Placido ALTIMARI intervento al
IV° kuncùmju di terraeliberAzione.org giugno 2002
PATRIA tracce di
risemantizzazione
Patria siciliana.
Soffermatevi a rievocare le immediate sensazioni avvertite la prima volta che ne avete sentito pronunciare
il suono. Disagio, smarrimento, repulsa, ilarità, sufficienza. Per poi stigmatizzare il tutto nell’interpretazione di una provocazione artatamente
imposta. Patria… per modo di dire. Per smuovere le coscienze, per smuovere le acque, per smuovere le montagne! Per attizzare un interesse
e scuotere una autocoscienza narcotizzata. O per millantare una originalità che distingua sovr’ogni altra convenzionale promozione.
Patria
come provocazione. E null’altro. Perché altrimenti… La desuetà del termine ha consentito la sedimentazione di tutta una serie di attributi
che ne hanno profondamente modificato il significato, fino a farne ludibrio dei Popoli, pagana divinità assetata del sangue dei propri
giovani coscritti sacrificati sull’ara dei Sacri confini, nonché ragione ultima della pace sociale, sorretta sulle ignude spalle di
pazienti cariatidi proletarie, ubbidienti alle minacciose mercenarie baionette al soldo della Classe eletta.
E tutto ciò non ha solamente
modificato il significato di Patria, ma lo ha anche confuso, in un amalgama eterogeneo insieme alla Nazione ed allo Stato, nel quale
è impossibile distinguere le diverse sostanze, le diverse peculiarità, le diverse funzioni, le diverse responsabilità. Il rifiuto
in toto dell’amalgama, non diversamente dalla sua totale accettazione, ne ha reso impossibile la razionale critica.
Si è così pervenuto
–per tacita convenzione- all’uso ridondante ed inflazionato del Popolo, reso mondo delle scorie scioviniste e classiste, dalla centrifuga
della statistica e dalla incontestabilità gene-geo-linguistica. Il Popolo è un collettivo assimilabile alla massa, dove la variabile
individuale è annullata nel peculiare conformismo culturale che la distingue e la determina. Conformismo di cui ci si può impadronire,
condizionandolo a proprio piacimento. E conformismo che si può modellare, plasmare, con gli strumenti propri della comunicazione di
massa, che vanno dalle televisioni all’olio di ricino. È questa malleabilità a fare del Popolo l’oggetto prioritario dell’attenzione
dei tanti Uomini della provvidenza, pronti a muoverlo –indifferentemente- per la conquista della società socialista come per l’ultimo
modello di autovettura. Per questo il Popolo si è semanticamente salvato. Perché utile ad altro da sé. Funzionale ad uno scopo indotto,
che lo trascende, fino ad elevarlo a mito, come pure fino ad inabissarlo a merce.
È interessante, a questo livello, far notare come
–nei bei tempi andati, e segnatamente nell’ottocento- era uso distinguere il Popolo dal Volgo, assimilando in quest’ultimo la plebaglia
infima, incolta e violenta. Come anche distinguerlo dal clero e dai clericali, dalla soldataglia e dalla aristocrazia illiberale.
Sicché ne veniva fuori un Popolo scremato da ogni impurità, corrispondente al ceto borghese cui i retori si rivolgevano per le loro
ambizioni. Un Popolo selezionato per censo, molto più prossimo ad una classe. Perché la classe si faccia Popolo, ed imponga la sua
dittatura. Magari globalizzata.
Ma un Popolo strumentalizzato e selezionato non è più ontologicamente Popolo. Né può riproporsi il
significato originario, perché privato dei propri termini di riferimento. Perché privato della Patria, della Nazione, dello Stato.
Per questo risulta propedeutico ed imprescindibile la riscoperta di questi termini obsoleti e stravolti, senza i quali un Popolo non
ha una identità. Rimarrebbero le classi nella loro parzialità, ed i consumatori nella loro capacità retributiva. Ma privati delle
origini, e depredati degli scopi, ridotti alla mera soddisfazione di bisogni che –naturali ed indotti- si esauriscono nella metabolizzazione
quotidiana.
Che cos’è allora il Popolo? Innanzi tutto, che cosa non è: non è un soggetto univoco, ma plurimo, composito, eterogeneo,
in cui classi, etnie, religioni, aspirazioni, comportamenti diversi fino all’individuale originalità coesistono ed interagiscono.
Quando una classe, una etnia, una religione, un comportamento si è eretto a Popolo, questo è stato tradito. Perché la caratteristica
sostanziale del Popolo è quella di non essere un Ente, ma una Memoria. Una Memoria condivisa. Condivisa. Non imposta, ma tramandata.
Non ieratica, non estatica, ma in continua e dialettica evoluzione, dove ogni individualità è coreuta corresponsabile della coralità
di cui è membro. E che cos’è una Memoria condivisa se non un sentire insieme, un’empatia, un einfuhlung, dove il gesto, assume un
significato che si fa seme, segno, linguaggio, veicolo di comunicazione e di condivisione? È questo il senso che muove alla riconquista
della Lingua siciliana, al di là di ogni velleità archeologica. Perché in essa, nei suoi canti, nelle sue allocuzioni, nel suo folklore,
si nascondono le tracce della nostra Memoria.
Che sono le piste del nostro futuro. Nella misura in cui si incarnano nel nostro presente.
Nella materialità del nostro presente. Nella misura in cui il segno si fa gesto, atto, azione. Nella misura cioè, in cui si fa Lavoro.
Lavoro, cioè Produzione, Economia, Finanza, Commercio, Mercato e Sindacato. Lavoro che esige la regolamentazione dei rapporti economici,
determinandone la Legge che li regoli. Lavoro che pretende la definizione dello spazio fisico del suo agire, e dell’applicazione della
Legge che lo regola, determinandone i confini, e pervenendo alla costituzione dello Stato.
Si possono così delineare i seguenti
enunciati: il Popolo è la dinamica di una Memoria, la Nazione è l’Ente che definisce e denomina la Memoria condivisa, Lo Stato è lo
spazio istituzionale dove si esercita la pratica della condivisione.
La Patria infine è il luogo della presenza della Memoria, dove
questa si fa vita, esercizio, quotidianità, progettualità. Luogo fisico, nella oggettività del suolo natio, del suo imprinting, del
suo eros, e della rete di relazioni con esso e su di esso via via dispiegate. Luogo degli affetti, della Famiglia, della maternità
e della figliolanza. Luogo dell’infanzia, luogo dell’innocenza. Luogo della Comunità, dell’amicizia, del Lavoro, della fedeltà, del
tradimento, del lutto. Luogo della vita. Vita che si sovrappone alla Terra, in una indivisibile osmosi, in un amplesso di cui ogni
uomo, ogni animale, ogni pianta e ogni roccia è irrinunciabilmente partecipe.
Luogo fisico. Ma anche, e più propriamente, luogo spirituale.
Perché è il cuore il luogo eletto della Memoria e della sua presenza. Per cui la Patria può anche prescindere dalla fisicità della
Terra. Perché te la ritroverai nel tuo cuore, anche se ne vivi agli antipodi.
Gli emigranti, i deportati, i nomadi, vivono e coesistono
in questa Patria spirituale. Come per gli Ebrei di Babilonia e della diaspora, dove la fisicità della Terra è richiamo onirico di
una identità distinta quanto testarda. Come per gli Ebrei del Ritorno, per cui la Memoria si fa diritto al possesso della Terra perduta,
a loro brutalmente sottratta dell’imperialismo romano. E per i quali i frammenti murari del Tempio si fanno testimonianza tangibile
di quell’ imprescrivibile diritto. E come per gli Zingari, che solcano stranieri le Terre d’Europa, senza che si depauperi la ricchezza
inalienabile delle proprie tradizioni. Come d’altronde per noi Cristiani, il cui “Regno non è di questo mondo”.
La Patria allora, luogo
della presenza della memoria, infissa nell’inviolabilità del proprio cuore, prescindendo dalle limitazioni della fisicità della Terra,
come dalle pressioni coercitive dell’Impero che se ne fa padrone, assurge a luogo della Libertà. Spirituale, culturale, progettuale,
operativa. Questo è il senso della promozione della Patria Siciliana: riconquistare il luogo della nostra libertà. Che può prescindere
dal possesso della Terra, che può prescindere dall’Indipendenza e dalla sua statuizione… ma che non può esimersi dal pretenderle.
Perché la nostra libertà interagisce nella fisicità della Terra e delle Istituzioni che la presidiano.
La Patria siciliana, luogo della
Memoria, nell’interagire con la fisicità della Terra e della Storia si fa Nazione, Ente che definisce e denomina la Memoria, dalla
quale trae ragione, libertà, indipendenza. E della quale si fa sintesi operativa. Nell’immanente, nell’ora e adesso, perché il Cittadino
vive nel presente la propria libertà. E la responsabilità che dalla libertà deriva.
È questo vivere il presente e questa responsabilità a
sollecitare un’azione politica che sia espressione ed obiettivo della libertà di cui la Nazione è Ente. Dove il vivere il presente è
l’esperienza di un diritto e di una ambizione privata, e la responsabilità è esercizio della Carità, cioè dell’amore verso il creato,
e -per chi crede- verso il Creatore.
Il Diritto e la Carità, mentre si irradiano su tutta la Terra nella sua globalità, trovano riscontro
nella oggettività della prossimità. È nel prossimo che si scommette e concreta l’amore universale. È nella Legge che si realizza il
diritto. Quando il prossimo viene condannato alla povertà, all’ignoranza, all’abbrutimento, e la Natura violentata e stravolta in
forza di una Legge asservita agli interesse di classe, la Patria -luogo della memoria e della libertà-, e quindi la Nazione -suo Ente
rappresentativo-, divengono il riferimento per un’azione politica che volta al perseguimento della Giustizia si concreti nella contestualità
della nostra più prossima Terra siciliana. Un’Azione Indipendente più che indipendentista, perché espressione di un’Indipendenza già
acquisita nei cuori e nei cervelli. Sono questi i campi di battaglia dove dispiegare le nostre armate!
Possono l’esercizio del
Diritto e della Carità prescindere da una Memoria condivisa, cioè dal Popolo? Prescindere dal suo luogo, cioè dalla Patria? Prescindere
dal suo Ente rappresentativo, cioè dalla Nazione? Possono. Purché prescindano dall’Uomo. La storia di questi ultimi secoli disegna
lo scenario derivato da questa esclusione, dove al posto dell’Uomo nella sua incontrollabile universalità è stata posta l’ Idea dell’Uomo.Idea controllabile, progettabile, costringibile. Uomo –o super-uomo- svelso dalle sue radici, e perciò strappato alla Famiglia che
le tramanda (vedi i Filansteri di Fourier); ricostruito nella sua morale, e perciò strappato alla Chiesa che la tramanda (vedi lo
Stato Etico di Hegel e dei suoi successori liberal-nazi-lennisti); mercificato e commercializzato nelle sue energie e nei suoi bisogni,
e perciò monetizzato nel circuito globale (vedi quel che vedi!).
L’ Idea dell’Uomo ha strumentalizzato il concetto di Patria e di Nazione,
asservendole al suo progetto, sostituendosi alla Memoria condivisa e al suo Ente rappresentativo, e riproponendoli come pilastri dello
Stato Etico. Dove lo Stato, elevato ad Ente Morale, si fa risposta esistenziale all’Uomo, definendolo nell’oggettività del suo ruolo
in seno alla Comunità. Per cui l’Uomo ha senso solo perché membro di una collettività uniformata all’Idea. Uniformata con la propaganda,
con la pubblicità, con i campi di rieducazione, con i lager. E prima di tutto con la Legge. La teocrazia capitalista, non diversamente
da quella illuminista, nazista, sovietica o islamica, conforma l’Uomo con gli strumenti dello Stato nel quale si è incarnata operando
quello che Sturzo definì ipostasi, cioè l’assolutizzazione di uno strumento relativo, che da macchina di servizio si trasforma in
divinità, che detentrice del bene e del male, si arroga il diritto/dovere di rifondare l’Uomo a sua immagine e somiglianza. E ad utilizzare
la Patria come mero pretesto retorico per la gestione del consenso.
È quella la Patria che ci hanno fatto conoscere. Astratta,
violenta, oppressiva, lontana. Falsa. Come quella italiana, non sorta come esperanto dalla comunione di una pluralità di Memorie,
ma dall’imposizione di un’ Idea incarnata nello Stato unitario.
Ma la Patria, la vera Patria, non è una risposta esistenziale all’Uomo.
Essa non lo definisce, non ne indica la provenienza, non ne vaticina il destino. Non determina una morale, non preserva dei valori.
La Patria è solo un luogo. Il luogo della Memoria condivisa. Il luogo della libertà e della dialettica, dove la tradizione –permeata
dalla morale e dai valori sedimentati nel tempo- interagisce con il presente in un reciproco arricchimento. Come anche la Terra, luogo
fisico della Patria, non ha in sé alcunché di Sacro se non l’Uomo che la abita. È semmai l’Uomo, nella sia fisica eppur ineffabile
concretezza, a travasare, nella Patria –luogo della Memoria- e nella Terra -luogo della Patria- la morale ed i valori che egli vive,
così consacrandole.
Quando il Santo Padre Giovanni Paolo II si rivolge alla sua “diletta Patria Polonia”, si rivolge a questa concezione
di Patria. Quando, nel 1978, per lui riascoltai il suono della parola Patria, provai lo smarrimento che forse molti degli uditori
oggi provano: può esserci una Patria positiva? Alla distanza, ripercorrendo il lungo iter che qui mi ha condotto, posso affermare
che non solo esiste, ma è l’unico riferimento possibile per il riscatto dell’Uomo dalla trappola dell’ Idea e della ipostasi di Stato.
Cosa
significa allora assumere la Patria a riferimento? E a riferimento non ipostatico-esistenziale?
Significa incastonare la nostra esistenza,
individuale e collettiva, nel respiro della Memoria. In cui trarre i parametri per la valutazione del presente. Per cui tracciare
le linee di una prospettiva unitaria, che qualificano, ispirano e motivano il quotidiano operare. E da cui inalare l’orgoglio di una
libertà indefettibile, propedeutico al coraggio di essere al di là dell’avere, e di resistere a quanto quest’esistenza voglia soggiogare.
Si
tratta di un progetto utopico? O non più semplicemente della socializzazione di una caratteristica individuale radicata nei secoli?
Quando, per la penna di Tomasi di Lampedusa, il Principe Salina dice: “in tanti sono venuti a insegnarci l’educazione, ma inutilmente,
perché noi siamo dei!”, quale superba possanza poteva vantare l’impermeabilità da ogni condizionamento se non la Patria, che connotandoci
come siciliani definiva il confine fra noi e gli altri a noi estranei? Ma un confine interiore, vissuto individualmente, scaltramente
rinunciatario della organizzazione della società, lasciata al dominatore di turno, che dalla morte di Martino II il potere è cosa
loro. Una libertà individuale comporta un riscatto individuale, all’interno del quale le relazioni con il potere si dispiegano nella
solitudine dell’interesse precipuo e privato. Soddisfatto il quale è appagata ogni patriottica Indipendenza.
Il Re di Spagna raccomandava
al suo Viceré in Sicilia: “Se avrai i Baroni con te, tutta la Sicilia sarà con te”. Lo Stato italiano ha ben saputo recepire il consiglio,
blandendo con ogni dovizia le baronie, ed assicurandone la protezione, sin dal suo primo insediamento, con le esecuzioni di Bixio
a Bronte, con le repressioni di Crispi, con la cassa del Mezzogiorno e con l’Agenda 2000. Non deve perciò scandalizzarci se sembra
non esistere una questione siciliana. Perché ogni siciliano, nel suo piccolo, è indipendente. Anche gli Ascari intruppati nella partitocrazia
italiana. E l’Italia, la patria artificiale costruita dalla plutocrazia del Nord, soddisfa appieno questa anarchica Indipendenza individuale.
Come la soddisferà l’Impero globale. “U picca m’abbasta je u’assai m’assupecchia!”.
Allora: che ci stiamo a fare qui?
L’unico vero senso
della nostra azione è quello di promuovere una consapevolezza. La consapevolezza che i benefici individualmente recepiti provengono
dalla sottrazione della nostra ricchezza collettiva, dal saccheggio della nostra Terra, dallo sfruttamento dei nostri lavoratori,
dall’emarginazione dei nostri disoccupati, dal plagio della nostra ignoranza. La consapevolezza che l’unica attività della classe
politica che gestisce lo spazio istituzionale siciliano è quella di accaparrare quante più briciole possibili dalla mensa dei plutocrati
del Nord. La consapevolezza che il proletariato siciliano è subalterno di una concertazione imperniata sulle esigenze dell’economia
del Nord. La consapevolezza che il federalismo pregiudicherà lo stato sociale in questa appendice dello Stato italiano. La consapevolezza
che la globalizzazione spiazzerà le satolle baronie autoctone per orde di holding euroamericane.
L’Indipendenza individuale non reggerà
l’urto dello Stato Etico mondiale. Prenderne consapevolezza significa fare il salto di qualità che dall’Indipendenza individuale,coscienza di sé, porti all’Indipendenza collettiva, coscienza di noi. Perché noi siamo dei. E la Patria non è mia-tua-sua, ma nostra.
Memoria condivisa, ma anche atto di proprietà. La Terra è nostra, e nostra la responsabilità di custodire l’Eden affidatoci. E di
gestirne e distribuirne il frutto. Ora e adesso. Qualunque sia l’assetto istituzionale che presidia il nostro spazio.
Ecco allora che
la Patria siciliana assurge a riferimento per l’esercizio di questa proprietà e di questa responsabilità, offrendo una Indipendenza
che va oltre il criterio di Stato, e che ne permette l’azione anche all’interno del contesto istituzionale italiano, giocando una
partita culturale, economica e politica, con tutti gli strumenti offerti dall’ipocrisia democratica e dalla sincerità nonviolenta,
sapendo che la posta in gioco non è il potere, ma la Libertà.