Placido ALTIMARI
JURASSIC PARK
Catania, 16 ottobre 2004, ore 15,30: presso lo studio dell’Avv.Sgroi Santagati sono convocati
gli Stati Generali della gerontocrazia sicilianista. Ordine del giorno: far nascere il nuovo soggetto politico che affronterà le sfide
elettorali prossime venture. Statuto, simbolo e collocazione sono già pronti nelle intenzioni e nei cassetti dei leader. Necessitano
solo della formale sottoscrizione, per la quale è sottesa e sottintesa la definizione dei quadri gerarchici della coalizione. Che
nessuno oserà chiamare per nome, ma a cui tutti si riferiranno nella conduzione del dibattito. Che sin da subito si trasforma in unhappening surreale in cui le ragioni della politica sfumano nelle modalità della politica fino a scomparire in esse.
Appare chiaro
che i protagonisti della serata siano altrove (Nuova Sicilia, Patto per la Sicilia, fronde repubblichine, scarti socialiberali, diplomazia leghista,
etc.), schiacciandone la discussione col peso del blocco del 5%, la cui forza di ricatto esclude qualsiasi elaborazione autonoma,
rendendola superflua o addirittura esiziale. Indipendentismo, Autonomismo, Federalismo, (ma anche Giustizia sociale, economica, fiscale,
culturale ed ambientale) risultano così inutili fronzoli da gettare nel comune paniere elettorale, perché ciò che conta è entrare
nelle Istituzioni. Comunque e ad ogni costo. Uniti dalla medesima convinzione hanno dato vita ai SICILIANI UNITI.
Uniti: per cosa?
Senza
un’analisi, privi di un progetto, incapaci di una benché minima proposta dialettica, gli Stati Generali hanno firmato una cambiale
in bianco in cambio di una pacca sulle spalle e di un paio (forse!) di candidature gettate e disperse nel calderone del cartello sicilianista,
unico capace di sfidare il blocco del 5%.
Culu ka na vistu braga, quannu ni viri tuttu si caca.
Grande assente il Fronte Nazione Siciliano.
Ka dhittu accuddhì sà ki’ppari. Piccola squadra palermitana capitanata da Pippo Scianò, che stanco di espellere dal suo partito quanti
intendano tradurne il nome in coerente pratica politica, ha pensato di espellere sé stesso ed il partito dalla realtà siciliana. Con
un percorso simmetrico e parallelo a quello ratificato nello studio catanese, e forte di una millantata primogenitura, egli l’ha venduta
per un piatto di lenticchie ad Alleanza Nazionale, sostenendola nelle elezioni provinciali del 2003, ed esaltandola nel festoso panegirico
che ha accompagnato la presenza dell’on. Sammartino (AN) all’annuale celebrazione di Murazzu Ruttu (Giugno 2004), dove ha definitivamente
dissacrato la più recente tradizione indipendentista per offrirla agli eredi di Crispi e di Bixio. Parigi val bene una messa. Un posto,
o anche un semplice interlocutore nelle Istituzioni val bene una commemorazione. Alla faccia dei commemorati!
Percorsi diversi
incentrati nella comune priorità: le Istituzioni. Solo se ci sei dentro, esisti! E pertanto, se nella procella anneghi, anche la coda
di un coccodrillo va bene per restare a galla. Percorsi che denunciano una professa debolezza ed una sottintesa inutilità, dato che
se non esisti non sei neanche utile. Percorsi che implicitamente attribuiscono legittimazione e funzionalità agli Istituti della dominazione,
negando nella prassi la millantata Indipendenza di principio, svenduta in cambio di un benevolo riconoscimento dell’autorità imperiale.
Meglio se nella concretezza di un posto di sottogoverno. Percorsi infine utili ad esorcizzare la latente protesta dei Siciliani, così
deviata sulle sabbie mobili di sterili contenitori elettorali, all’uopo predisposti come cestini di rifiuti dove annichilire l’ultimo
anelito di speranza.
Sembra che sia proprio questa la funzione di certo sicilianismo: virus sterilizzato inoculato nel tessuto siciliano
come vaccino anti-indipendenza; o carta moschicida che attrae la voglia di libertà, la invischia, ed infine la uccide nella propria
atrofica pappetta.
Turi Lima elaborò una sua profezia: “finché questa generazione [di sicilianisti] non morirà, la Sicilia non potrà
risorgere a libertà”. Ne è dunque necessaria l’eliminazione. (virtuale!). Che è eliminazione del presupposto e della metodologia che
ha informato –e formato- l’indipendentismo degli ultimi 58 anni.
Presupposto è quello che lo Statuto di Autonomia esista. Nell’ingenua
presunzione di pariteticità, e nell’illusione della sua attuazione. Per cui la questione siciliana è intesa risolta nei termini dell’art.5
dello Statuto, dove si sancisce “…il bene inseparabile dell’Italia e della Regione”.
Metodologia è quella derivante dall’asssodata
risoluzione del conflitto, assumendo in toto i canoni ed i canovacci del sistema partitocratico italiano, in esso riconoscendo l’unica
forma di partecipazione politica possibile, attivabile esclusivamente nell’ambito degli Istituti democratici dello Stato italiano,
con ciò concependo la nostra come autorità derivata dalla più forte autorità della dominazione italiana che quelle Istituzioni presidia.
È questa la contraddizione che ha segnato l’Indipendentismo degli ultimi 58 anni: pretendersi indipendenti nel quadro di una pratica
dipendente.
La liquidazione della gerontocrazia sicilianista passa attraverso la constatazione della sconfitta storica dell’autonomismo,
e l’elaborazione di metodologie, di prassi, di comportamenti alternativi antagonisti e dichiaratamente conflagranti col sistema coloniale
subito, passando dalla retorica sicilianista alla pratica della Sovranità siciliana.
È l’autorità che discende dalla Sovranità professa
a sperimentare nuovi orizzonti e nuove terminologia di lotta, affondate nella sterminata ricchezza delle nostre tradizioni etiche
ed istituzionali, e spavaldamente proiettate sul futuro.
“La Sicilia di domani sarà ricca, pacifica, senza tiranni e senza sfruttatori”
(Canepa). E la Sicilia di domani si costruisce oggi. Pretendendo e praticando la nostra Sovranità. Che è la sovranità del Popolo Siciliano,
nei termini dell’art.3 dello Statuto del Regno (1848): “La sovranità risiede nell’universalità dei cittadini siciliani: niuna classe,
niun individuo può attribuirsene l’esercizio”. E i cittadini siciliani siamo noi!
Pretendere e praticare la nostra Sovranità è l’esercizio
di una continua e coraggiosa interferenza nelle maglie del regime per imporre una pratica di democrazia diretta, non mediabile dalle
strutture partitocratiche collaborazioniste che la democrazia –nei fatti e nei principi- negano.
In questo quadro si potrà anche usare
lo strumento elettorale e la rappresentanza elettiva: ma per usarlo, non per esserne usati; per fomentare scandalo, scuotere coscienze,
esasperare le contraddizioni, e dare risalto efficacia e risonanza alla nostra lotta.
Registriamo il grottesco concistoro del
16 Ottobre come ultima conferma della sconfitta del sicilianismo, e nuovo monito all’assunzione delle responsabilità che un tal giudizio
promana: intraprendere un nuovo cammino per la Nazione Siciliana.