placido ALTIMARI 29 Marzo 2008
TIBET FREE-TTO
Un
fremito di solidarietà scuote la comunità internazionale, coinvolgendo tutta la società civile in un accorato appello per la libertàdell'oppresso popolo tibetano. Esaltando il valore dell'autodeterminazione dei popoli, della democrazia, dell'indipendenza, della
sovranità nazionale. Uno slancio unanime, sostenuto dall'apparato mediatico e raccolto dalle diplomazie dell'Occidente umanitario,
filantropico ed antropofago. Solerti nel recepire il grido che si solleva dalla Birmania o dal Kossovo, lusingati dallo sventolio
dei propri vessilli a stelle e strisce per le vie di Pristina, e subito pronti ad accollarsi delle rivendicazioni di un popolo arcano,
lontano e dimenticato, arroccato sul tetto del mondo. Ma anche crocevia dei traffici commerciali dell'Asia, tappa della Via della
seta, e come Kossovo e Myanmar ganglo della rete di pipeline, vero sistema arterioso dell'economia mondiale. È sintomatico che la
civiltà segua le rotte delle pompe di benzina. Forse perché viaggia su una 500. O sui carriarmati.
Ma la solidarietà esige la comprensione
degli eventi: il presente non è altro che la sintesi della storia. Anzi: di storie che si incontrano, si scontrano, si intrecciano.
Una solidarietà priva di comprensione si riduce in spinta emotiva prodotta e finalizzata al controllo della “pubblica opinione”. C'è
chi la produce, c'è chi la conduce. Il governo della democrazia, non dissimilmente da quello della tirannia, esige il controllo della
pubblica opinione. E la pubblica opinione si costruisce. A volte con la divulgazione della verità, più spesso con l'imposizione di
ben architettate menzogne. Le quali giustificano l'operato e finanche l'esistenza del governo stesso. C'è sempre una buona ragione
per scatenare una guerra, per attuare un genocidio, per discriminare popoli, classi, o culture. E se non c'è... basta inventarla.
Una
solidarietà che non voglia essere preconfezionata ed asservita al calcolo dei sapienti costruttori della pubblica opinione ha il dovere
di leggere la realtà con occhi scevri dal condizionamento mediatico. Per i Siciliani che mi leggeranno non dovrebbe essere troppo
difficile intravedere trasposte nelle manifestazioni di protesta anticinese e sostegno free-Tibet l'entusiasmo che accompagnava Garibaldi
a Londra, Parigi e Newyork. Né troppo arduo captare una corrispondenza di luoghi, di governi e di interessi. È un film già visto.
La
conquista della comprensione degli eventi è il presupposto minimo per l'elaborazione di un giudizio, implicito nella direzione verso
cui volgere l'atto di solidarietà. E u jurici à-ssentiri ri-ddu aricchji. Il giudice deve sentire da due orecchie. Una accusa produce
indizi, sollecita un contraddittorio, esige la prova. E questa non può basarsi sul sentito dire, ma pretende fatti, atti giuridici,
reperti. La storia, più e meglio della cronaca, è lo scrigno che li contiene. E la geografia li spiega.
Tibet. Il Tibet non è
uno stato. È molto di più. Gli stati sono una invenzione piuttosto recente, esito di un lungo processo giuridico, espressione di economie
mercantiliste prima e liberaliste poi, stadio di un processo evolutivo in corso e che già elabora nuovi e più idonei organismi amministrativi.
Per secoli e secoli il Tibet è un luogo dove una casta gestisce il territorio, ne organizza la produzione, ne distribuisce il prodotto.
Come dappertutto nel mondo. La teocrazia feudale monastica del Tibet, a dispetto dell'asperità del sito, non era avulsa dal mondo,
e col mondo intrecciava relazioni e costruiva legami. I rapporti con la Cina si perdono nella notte dei tempi, e le ragioni mercantili
si confondono con quelle sponsali, e le principesse dell'Impero di mezzo furono soave avanguardia della “colonizzazione han”: i tibetani
riconoscevano la convenienza dell'autorità imperiale cinese, l'autorità imperiale cinese riconosceva la convenienza della totale autonomia
tibetana.
Poi venne il 1886. La Gran Bretagna aveva già da tempo soggiogato l'India, e dal 1839 procedeva all'erosione del gigante
asiatico, umiliandolo con i trattati capestro conquistati con le facili guerre dell'oppio (1839-42, 1856-1860). (Sottolineiamo 1860).
Nel 1886 gli Inglesi si inventano una questione nazionale tibetana, e corrompendo una esigua parte dell'aristocrazia indigena sferrano
l'attacco da sud-ovest. (A Mars-alah?). Respinti, ritentano nel 1904. Quindi, riprovando per via diplomatica, nel 1913 convocano la
conferenza di Simla tentando di ottenere un avallo sino-indiano alle proprie mire egemoniche, poi invano riproposto nel 1918.
In un
grottesco gioco delle parti, i patrioti tibetani, il suo governo ed il suo reggente Rabchen (1933) si stringono sempre più ai “dominatori”
cinesi, respingendo le tesi indipendentiste britanniche, e partecipando attivamente alla difesa dall'aggressione imperialista giapponese.
Nel 1947 alle ragioni dell'indipendenza (anglofona!) si assommarono quelle dell'arginare la rivoluzione comunista, per cui si organizzò
una congiura che assassinando molto democraticamente Rabchen dava modo al Tibet “indipendente” di partecipare alla conferenza asiatica
di Nuova Delhi nell'ottobre del 1947. Il primo ottobre 1949 viene proclamata la Repubblica popolare cinese, l'anno dopo l'Esercito
popolare di liberazione restituisce al popolo tibetano l'indipendenza sottrattigli dagli indipendentisti britannici, pervenendo con
i suoi legittimi rappresentanti alla stesura dell'accordo “per la liberazione pacifica” del Tibet. 17 punti nei quali è ricostituita
l'antica armonia fra i due popoli, quello cinese e quello tibetano. Autonomia amministrativa, autogoverno economico, libertà religiosa,
salvaguardia culturale ne sono i cardini. Cardini di carta, ma “carta canta”! Determinando la proclamazione della Regione autonoma
(1965), ed il carattere plurinazionale della Costituzione cinese del 1982.
Alla guerra mondiale e alla guerra civile subentra la guerra
fredda. Il Tibet diventa uno dei tanti punti critici della strisciante guerra globale. La rivolta e la fuga del Dalai Lama nel 1959
è tutta spiegata in quella lunga guerra di trincea, ed il governo tibetano in esilio non ha mai costituito qualcosa di più che una
manifestazione folkloristica di promozione turistica. Fino ad adesso. E specie adesso.
La riprovazione da questo espressa per i recenti
fatti di Lhasa ha trovato una accoglienza tiepida sul piano internazionale, e nulla sul piano locale. La rivendicazione di una più
vasta autonomia per il Tibet trova più conferme negli atti del governo che in quelli dei suoi detrattori. E la sua autorevolezza è
significativamente riconosciuta più dal “nemico” cinese che dagli indipendentisti tibetani, e l'invito al rientro in patria, ciclicamente
riproposto sin dal 1998, più che tradire un lusinghiero timore dimostra una volontà di riconciliazione che in sé allude ad un dialogo
in divenire.
Un dialogo è l'incontro di soggetti, identità ed interessi che costruendo una dialettica pervengano ad un comune obiettivo.
Tibet e Cina un comune obiettivo ce l'hanno. Gli obiettivi dell'ENI e della British Petroleum, del Foreing Office e di Sarkozy, diHollyhood e degli esperti geopolitici del Pentagono, della circonferenza e della tangente... collimano con l'obiettivo sinotibetano?
Che centra l'ENI?
Il Tibet non è uno stato. È molto di più. È l'abbraccio di due zolle continentali, dal quale emerse l'antico
fondale marino ricco di petrolio, gas, e tanti altri bei minerali utili, utilissimi alle produzioni di beni di consumo. 400 milioni
di anni fa si scriveva la cronaca di oggi. Che è fatta di miliardi di metri cubi di petrolio e di gas pronti ad essere estratti ed
immessi nel circuito delle pipeline, e destinati a saziare la fame energetica di una economia in irrefrenabile espansione come quella
cinese. Ad estrarli sarà proprio l'ENI, già presente nel Qaidam (Cina centro settentrionale) e sempre più attivo in Tibet, e che parteciperà
insieme alla BP e alla China National Petroleum Corporation (CNPC) alla costruzione delle condotte che connetteranno il sistema cinese
a quello iraniano, kazaco e siberiano, nonché con i porti pakistani. Tutto ciò consentirà di aggirare il periplo del Siam e le forche
caudine dello stretto del Malacca -unico accesso al mar della Cina- costruendo approdi ai suoi rifornimenti arabi ed africani. L'incrocio,
o meglio la rotatoria del sistema, è il Tibet. Myanmar e Pakistan, ad Est e ad Ovest dello sbarramento himalayano, hanno già aderito
al disegno infrastrutturale, sottoscrivendo i contratti per la realizzazione degli oleodotti che dovranno percorrerli.
È in corso un
processo di sviluppo che pregiudica gli equilibri di forza costruiti negli ultimi due secoli. Dalla commistione di interessi convergenti
e dalla difesa di posizioni egemoni nascono le contraddizioni di una globalizzazione che ha mischiato le carte in gioco, fuso capitali
e confuso le amministrazioni statali tradizionali. Una linea sottile collega i monacelli del Myanmar e quelli di Lhasa, e non è il
colore delle vesti né il credo religioso. In entrambi i casi si muovono col disappunto delle loro gerarchie, in assenza di un riferimento
ideologico, attingendo dall'insoddisfazione popolare i pretesti a loro più congeniali. La superba ingenuità di quei regimi fa loro
da cassa di risonanza, fornendo gli spunti più disparati per orchestrare il discredito mediatico, il quale offre le ragioni più umanitarie
possibili alle più tradizionali pressioni diplomatiche. La “diplomazia delle cannoniere” riveduta e corretta. Ma sempre quella è.
I
cannoni sono cose che da una parte c'è chi li usa, dall'altra chi li subisce. Non sempre si sa chi vince, ma sempre si sa chi perde:
il Popolo. È bene ricordarcelo, di tanto in tanto. Ed il popolo, nella sua concretezza, è fatto di persone di carne e sangue. Di sogni
e di pancia. E di preghiere, scritte nelle bandiere e portate in cielo -a cospetto di Dio- dal vento. (Una toccante forma di spiritualità
elaborata dai tibetani). Una bandiera nazionale, una indipendenza, ha ragione di esistere in quanto servizio alla persona. In quanto
serve. Una solidarietà internazionale ha ragione d'essere in quanto sostegno alla persona. Alle persone. Ai popoli. Non alle ideologie,
ai nazionalismi, alle biodiversità antropologiche.
Il XIV° Dalai Lama (“oceano di saggezza”) Tenzin Gyatso, pur nella sua intransigente
fedeltà al ruolo di supremo simbolo della Nazione, non esita a dissociarsi dalle violente espressioni adottate dal legittimo desiderio
di libertà del suo popolo, richiamando una volta di più la necessità di dare concreta attuazione all'Autonomia del Tibet in seno alla
Repubblica popolare cinese. Così come ha riabilitato -perché volto a tutela del popolo- il controverso ruolo assunto dal X° Panchen
Erdeni (“grande studioso”, seconda autorità nell'ordine gerarchico teocratico tibetano) Lobsang Trinley Lhündrub Chökyi Gyaltsen,
il quale rinunciando all'esilio rimase al fianco al popolo, e nel 1954 ricoprì addirittura la carica di vice presidente del Congresso
Nazionale del Popolo Cinese. L'indipendenza non è ragione di vita o di lotta. Ma è “metodo” di vita e di lotta. Non è il fine, ma
il mezzo col quale il popolo, la persona, assume pieno dominio di sé. La “proprietà” di sé stesso. La stessa indipendenza nazionale
va subordinata ad essa. (Non capirlo apre -ha aperto- la porta ai tanti sciovinismi incapsulati in inestricabili dipendenze globali).
Sulla
soglia del terzo millennio tutto appare confuso. Ma una solidarietà militante non può, non deve, lasciarsi intrappolare dagli specchietti
per le allodole manovrate ad arte dai tanti salvatori della patria in camicia rossa, bandiera arancione o toga amaranto. Non può,
non deve, lasciarsi sedurre da derive xenofobe e piccole speculazioni mercantili, inventando miseri embarghi fai-da-te e fomentando
diffidenze e discriminazioni verso le laboriose comunità cinesi. Per essere libera, concreta e... utile, ha l'obbligo di incentrarsi
spregiudicatamente sull'Uomo. Per quello che è, in quanto tale, “a prescindere”. E allora varrebbe la pena: mobilitarsi contro le
deforestazioni che pare accompagnino l'allocazione degli impianti petrolchimici e contro l'utilizzo indiscriminato delle risorse idriche
ed il loro conseguente inquinamento; varrebbe la pena mobilitarsi per imporre una progettualità industriale ecosostenibile, rispettosa
dell'ambiente e degli equilibri antropologici radicati nell'ecosistema; varrebbe la pena mobilitarsi perché il Popolo tibetano possa
essere pienamente partecipe delle scelte che determineranno il proprio sviluppo o il proprio genocidio oncologico. Che strano: scrivendo
queste cose sembra descrivere la realtà siciliana, o quella Lakota, o quella del Biafra (che al popolo del Delta del Niger hanno sottratto
anche il nome!).
Si piangono le 10 (stime ufficiali), le 80 (stime locali), le 10mila (stima a fourfét!) vittime della repressione
cinese. Si snobbano tutte le persone di etnia han che hanno subito l'onda d'urto di una rabbia che -giustificata o meno- ha assunto
forma di violenza vandalica e xenofoba. E si ignorano gli “Zingari autoctoni”, le popolazioni nomadi dell'altopiano, che prime vittime
della “civilizzaziENI” subiscono l'esproprio dei pascoli e del bestiame, e l'imposizione della vita stanziale. L’agenzia di stato
cinese Xinhua ha annunciato lo scorso 17 gennaio l'inurbamento coatto “volto al miglioramento delle condizioni di vita” di più di
52mila fra nomadi e contadini, non solo tibetani ma anche del Sichuan e del Quinghai, reso necessario alla realizzazione sui loro
territori delle infrastrutture che corredano il piano di sviluppo petrolchimico (dighe, strade, etc.). È previsto per il 2010 la riduzione
del nomadismo per 80%, vanificando un patrimonio culturale destinato ad estinguersi nella marginalizzazione di una forza lavoro non
collocabile nel processo produttivo.
Se non si ignorassero, se la comunità internazionale se ne prendesse cura, se si richiamassero
alle loro precipue responsabilità il Governo autonomo di Lhasa e quello Pechino, se si sollecitasse loro ad essere e fare ciò che
la loro Carta costituzionale enuncia e comanda... allora forse anche lo sviluppo economico più spregiudicato potrà avere il caldo
vello di uno yak.
Ma a chi converrà infrangere il mito del profitto, sempre nascosto dietro quello del progresso? L'indipendenza
tibetana? Un buon affare.
FONTI
Art.4
della Costituzione della Repubblica popolare cinese (1982): “Le nazionalità (minzu) della Rpc sono tutte quante uguali. Lo stato assicura
(baozhang) i diritti e gli interessi legittimi di ciascuna minoranza etnica (shaoshu minzu), protegge (baohu) e sviluppa l'uguaglianza,
l'unità, l'aiuto vicendevole tra le nazionalità. È vietato discriminare e opprimere qualsiasi nazionalità, è vietata qualunque azione
che saboti l'unità delle minoranze e che fomenti divisioni tra le nazionalità”.