone l’assolvimento.
Di chi è l’acqua secondo il diritto positivo vigente?

Art. 42 costituzione italiana: “la proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo stato, ad enti o a privati”.
Art. 32 legge costituzionale n° 2 / 1948 –statuto d’autonomia siciliana: I beni di demanio dello Stato, comprese le acque pubbliche esistenti nella Regione, sono assegnati alla Regione eccetto quelli che interessano la difesa dello Stato o servizi di carattere nazionale”.
Art. 14 legge costituzionale n° 2 / 1948 –statuto d’autonomia sicilianal' assemblea, nell' ambito della regione e nei limiti delle leggi costituzionali dello stato, senza pregiudizio delle riforme agrarie e industriali deliberate dalla costituente del popolo italiano, ha la LEGISLAZIONE ESCLUSIVA sulle seguenti materie: a) agricoltura e foreste; b) bonifica; c) usi civili; d) industria e commercio; e) incremento della produzione agricola ed industriale; valorizzazione, distribuzione, difesa dei prodotti agricoli ed industriali e delle attività commerciali; f) urbanistica; g) lavori pubblici, eccettuate le grandi opere pubbliche di interesse prevalentemente nazionale; h) miniere, cave, torbiere, saline; i) ACQUE PUBBLICHE, in quanto non siano oggetto di opere pubbliche d'interesse nazionale; l) pesca e caccia; m) pubblica beneficienza ed opere pie; n) turismo, vigilanza alberghiera e tutela del paesaggio; conservazione delle antichità e delle opere artistiche; o) regime degli enti locali e delle circoscrizioni relative; p) ordinamento degli uffici e degli enti regionali; q) stato giuridico ed economico degli impiegati e funzionari della regione, in ogni caso non inferiore a quello del personale dello stato; r) istruzione elementare, musei, biblioteche, accademie; s) espropriazione per pubblica utilità”.
Art. 17 legge costituzionale n° 2 / 1948 –statuto d’autonomia siciliana: “Entro i limiti dei principi ed interessi generali cui si informa la legislazione dello Stato, l' Assemblea regionale può, al fine di soddisfare alle condizioni particolari ed agli interessi propri della Regione, emanare leggi, anche relative all' organizzazione dei servizi, sopra le seguenti materie concernenti la Regione: a) comunicazione e trasporti regionali di qualsiasi genere; b) igiene e sanità pubblica; c) assistenza sanitaria; d) istruzione media e universitaria; e) disciplina del credito, delle assicurazioni e del risparmio; f) legislazione sociale: rapporti di lavoro, previdenza ed assistenza sociale, osservando i minimi stabiliti dalle leggi dello Stato; g) annona; h) assunzione di pubblici servizi; i) tutte le altre materie che implicano servizi di prevalente interesse regionale”.

La civiltà dei popoli è misurata –come in uno specchio- dalla civiltà del diritto. Quando il diritto proclamato è difforme dagli usi dei popoli…: o è bugiardo il diritto, o sono criminali i popoli.
L’acqua siciliana appartiene all’Assemblea regionale siciliana, interprete legislativo degl’interessi e della volontà del Popolo Siciliano. Dal cielo® (marchio registrato) piove l’acqua, poi raccolta in invasi, quindi convogliata per mezzo di acquedotti alle reti urbane fino a raggiungere le singole utenze. Le infrastrutture che permettono ciò sono l’accumulo di esperienze e di investimenti che per secoli le Comunità hanno costruito intorno ai luoghi della vita. Della vita urbana come della vita agricola. Pozzi, gebbie, saie, parlano di una relazione sapiente fra l’Uomo e l’acqua, fatto di rispetto, di condivisione, di conoscenza delle meccaniche della natura e delle sue sorprendenti manifestazioni nelle fonti, nei pozzi, nei fiumi sotterranei. Una conoscenza che sapeva giocare col mito e costruire economie, fino ad assurgere ad arte. E mentre la fontana dell’Amenàno schiude l’abisso d’una segreta città fluviale, kiddha dhù Liothru ne illustra i protagonisti cingere la base da cui si erge, possente, l’Elefante.
Di chi è l’Amenàno? Se ci si dirige verso la pescheria, discesi pochi gradini, si troverà una fontana sopravvissuta al terremoto del ‘600, poco distante dall’arco di Carlo V°, re di Sicilia, nel cui impero non tramontava mai il sole.
Di chi è Carlo V°? Akkuntu a-kamorra ni futtenu a Federico I° di Sicilia e II° del Sacro romano impero. Per rendergli omaggio bisogna pagare il tiket. Cosa ancora più oltraggiosa per il fatto che lo scempio si compie in un tempio cristiano! A ogn’uno la propria responsabilità e la propria vergogna! È stata privatizzata la storia, è stato privatizzato il suolo pubblico urbano, e per battere i marciapiedi le puttane extracomunitarie regolarizzate applicheranno al culo il tagliando blu di Sostare. Com’è potuto succedere?
È bene capire che un altro impero detta le leggi sulla nostra Terra non più Regno né più nostra.

Art. 3 A-1 del trattato che istituisce l’Unione Europea: (…) l’azione degli stati membri comprende (…) l’adozione di una politica economica (…) condotta conformemente al principio di una economia di mercato aperta e in libera concorrenza”.


In questa norma è racchiusa l’essenza dell’Europa. E non c’è bisogno di scavare tanto per carpirne le radici. La conseguenza della sua applicazione, marcatamente manifesta da Mastricht in poi, è stata la privatizzazione di tutti i servizi a gestione pubblica. Energia, trasporti, telecomunicazioni, sono stati così risucchiati nella logica del mercato e della concorrenza, aprendo nuove frontiere all’investimento privato. Il quale, avendo come controparte funzionari democraticamente da lui stesso eletti, ha potuto beneficiare di qualche distrazione contabile ed estimativa. Come nel caso della svendita dell’IRI, di quella della SIP, nonché dei “casi” Cirio e Alfa Romeo, che precedono solo di un po’ quello dell’Alitalia. (Non c’è ancora stato? Appena si verificherà il governo Prodi –raggiunto l’obbiettivo- potrà anche cadere!). Ma mentre nel comparto della produzione di beni il passaggio di proprietà è attuato nella chiarezza di una totale dismissione pubblica, nella produzione di servizi la dismissione solo parziale fomenta una ambiguità permanente e pervasiva. Eloquente la tragedia delle FS, le quali non servono più alla funzione pubblica –ancorché formale- di trasporto di persone e merci, ma alla funzione privata di dirottamento degli investimenti –ancora pubblici- nelle casse dei tanti appaltatori privati che sguazzano nelle gare per faraoniche opere di inutilità suprema. Le “lenzuola d’oro” (ve le ricordate?) risultano però scomode ai viaggiatori, e le riforme trenitalia producono lo scientifico disservizio atto all’allontanamento di una utenza che offesa e umiliata si converte alla Fiat. E intanto i treni corrono (a costo pubblico) su binari posti e pagati dai nostri padri, dai nostri nonni, e dai nostri bisnonni. Quanto costa un secolo e più di ferrovie? Chi le ha pagate? E a quanto le hanno comprate?
La forma dell’acqua. L’Uomo è formato per più del 70% di acqua. L’acqua assume la forma dell’Uomo. E a quel 70% debbono provvedere tutti, ricchi e poveri. Voler includere i servizi idrici nell’alveo del libero mercato e della concorrenza, se da una parte presuppone l’implicita privatizzazione del 70% dell’Uomo, dall’altra ammette la possibilità di una concorrenza in un mercato libero. Ciò sarebbe anche possibile se la libera impresa fosse in grado di fabbricarla, l’acqua! Ma l’acqua non si fabbrica: si raccoglie, si convoglia, si distribuisce. E tutto ciò per mezzo di infrastrutture di proprietà pubblica. Il fatto che queste infrastrutture siano obsolete e diseconomiche, e che il comparto idrico fa acqua da tutte le parti, crea la condizione per costruire il teorema del project financing con cui si delega all’investitore privato la gestione e la ristrutturazione degli impianti. Ad essi si garantisce il 3,5% di interesse trentennale sul capitale investito, il cui importo verrà tratto dalle tariffe praticate all’utenza. Tariffe apparentemente concordate già nel capitolato d’appalto (si va da 1,30 fino a 1,50 € a metro cubo contro la media attuale di 1,16 €). Apparentemente, visto le imprese aggiudicatici hanno facoltà di segnare riserve per costi imprevisti, e di chiedere perizie di variante per adeguare i prezzi. Prezzi che l’utenza sarà comunque costretta a pagare sottostando al monopolio, non potendo fruire di alcun regime di concorrenza. L’acqua infatti non riconosce copyright, e gli acquedotti pubblici esistenti seguono le logiche dell’orografia e dell’idrografia, per cui ogni territorio beneficia di un solo unico sistema idrico. Cosicché, contraddetta la concorrenza, e negato il libero mercato, dell’art. 3 A-1 resta solo la scusa. Cioè la trasgressione.
La violazione della legge, che il processo di privatizzazione delle acque presuppone, è reso possibile dal concorso di un insieme di soggetti orbitanti attorno all’acqua. (Zanzare?). Prima di imbarcarci nell’argomento, per non naufragare in amene affermazioni di principio –sublimi, e non prive di consistenza giuridica-, è necessario individuarli, evidenziando quanto astutamente taciuto dagli abili acrobati che –uno alla volta, e ogn’uno interpretando un interesse di parte- volteggiano sul trapezio del circo acquatico.
Da una parte la pubblica amministrazione, depositaria della titolarità e delle funzioni gestionali del servizio idrico, e pertanto soggetto formalmente legittimato a delegarle in concessione a soggetti anche non-pubblici. Ma la pubblica amministrazione non è una identità univoca, e neanche semplice interprete degli interessi pubblici formalmente rappresentati. Lo stato, la Regione, gli ATO (ambito territoriale ottimale), le Province, i Comuni, sovrappongono e sottintendono gli interessi privati (o demandati) della loro dirigenza. La quale anch’essa non è univoca, bensì effetto di aggregazioni suggerite o costrette dalle circostanze. Le gestione democratica della Pubblica Amministrazione si esprime e si dissolve nelle infinite trame di relazioni (istitutive e gestionali) con soggetti ad essa esterni, ma non estranei, con un coinvolgimento alternatamene attivo e passivo. La ragione pubblica della Pubblica amministrazione è così presto ridotta a pretesto privato. Mentre la partecipazione democratica viene totalmente arruolata nei pacchetti elettorali dei broker di partito, resa comunque usufruttuaria dei diritti di cittadinanza (casa, lavoro, previdenza, assistenza, etc.) così trasformati in favori personali. Diritti clientelari il cui costo è indispensabile per la rigenerazione perpetua del consenso. Sostenerne il peso, e quindi presidiare gli uffici del pubblico dispendio e del pubblico controllo, è assolutamente imperativo per la rigenerazione delle dirigenze della Pubblica Amministrazione. Per tutto ciò l’acqua, ontologicamente pubblica, pur ricondotta a logica d’impresa, necessita un presidio gestionale politico.
Dall’altra parte ci sta l’impresa privata, depositaria della titolarità e delle funzioni gestionali che la Pubblica Amministrazione può cedere in concessione. La concessione è quel contratto giuridico col quale la Pubblica Amministrazione demanda una funzione o un servizio di propria pertinenza e/o giurisdizione ad un soggetto privato. Il concessionario viene a ricoprire così funzioni pubbliche (nei presupposti, nei comportamenti e nelle finalità preventivamente concordate dal capitolato d’appalto) pur nei termini privatistici del libero mercato, e con la dichiarata finalità del lucro. Ma l’impresa privata non è una identità univoca, e neanche semplice interprete degli interessi privati formalmente rappresentati. Essa riassume una pluralità di soggetti a vario e diverso titolo associati, pubblici e privati, ogn’uno dei quali è depositario di peculiarità e obiettivi specifici, diversi e spesso conflagranti.
E mentre sullo sfondo si ergono le ciminiere dei velENI petrolchimici –che consumando da sole più del 50% delle acque siciliane non potranno certo essere estranee alla loro futura gestione-, si delinea il nuovo organigramma gestionale al cui vertice è posta la Siciliacque spa, società appositamente creata per soprintendere la gestione complessiva delle risorse idriche siciliane. La partecipazione pubblica è espressa dalla Regione (5%) e dall’Ente acquedotti siciliani (20%). La rimanente parte fa capo a Idrosicilia, partecipata a sua volta al 40% da Enel, e al 49,7% da Acqua spa, partecipata a sua volta dai francesi di Veolia (Siba) e da Ercole Marelli impianti tecnologici (Emit), della quale il 20% è della multiutility Asm di Brescia, e il resto –gran parte- della Fineco, holding finanziaria facente capo a Pisante.
Sotto Sicilacque spa ci stanno i Sii (Sistemi idrici integrati) che gestiranno la distribuzione idrica nei distretti degli ATO (Ambito Territoriale Ottimale) in contratto di concessione. Ma la pletora di aziende che si accalca intorno alle gare di appalto manifesta intese e strategie fra loro coordinate che si palesano platealmente nella loro preventiva associazione, e quindi nell’espletamento delle gare con un'unica società concorrente. “La mancanza di concorrenza è una costante in ogni provincia siciliana e fa pensare ad una spartizione a tavolino nella privatizzazione dell’acqua” (Rita Borsellino). Affermazione condivisibile, ma scandalo irridibile. L’impresa privata del XXI° secolo è un’entità composita, i cui singoli componenti abbracciano trasversalmente una pluralità di imprese –anche e specialmente concorrenti- al fine di esercitare tramite le distinte partecipazioni un controllo plenario e pianificato. L’omologazione del mercato è certamente l’esito estremo del libero mercato, le cui dinamiche esasperano l’accumulazione del capitale sfociando inevitabilmente nel monopolio, magari consociativo. (Lo diceva già Ruberto?). Le imprese concorrenti ai Sii –una per ogni singolo Sii- riassumono la spuria compagine degli interessi coinvolti nell’affare. Interessi pubblici strumentali al controllo del consenso, interessi privati strumentali ai business plein di elefantiache holding.
A Palermo la gara è stata vinta (!) dal gruppo Aps (Acque potabili siciliane), guidato per il 61% dalle municipalizzate torinesi Acque potabili e Smat, dove Smat controlla Acque potabili insieme –o per conto- di Iride. Il 9% è pertinenza della genovese Mediterranea delle acque, anch’essa Iride dopo la fusione dei suoi componenti Amga e Aem di Torino. L’8,4% è di Idrica, e Idrica è di Galva, (la cui maggioranza fa capo a Pimefin che è per il 60% della Effepi di Ottavio Pisante, e per il 40% del varesino Giuseppe Merra, vecchi compagni di merenda sui banchi di tangentopoli) che già di suo ne ha un altro 8,4%. Il 7% è di Conscoop, deodorante forlivese che immettendo Aps nella Lega della Cooperative elimina ogni odor di mafia. Partecipa infine anche Nicola Putignano, già noto acquofago del celeberrimo acquedotto pugliese.
La logica palermitana è comune a tutte le procedure di assegnazione dei Sii siciliani, col la variante di una qualche prevalenza indigena, pubblica –come a Catania con la Acoset- e privata –come ad Agrigento con la Costruzioni Salamone (28% di Carmelo Salomone, figlio di Filippo, 6 anni e mezzo confermati in appello per concorso esterno in associazione mafiosa nel febbraio ultimo scorso).
6,8 miliardi di euro,di cui più di un miliardo garantiti da UE e stato italiano, per di più erogati nell’allegra aspersione di alte percentuali di fondo perduto (cioè regalati: il fondo perduto è quella istituzione per cui al privato che sostiene un costo 100 viene regalata una x percentuale. Per gli investimenti artigiani la Provincia (ct) arriva ad erogarne il 30%. I POR possono prevederlo fino al 90%) sono una cuccagna presso cui si accalcano sgomitando i grandi strateghi omologlobopolisti (dell’oligopolio globale omologato), i loro piccoli referenti locali in vario modo già concessionari dei servizi idrici locali, e la pletora di maestranze emerse e sommerse (appaltatori, subappaltatori, sub-sub-subappaltatori, glu-glu-glu), che sempre affamate di commesse, restano comunque le uniche reali offerenti nello stagnante mercato del lavoro. Il quale, lungi dall’essere ambito di contrattazione privata, è prioritariamente fabbrica di consenso politico coartato sempre più assimilabile ed assimilato al lavoro pubblico. (C’è bisogno di evocare lo spettro della riforma del collocamento, della sua privatizzazione, della precarizzazione del lavoro e della sua subordinazione alla tessera di partito?). La necessità di presidiare il controllo del ricatto clientelare –non meno del controllo delle erogazioni dei finanziamenti pubblici e dei loro benefit occulti- costringe la Pubblica Amministrazione alla creazione di Enti non-pubblici che in veste di società partecipate consentono comportamenti privatistici alla nomenclatura pubblica.
Fonte (non inesauribile) delle risorse finanziarie necessarie al mantenimento del meccanismo è la mitica divinità Europa. Cornucopia dispensatrice d’ogni abbondanza, come Tyke (la dea fortuna) cieca e come Cronos (dio del tempo) inesorabile. Tot milioni di euro da spendere in tot tempo. Ku cc’è cc’é. (Sannunka ci ramu ai Rumeni, ka su kiù spetty). La divinità non si discute, e d’altronde le sue ragioni sono irrefutabili (€). E pronte le vestali della nomenklatura politica e gli sciamani della finanza consumano le mistiche celebrazioni dei PIT e dei POR nel tempio del sacro GAL, per ingraziarsi il favore degli dei, e così gestire i flussi creditizi e finanziari che corredando i pubblici finanziamenti, che puntualmente vengono amministrati dagli istituti di credito, insieme agli anticipi per i lavori in corso d’opera, ed al riflusso dei proventi privati che –piccoli o grandi- vengono convogliati nell’avido mercato finanziario.
Ad assistere serafica la divisione del malloppo, nell’oscura sagoma di un nero avvoltoio appollaiato sull’immancabile disadorno alberello, ci sta la Magistratura col suo corredo di famelici legulei. La commistione fra pubblico e privato infatti ingenera le condizioni di ambiguità entro le quali il turbinio di interessi conflagranti e concorrenti inocula il bieco veleno del sospetto. E mentre un esercito di Azzeccagarbugli è già all’opera per intascare gli onorari che corredano ogni ricorso giudiziario (mank’accumincianu jè già ci-nné a tinkité!), subito viene evocato lo spettro della Mafia, immancabile protagonista di ogni sicula vicenda, e sperimentato espediente di lucro per i professionisti dell’antimafia. Il super procuratore Pier Luigi Vigna, dimessi gli abiti pubblici di capo della Direzione Nazionale Antimafia con quelli del privato consulente di questioni pubbliche, è chiamato a presiedere con evidente scopo di legittimazione simbolica la Commissione aggiudicatrice della gara di Palermo, (alla quale seguirà quella di Caltanissetta e quella di chissà quanti altri posti) la quale intasca la non simbolica parcella di 100.000 euro (100 diviso i 6 membri… fatevi i conti). Piccola assicurazione legale o pizzo di stato?
Ma nessuna tangente può sanare l’illecita privatizzazione in atto. Rileggiamo l’ Art. 3 A-1 del trattato che istituisce l’Unione Europea:

(…) l’azione degli stati membri comprende (…) l’adozione di una politica economica (…) condotta conformemente al principio di una economia di mercato aperta e in libera concorrenza”.


L’utenza degli acquedotti non hanno nessuna possibilità contrattuale, nessuna libertà di scelta, nessuna facoltà di recesso. La privatizzazione in atto allora non è che una estorsione massiccia e pianificata attuata in regime di monopolio. Mafia capitalistica consociativa allo stato puro. Né a giustificazione possono addursi ragioni di ordine finanziario, dato che non c’è ragione che i fondi pubblici reperibili dall’impresa privata non possano esserlo altrettanto, e a ben ragione, reperibili da enti pubblici.
La constatazione di ciò dovrebbe impedire qualsiasi ingerenza privata nel servizio idrico ontologicamente pubblico. Ma ku-cci attakka a ciancianeddha u’jatto? (chi ci attacca la campanella al gatto?). Tutti partecipi, tutti compromessi, tutti interessati al fiume di denaro che l’operazione comporta. “Acqua bene comune”!
Che forma ha l’acqua? Quella che gli si vuol dare da chi gliela può dare. Tanto la daranno da bere a tutti!

placido altimari  26 giugno  2007  webalice.it/placidoaltimari



PUBBLICO
NON A PUBBLICO
 HIC PUBBLICUS
 1723

(oggetto) pubbico
non pubblico
per il pubblico

in prossimità dell'ingresso di villa Cerami, alla fine di via Crociferi a Catania, la marmorea iscrizione di una fontana rivela denuncia e ripropone l'intricata relazione fra pertinenza pubblica e privata. A quel tempi la ricca e nobile e potente famiglia dei Carcaci sviluppò la propria rete di approvvigionamento idrico, e volendone far partecipe la popolazione del quartiere chiese all'amministrazione comunale di parteciparne la realizzazione per la sua fruizione pubblica. Non recependone l'invito, ed anzi ostentandone avversità (forse perché già in affari con i Casalotto?), i Carcaci -pur di fare dispetto al Bianco Sciampagnino dell'epoca- vollero a proprie spese donare alla cittadinanza la "propria" acqua, e nella piccola monumentale fonte incisero il proprio sberleffo.

la forma dell'acqua privatizzazioni in itinere 26.06.2007
webalice.it/placidoaltimari